Il governo ha scelto la data dell'election day: ecco quando si vota. E Conte rischia sulla par condicio

Mattarella ‘avvisa’ i governatori: l’Italia è una e indivisibile. Intanto, il dl elettorale sbarca alla Camera. Il governo punta all’election day il 20 settembre. Il comitato del No al referendum costituzionale sulle barricate e su un emendamento Baldelli (par condicio) la maggioranza rischia, ma Berlusconi le va in soccorso

Il governo ha scelto la data dell'election day: ecco quando si vota. E Conte rischia sulla par condicio

“L’Autonomia (regionale, ndr.) è un fondamento della democrazia, ma conflitti fra istituzioni aprono fratture nella società. Non vincerà, da solo, un territorio contro l’altro”. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebra l’anniversario dei 50 anni dall’istituzione delle Regioni e lancia un messaggio di unità e solidarietà al Paese perché – spiega - “bisogna evitare conflitti fra istituzioni”.

Il messaggio del Capo dello Stato è, come sempre, limpido, ma non è certo un caso, forse, che Mattarella parli in una fase – quella della fine del lockdown e delle nuove regole che lo Stato sta dando alle Regioni e quelle che loro stesse si danno internamente per quanto riguarda le ‘riaperture’ come le presunte ‘patenti’ per valicare i rispettivi ‘confini’, da quella della Sardegna, che intigna, a quella della Sicilia fino, ovvio, alle ‘prescrizioni’ del funambolico De Luca.

“Non vincerà un territorio contro l’altro”

Il capo dello Stato, da costituzionalista provetto, ricorda che “Il principio di autonomia, delle Regioni e degli enti locali, è alle fondamenta della costruzione democratica perché appartiene al campo indivisibile delle libertà e costituisce un regolatore dell’equilibrio costituzionale”. Ma la lotta alla pandemia – spiega - “ci ha posto di fronte a nuovi interrogativi. Le intese tra Stato, Regioni, Comuni, Province sono parte qualificante dell’azione di governo e le diversità, se non utilizzate in modo improprio, sono un moltiplicatore”. Eppure – ammonisce – “Non vincerà da solo un territorio contro un altro, non prevarrà un’istituzione a scapito di un’altra, ma solo la Repubblica”.
E il Capo dello Stato parla di Regioni e di ‘governatori’ anche alla vigilia di un fatto politico a dir poco cruciale.

Riprende l’esame del dl ‘elettorale’ alla Camera

Da oggi la Camera dei Deputati esamina il cd. ‘dl elezioni’. Un decreto assai discusso e discutibile, soprattutto da parte dei governatori che, per bocca del presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini (Pd), è arrivato a scrivere e interpellare proprio il Colle su quello che riteneva – e ritiene – un vulnus costituzionale. Mentre, infatti, i governatori delle Regioni al voto volevano aprire le urne già a fine luglio e, data l’impossibilità palese di farlo, erano rinculati sulla prima data disponibile, il 6 e poi il 13 settembre, il governo propone, e non intende recedere, da quella che il dem Stefano Ceccanti definisce “una data baricentrica”. E, cioè, un unico election day il 20 settembre, anche perché – spiega il costituzionalista dem che, però, oggi le vesti partisan del deputato di maggioranza – “non possiamo mica aprire le scuole per tre week-end di fila”. Insomma, né le opposizioni, che volevano votare il 27/09, né tantomeno i governatori, che volevano votare il 13/09, hanno chanches di spuntarla: si vota il 20 settembre e amen.

Ceccanti: “il 20 settembre è una data baricentrica”

I rischi per la ‘tenuta’ del nostro sistema politico e sociale, già provati dalla pandemia e dal vero e proprio ‘caos’ che riguarda la ripartenza dell’anno scolastico, fissata appunto a metà settembre, non consentono – questa la ‘foglia di fico’ che la maggioranza di governo e il governo adducono – di “mettere a repentaglio, con sanificazioni continue, il corso dell’anno scolastico per i nostri poveri ragazzi che mancano da scuola ormai da troppo tempo”. Inoltre, ‘spiega’ il comitato tecnico-scientifico (che ne capisce, di elezioni, come di atletica leggera…), auscultato dal governo, “a ottobre rischiamo una seconda ondata di coronavirus”. Ecco il perché, dunque, della data ‘baricentrica’ del 20 settembre.

Election day ‘monstre’: regionali, comunali, referendum

Certo è che un election day di così vaste proporzioni non si era mai visto, a memoria di Repubblica, nel nostro Paese. Consiste – nei desiderata del governo che così ha imposto via decreto, al Parlamento - nell’accorpare le sei elezioni regionali (Liguria, Veneto, Marche, Toscana, Campania, Puglia), il primo turno di elezioni amministrative in circa e più mille comuni (idem), con ballottaggio 15 giorni dopo. E, già che c’è, il governo vuole abbinare all’election day anche il referendum costituzionale: prevede il taglio di 345 parlamentari fino a soli 600 e si doveva tenere il 29 marzo.

Un referendum ‘ti allunga la vita’ (quella del governo)

Ma è anche un modo come un altro per 'allungarsi la vita' da parte della maggioranza di governo: per una lunga serie, tecnicamente assai noiosa, ed elenco di motivi (espletamento della proclamazione del referendum, validazione dei suoi effetti, obbligatorio ridisegno dei collegi elettorali per adeguarli al 'taglio', forse persino la nuova legge elettorale...), la ultima finestra 'politica', e non 'tecnica', che restava aperta per un già implausibile di suo voto anticipato, quella compresa tra il febbraio del 2021 e il giugno 2021, va a farsi benedire perché, con la vittoria del SI, non si può più votare per almeno altri sei mesi. Peccato che, ad agosto del 2021, inizi il semestre bianco in cui il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere neppure volendo e si arriva al 2022. Ergo, per votare se ne riparla nel 2023, fine naturale della XVIII legislatura repubblicana.

Il referendum costituzionale e la cupio dissolvi del M5S

Un referendum, quello sul taglio dei parlamentari, che – come si sa – è stato fortemente voluto dai 5Stelle e che, nell’ottobre del 2019, è passato con la maggioranza assoluta dei voti in entrambe le Camere. Il Pd, all’inizio contrario e renitente alla ‘leva’ della cupio dissolvi dei pentastellati, i quali hanno fatto del referendum la loro battaglia campale nella ‘guerra alla Casta’, decise di chinare il capo alla ‘ragion di Stato’ delle convenienze politiche di un governo, quello giallorosso, che con grande fatica era appena nato.

Il referendum si propone di operare un taglio secco di 345 ‘poltrone’ o ‘scranni’ (-115 senatori e -230 deputati) per ridurre i componenti del Parlamento italiano, fissati in numero identico di 315 senatori (al netto dei 5 senatori a vita) e di 630 deputati, da tempo immemorabile, dal 1948.

Per capirsi, e per tornare al tema dei governatori in rivolta, solo pochi di essi – si dice Zaia, si dice anche Bonaccini – capiscono e sanno, in cuor loro, che chi si è ‘fatto le ossa’ negli enti locali, principale e fondamentale tappa del cursus honorum dei politici dai tempi del Senato dell’antica Roma, avrà sempre maggiori difficoltà e chanches di approdare in Parlamento perché le segreterie dei partiti e i loro leader saranno assillati e sommersi da legioni di onorevoli uscenti che, di fronte agli effetti del taglio della rappresentanza, chiederanno, e con scarse speranze, di essere riconfermati. Insomma, il ‘ricambio’ della classe politica verrà bloccato, forse per sempre, alla faccia dei ‘buoni propositi’ grillini.

Il ‘calcolo’ politico (scellerato) del M5S sul referendum

Ma tornando all’election day è evidente quanto pervicace il tentativo dei 5Stelle di far passare, nelle more dei ‘risparmi’ che si avrebbero votando in un’unica giornata, non solo l’accorpamento delle Regionali con le comunali, ma anche quello, esiziale per la sua stessa riuscita, del referendum.

L’obiettivo politico dei grillini è duplice: ‘annacquare’ il quorum del referendum, drogandolo con elezioni ‘altre’, e quindi assicurandosi, di fatto, la vittoria del SI e, insieme, credere che il SI al referendum porti l’elettore a ‘splittare’ il suo voto, alle regionali come alle comunali, dove la lista dei 5Stelle soffre sempre di più e racimola percentuali modeste, verso il proprio simbolo, in onore della battaglia anti-Casta.

Il vulnus nel vulnus: la denuncia del ‘comitato del NO’

Un vulnus nel vulnus, ma stavolta non per i governatori, bensì per il ‘comitato del No’ – costituitosi in potere dello Stato e composto dai 30 senatori che hanno ottenuto il referendum – che rifiuta l’accorpamento e chiede una data ad hoc o, in subordine, di votare con il secondo turno delle comunali, cioè il 4 ottobre. Pronto, il comitato del No (i cui legali rappresentanti sono i tre senatori Cangini, Nannicini e Pagano), in caso di rifiuto del governo, di salire al Colle per esprimere la loro vibrante protesta, e con buoni fondamenti.

L’emendamento Baldelli può far ‘andare sotto’ Conte

I ‘frontisti’ del No, però, e cioè singoli parlamentari che hanno deciso di combattere la loro ‘buona battaglia’ fregandosene delle convenienze di partiti e degli ‘ordini di scuderia’ (Nannicini nel Pd, unico e solo ‘cavalier errante’, Cangini e Pagano, senatori, e Baldelli, giovane deputato, di FI, il radicale Riccardo Magi, di +Europa, e pochi altri…), hanno in serbo un piccolo coup de theatre che potrebbe risultare un colpo esiziale per il governo e la maggioranza. Infatti, quando tra oggi e domani verranno discussi gli emendamenti, il governo scoprirà, tra i patemi d’animo, che è stato ammesso un emendamento, a prima firma proprio dell’azzurro Simone Baldelli, che chiede una cosa sensata e, all’apparenza, innocua: l’obbligo di far rispettare la par condicio, nell’informazione radio-televisiva di stato e non, tra il fronte dei comitati del NO e quelli dei comitati del SI’.

Peccato che, se è vero che un pezzo di maggioranza (tra dem, LeU, centristi vari del Misto e persino peones M5S) è disponibile – assicura Baldelli ad un amico – di votare sì al suo emendamento, il governo – che ha dato parere negativo – sull’emendamento 2471-A all’articolo 1 bis del decreto – rischia di andare ‘sotto’ e, quindi, di creare un vero patatrac perché vorrebbe dire che la maggioranza fa acqua e non c’è su un decreto squisitamente politico come quello elettorale.

Si vedrà, se sarà così. Ceccanti, invece, assicura che “non vi è alcuna pericolo. La maggioranza è blindata. L’election day passerà così com’è, fissato al 20 settembre, e per tutte le elezioni: regionali, comunali e referendum confermativo. Non credo neppure che l’opposizione farà ostruzionismo”.

Ma l’opposizione fa ostruzionismo vero o solo finto?

L’opposizione di centrodestra, in effetti, dopo aver fatto fuoco e fiamme sul dl scuola, la scorsa settimana, quando la Lega ha tenuto in scacco, per giorni, l’intera maggioranza, non sembra particolare vogliosa di replicare la scena, cioè di mettersi a fare l’ostruzionismo, sul decreto elettorale. Certo, Fratelli d’Italia lo minaccia, la Lega lo prepara e persino Forza Italia lo ha preannunciato, con il pianista (suona il piano) Sisto e sempre lui, il giovane canterino Baldelli (che, invece, ama cantare), ma si dubita che ci sarà.

Infatti, da un lato la Lega di Salvini, pur di fare un torto al suo Grande Nemico interno, il governatore veneto Zaia, che voleva votare molto prima, si girerà dall’altra parte, fingendo al massimo qualche piccola sceneggiata in aula, senza dire che Salvini si prepara a rompere con FI e FdI, in vista delle regionali, e dunque di far perdere il centrodestra. Dall’altro, anche Fratelli d’Italia ha bisogno di più tempo, sempre perché Lega e FdI ormai stanno ai ‘cani e gatti’.

Infine, c’è FI. Aveva minacciato tuoni e fulmini, proprio perché era contraria all’abbinamento con il referendum, ma Berlusconi ha fatto sapere ai suoi che “ora non è il caso, ma proprio per niente, di creare noie e grattacapi al governo”. E qui si arriva all’ultimo tassello della vicenda, il Cavaliere.

Berlusconi darà l’appoggio esterno azzurro a Conte?

Ormai Silvio Berlusconi è tornato di prepotenza al centro della scena politica e ancora una volta da vero ‘statista’. Frequenti i dialoghi con “quelli di sinistra”, da Zinga a Franceschini con cui discute di governo e legge elettorale. La strategia tende alla collaborazione con il governo, e quindi col Pd, e con Conte, per gestire un momento così critico, come quello della ripartenza dopo il coronavirus. 

Ma nel retroscena di Verderami apparso ieri sul Corsera, uno dei passaggi più interessanti è proprio quello relativo a Roberto Speranza, ministro della Salute, il terzo degli esponenti Pd citati e con i quali Berlusconi avrebbe sempre mantenuto un dialogo aperto. Verderami spiega che “con Speranza ha stabilito un rapporto nei giorni più drammatici della pandemia”. Ma non solo, il Cav ha avuto verso di lui parole di conforto quando ha saputo che Speranza stava accusando il contraccolpo dello stress: “Non attaccatelo perché è una persona seria e ha una buona scuola politica”, avrebbe suggerito ai massimi dirigenti azzurri.

Parole che dicono, meglio di ogni retroscena, la cifra del ‘nuovo’ Berlusconi d'oggi. Un leader che, diventato anziano, è diventato ‘responsabile’ a tal punto da essere elogiato in tv dal suo storico arci-nemico, Romano Prodi, per la sua posizione sul Mes e sulla necessità di ‘ancorare’ l’Italia alla Ue; impegnato nel tentativo di costruire un dialogo con il governo ‘delle quattro sinistre’ (Pd-LeU-M5S-Iv) e di leader (Zingaretti, Di Maio, Renzi, D’Alema) che detesta da una vita, ma di farlo ‘per il bene dell’Italia’. Una mission quasi impossibile, il ‘dialogo’, ma in cui, per la ripartenza post-pandemia, Berlusconi crede ciecamente.