Un paese arrabbiato che spazza via le élite al governo con un calcio nel sedere - L'analisi di Luca Telese

I partiti hanno costruito una legge elettorale tarocca, su misura dei loro bisogni dei loro limiti, pensata per colpire la sinistra e il M5s (lo ho scritto allora, su questo sito, si può controllare) e subito dopo sono stati colpiti da un effetto boomerang

Un paese arrabbiato che spazza via le élite al governo con un calcio nel sedere - L'analisi di Luca Telese

Se le proiezioni dei sondaggisti che hanno lavorato questa sera sono vere, significa che i sondaggi dei sondaggisti che hanno lavorato fino ieri (gli stessi) non sono veri. 

Ci sono tre notizie politiche - infatti - in questa notte elettorale che nessuno aveva colto, ma che erano nell’aria da giorni. 1) il M5s stelle è primo partito, sia per voti che per seggi. Ed è sopra il 30%. 2) La Lega nel centrodestra è sopra Forza Italia (e non sotto come dicevano tutti sondaggisti fino a ieri). 3) il Pd è sotto il 21%, e non sopra, come dicevano tutti gli istituti. Adesso, alcuni di loro ipotizzano persino una forchetta di oscillazione che - nel suo punto più basso - arriva fino al punto limite del 18%. Magari fra cinque ore i dati reali ci diranno altro: ma per ora sono i numeri degli stessi istituti demoscopici che non tornano con quanto loro stessi ci raccontavano fino al giorno prima. 

Certo, si dirà: tutti possono sbagliare, e questo tre errori possono benissimo essere casuali. Eppure, combinati tra loro, non sono frutto di un caso, ma sono una coerente interpretazione politica, una lettura non indifferente e asettica della realtà. Questi pronostici ci raccontano un paese arrabbiato, inquieto, che spazza via le élite abbarbicate al governo (o al non governo), con un calcio nel sedere. Premia la protesta. Si rifugiano nella categoria demonizzata dei cosiddetti “populismi”. Questi numeri ci dicono che non regge più il patto della stabilità (non solo economica) a tutti i costi, che le promesse delle classi dirigenti non sono più credute, che il voto di scambio, sia nella sua variante alta, che in quella bassa e putrida (vedi fan page) non tiene più.

I partiti hanno costruito una legge elettorale tarocca, su misura dei loro bisogni dei loro limiti, pensata per colpire la sinistra e il M5s (lo ho scritto allora, su questo sito, si può controllare) e subito dopo sono stati colpiti da un effetto boomerang. Con il demenziale Rosatellum hanno provato a sterilizzare la rappresentanza, a far saltare il controllo tra eletti ed elettori, a cancellare la campagna elettorale, anticipandola dalla primavera all’inverno (tardivo) di questa annata balorda. Il primo risultato che hanno ottenuto è stato il loro suicidio. Tra i tanti leader che sono in fila nel reparto preghiere, per capire se hanno vinto o perso, ce n’è uno che sicuramente ha già perso, qualunque cosa accada.

È il Pd di Matteo Renzi: partiva da un ambizioso 40% alle europee, ci aveva raccontato che quel voto era diventato il 40% del referendum, ha demolito la sua coalizione raccontandoci che ne stava costruendo una migliore. Si è presentato con dei partiti di cartapesta. Ci ha raccontato - e molti media hanno assecondato questa operazione in modo acritico - che in questa formidabile squadra di governo, in un paese che stava bene e ripartiva, c’era un grande affollamento di potenziali leader, con un premier amatissimo dagli italiani.

Mentre si snocciolava questa favola, il “giglio magico” si blindava nei pochi collegi rimasti sicuri, decapitava le opposizioni, e costruiva un partito personale che avrebbe dovuto godersi la rendita di posizione. Però po i tiro ha iniziato a tremare: prendiamo il 40%, facciamo il 35%, arriveremo al 30%, siamo il primo partito, no, la prima coalizione, no, il primo gruppo parlamentare, no - scusate - saremo il primo gruppo, almeno al Senato. Alè. Nel frattempo il paese si divideva profondamente, tra nord e sud, tra rabbia e disperazione, tra il malessere delle classi dirigenti, il senso di tradimento dei ceti più poveri, flagellati dalla crisi.

Il M5s, mentre le élite lo schifavano, ha raccolto un favore di popolo che non si può discutere. È un fatto. E adesso forse Matteo Renzi si trova di fronte al paradosso più drammatico: non se ne andato quando ho detto che se perdeva se ne andava. E forse adesso, dopo aver detto che se perdeva non se ne andava, se ne dovrà andare. Non per un ripensamento, perché lo cacciano i suoi elettori.