Il colpo di spugna del cdm. Torna la doppia preferenza di genere nelle prossime elezioni regionali in Puglia

Chi dice donna dice danno. Problemi in vista per il governo che ha imposto, con decreto diktat, il ripristino della doppia preferenza di genere. Conte felice, Emiliano pure (ma finge), centrodestra pronto alle barricate

Il colpo di spugna del cdm. Torna la doppia preferenza di genere nelle prossime elezioni regionali in Puglia

E’ un ‘pasticciaccio brutto’, direbbe Carlo Emilio Gadda, autore romano che tutto sapeva delle trame quiete e inquiete della provincia italica, quello sulla doppia preferenza di genere, una norma – di assoluto buonsenso e civiltà, ovvio - che, in Puglia, era uscita dalla porta e rientra dalla finestra. La norma è stata imposta, ieri sera, per decreto legge, dal consiglio dei ministri, su precisa e ferrea volontà del premier Conte e introduce l’obbligo della parità di genere nelle elezioni regionali pugliesi del prossimo 20 settembre. Ma prima di parlare delle possibili conseguenze politiche – e, pure, di quelle sull’ordinamento costituzionale – bisogna fare un passo indietro come sempre si fa, nei romanzi gialli. 

Doppia preferenza di genere, il ‘non possumus’ pugliese 

La doppia preferenza di genere, va detto, innanzitutto, c’è in tutte le regioni italiane, ognuna delle quali ha facoltà di scegliersi il proprio sistema di voto, ma nell’ambito della cornice della legge nazionale, il Tatarellum del 1995. In tutte, appunto, tranne che in Puglia. Come se fosse una sorta di maleficio contra femina, un ‘Sabba’ al contrario, nelle terre dell’Otranto, del Cilento e del Sele, proprio non si riesce a introdurla, la norma. Ci provò già, all’epoca, il governatore Nichi Vendola, nonché leader di Sel, nel 2015 e il consiglio regionale gli rispose picche. Vendola bollò dell’epiteto di “cavernicoli” i consiglieri regionali di allora. 

Il consiglio regionale pugliese viene convocato last minute per introdurre la doppia preferenza di genere 

In una situazione già disastrata, politicamente, come quella pugliese (Emiliano contro Fitto, Scalfarotto e Bellanova contro Emiliano, più che contro Fitto, Laricchia contro tutti sono i principali candidati della sfida del 20 settembre), l’ultima seduta del consiglio regionale pugliese, quella dello scorso 29 luglio, mentre tutti i consiglieri hanno la mente altrove, e cioè alla composizione delle liste elettorali, dovrebbe sanare il vulnus della mancata indicazione della doppia preferenza di genere. Solo il centrodestra è contrario: le sue liste sono zeppe di tanti bei maschietti e il rischio concreto – dato che la doppia preferenza di genere si porterebbe con sé, nella leggina approntata ad hoc dalla maggioranza, il rapporto di 60 a 40 nelle candidature – è di vedersi saltare e invalidare molte, se non tutte, le liste. 

Una notte di urla, spintoni, sputi e bestemmie. Quella del consiglio regionale pugliese dello scorso 29 luglio… 

Ed è nel consiglio regionale notturno citato che accade di tutto. Voti segreti, tradimenti, veleni, durissime polemiche, emendamenti contra personam. In una notte lunghissima e convulsa si consuma – così riferiscono le cronache locali dell’indomani - l’ultima seduta della decima legislatura. 

In effetti i lavori del consiglio pugliese finiscono per essere bloccati dalla montagna di emendamenti del centrodestra. Un atteggiamento ostruzionistico che mira a un solo scopo: vorrebbero ottenere l’approvazione della legge ma senza inserire l’inammissibilità per la lista che non rispetta la proporzione (60% uomini e 40% donne) nelle liste stesse che si presentano alle elezioni, come chiedono e inseriscono – nella leggina, per far loro male - 5 Stelle e centrosinistra. 

Il colpo di scena a notte fonda. In campo franchi tiratori

All’1 e 30 della notte i lavori riprendono dopo l’ennesima sospensione di una seduta infinita cominciata alle 15 del giorno prima. Si sono visti, nel frattempo, una serie di polemiche, urla, sputi, bestemmie e spintoni da rissa da bar. E qui si verifica quello che persino l’ufficio stampa del parlamentino regionale definisce, con piglio giornalistico, “l’ultimo colpo di scena della maratona” per provare a rimediare al problema, e dare maggiori spazi alle donne.

Nel bel mezzo della votazione della votazione finale passa un emendamento a scrutinio segreto tirato fuori dal forzista Domenico Damascelli e dell’ex 5 Stelle Mario Conca che stabilisce l'ineleggibilità di chiunque faccia parte a qualsiasi titolo di una task force regionale. Il siluro ha un obiettivo preciso: punta a far fuori politicamente Pier Luigi Lopalco, il virologo guru di Emiliano, assurto in questi mesi anche a gloria nazionale per le sue (strampalate) teoria anti-Covid. Loparco è coordinatore della task force scientifica contro il coronavirus e, nei giorni scorsi, aveva annunciato la sua candidatura alle regionali al fianco di Michele Emiliano, il quale conta molto sul suo ‘volto’ per raccattare più voti.

L’emendamento è il primo dei 1950 al voto e passa grazie anche a una decina di franchi tiratori della maggioranza. Su 47 votanti sono 28 i favorevoli. Emiliano è furibondo e annuncia sfracelli. La mossa fa sbandare il centrosinistra che chiede la sospensione dei lavori nel cuore della notte. È il preludio al fallimento finale sulla doppia preferenza.

La doppia preferenza salta. Manca il numero legale…

Maggioranza e opposizione si riuniscono un’ultima volta. Si rientra in aula che sono le due di notte ma si vota anche un altro emendamento a scrutinio segreto. Riguarda l’ineleggibilità dei consulenti della Regione. Il rischio è che i franchi tiratori della maggioranza tirino altri brutti scherzi. A quel punto il capogruppo del Pd, Paolo Campo, prende la parola: “Piuttosto che stare qui a discutere del nulla – accusa, indicando i 1.950 emendamenti avanzati dal centrodestra - è meglio affidarsi a quanto il governo nazionale farà sostituendosi al consiglio”. Insomma, la maggioranza fa saltare il numero legale e dice buonanotte. Si chiude il sipario sulla decima legislatura pugliese, ma il problema, a questo punto, passa nelle mani del governo. 

Le donne protestano subito e forte, e che donne…

Appena la notizia esce dalle mura del consiglio regionale, le donne di tutti i partiti iniziano il tiro al bersaglio, con un’accidia maggiore in tutte quelle di rito ‘anti-emiliano’. Ben 75 deputate dell’intergruppo parlamentare ‘Donne’ si scagliano come una furia contro “norme discriminatorie”. La ministra renziana Bonetti, che ha la delega alle Pari Opportunità, parla di “schiaffo alle donne”. La Bellanova, cui non pare vero di poter dar addosso al suo arci-nemico, definisce la decisione dei suoi conterranei “pagina buia”. E via così. I ministri Boccia, pugliesissimo, e pro-Emiliano, e Provenzano (orlandiano e di sinistra, super femminista) chiedono un intervento “immediato” da parte del governo. 

Conte annuncia l’intervento, gli altri ministri premono 

Conte aveva ‘diffidato’ il consiglio regionale ad approvare la legge entro la fine della legislatura e ora freme di indignazione. Il premier si dice disposto ad attendere solo “poche ore” che il consiglio sia riconvocato, ma il governo – avverte - è pronto “ad esercitare i poteri sostitutivi”. Iniziano a circolare due ipotesi: un decreto legge o la nomina di un commissario o, appunto, entrambi. 

Il cdm di ieri: il diktat del governo sulla regione Puglia crea un pericoloso precedente nella storia repubblicana

E qui, invece, arriviamo a ieri, quando il cdm sforna una norma che non ha precedenti nella giurisprudenza statale, in quella della legislazione concorrente tra Stato e regioni e, pure, nell’intera storia parlamentare della Repubblica. 

Su diretta proposta di Conte, insieme al Ministro per gli Affari regionali e Boccia e al Ministro per la famiglia Bonetti, il cdm approva un decreto-legge che è una bomba: introduce “disposizioni urgenti in materia di parità di genere nelle consultazioni elettorali delle regioni a statuto ordinario”. Per “assicurare il pieno esercizio dei diritti civili e politici e l’unità giuridica della Repubblica” (sic), il testo del decreto legge dispone “l’esercizio del potere sostitutivo dello Stato”, in base all’articolo 120 della Costituzione, nei confronti della Puglia, che “si è resa inottemperante all'invito ad adeguarsi ai principi relativi alla promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive, fissati dalla legge 15 febbraio 2016, n. 20”. 

Fuori dal burocratese, dal 2016, in base a un’altra legge del 2012, per le politiche, e per eleggere i consigli regionali, se nella legge sono introdotte le preferenze è obbligo la parità di genere, pena l’annullamento della seconda preferenza. 

Emiliano in cdm, la prefetta Bellomo, i rischi per Conte 

Al Cdm partecipa, in via del tutto irrituale, pure Emiliano, con la sua ingombrante, sudata e sopra le righe presenza, che ovviamente plaude – o, meglio, finge di farlo – alla decisione, ma la sua silhouette solo l’ultimo dei problemi. Infatti, se toccherà al prefetto di Bari dare attuazione al decreto legge del governo (una donna, per giunta, Antonella Bellomo: quando si dice l’ironia della vita…), trattasi di decreto legge. Ergo, va convertito dalle Camere. 

E qui casca l’asino. E’ la prima volta, nella storia italica (almeno quella repubblicana) che un decreto in materia elettorale non ha il consenso delle opposizioni. Infatti, mentre tutti i membri del governo e della maggioranza tessono le lodi di Conte e del governo, subito, con una nota ufficiale, i tre leader del centrodestra, Meloni, Salvini e Berlusconi parlano di “precedente pericoloso”. Certo, Conte rivolge un appello “a tutte le forze parlamentari, senza distinzioni, per approvare tutti insieme questa legge” perché, dice, “abbiamo scritto una nuova pagina nella storia italiana dei diritti politici e dei diritti delle donne”. 

Le opposizioni, furibonde, sono già pronte alle barricate 

Ma il candidato pugliese del centrodestra, Raffaele Fitto, già parla di possibili ricorsi, insiste sulla necessità che sia il consiglio regionale pugliese a decidere, riconvocandosi il 5 agosto, cioè in limine mortis, per ri-metterci una toppa, ma le ‘interlocuzioni’ tra governo e opposizione saltano. 

Alla fine, è tutto il centrodestra che rincara la dose e spara contro Conte: “In Puglia si sta giocando con le istituzioni, piegandole ad interessi di una parte politica - dicono in una nota congiunta uscita a tamburo battente Meloni, Salvini e Berlusconi - Per responsabilità del presidente uscente, il consiglio dei ministri si è preso la responsabilità di scrivere un provvedimento che rischia di compromettere il libero esercizio del voto in Puglia e rischia di trasformarsi in una gravissima ingerenza politico-elettorale. Il rischio evidente è quello di creare un precedente pericolosissimo e un incidente istituzionale finalizzato a far saltare le elezioni”. 

L’asino può cascare nelle Camere. Se la maggioranza va sotto sul decreto ‘Puglia’ o salta il governo o le elezioni 

L’asino, a questo punto, ri-casca sulle spalle delle Camere. Il decreto legge va convertito in legge entro sessanta giorni altrimenti decade. Il governo ha già fatto sapere che vuole – anzi, pretende – una corsia preferenziale. La settimana che inizierà il 3 agosto è l’ultima di lavoro, per le Camere, che sono già oberate di decreti da esaminare, poi se riparla a inizi di settembre per vedere riaprire il Parlamento. Se il decreto decadesse, o non venisse convertito – dio non voglia – perché, grazie ai voti segreti sempre possibili su leggi che riguardano la materia elettorale, finisce ‘sotto’, magari al Senato – può succedere un patatrac cosmico.

In pratica, o il decreto passa oppure, se decade o cade, si aprono due possibilità: le elezioni si tengono con le regole attuali della legge elettorale pugliese, cioè ‘senza’ la doppia preferenza di genere, e quindi possono essere invalidate in una fase successiva, oppure le elezioni vengono rinviate. Quando? Non si sa. Forse fino a quando il decreto non passi alle Camere. Oppure, ancora, il decreto non viene discusso, o viene votato, e passa, ma con le elezioni, fissate per il 20 settembre, che si tengono prima, quindi di nuovo invalide o comunque suscettibili di essere invalidate per vizi di forma. Un ginepraio. Il commento di chi, nel Pd, capisce di simili intrecci esoterici è uno: “Conte, D’Inca, il Pd, tutti noi, stiamo sottovalutando un rischio molto grosso. Un decreto elettorale non si fa mai senza l’accordo con le opposizioni. Altrimenti è un suicidio. Per le elezioni e per il governo”. Il ‘pasticciaccio brutto’ è pronto per il colpo di scena finale.