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Anche gli economisti odiano le donne? Così uno studio dimostra come vengono discriminate

La ricerca nasce dall’esperienza di Modestino e Wolfers a un seminario di economia di qualche anno fa. I due erano rimasti colpiti dal modo in cui un’autorevole ricercatrice fosse stata interrotta

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
(foto Ansa)
(foto Ansa)

Capita ancora ovunque, in tutti campi, a tutti i livelli. A parità di ruolo le donne devono faticare il doppio di un uomo, probabilmente guadagnando di meno, devono continuamente dimostrare di essere all’altezza, magari proprio a chi all’altezza non è, e per di più sono spesso costrette a subire atteggiamenti e discorsi condiscendenti e paternalistici. Il tutto quando va bene. Quando va male è molto peggio.

Capita ovunque. Anche in accademia, anche tra gli economisti, teoricamente massimi propugnatori della parità di genere. E come spesso avviene con la discriminazione, non sono solo le azioni dirette, è tutto il contesto, il clima che si respira, l’atteggiamento che gli “altri” hanno nei confronti di chi in fondo non è ritenuto essere alla pari, a creare una barriera invisibile, ma molto concreta.

Controllare se il tetto esiste

Poiché tuttavia c’è sempre chi sostiene che non è vero, che il tetto di vetro non esiste, che sono solo piagnistei, tre economiste hanno deciso con un loro collega di controllare come stiano effettivamente le cose. Pascaline Dupas, Alicia Sasser Modestino, Muriel Niederle e Justin Wolfers, aiutate nella raccolta dei dati da un gruppo di laureati autonominatosi per l’occasione Seminar Dynamics Collective, hanno così documentato il diverso trattamento riservato alle donne nell’ambiente economico e accademico rispetto ai loro colleghi uomini. I risultati dello studio stanno per essere pubblicati in un working paper dello statunitense e assai prestigioso National Bureau of Economic Research.

Domande a raffica

La ricerca nasce dall’esperienza di Modestino e Wolfers a un seminario di economia di qualche anno fa. Come hanno raccontato al New York Times, i due erano rimasti colpiti dal modo in cui, pochi istanti dopo aver iniziato a presentare il proprio lavoro, un’autorevole ricercatrice fosse stata interrotta e sottoposta a un fuoco di fila di domande. Cosa che invece non era successa a un suo collega che nel corso della mattinata aveva potuto esporre le sue tesi con la massima tranquillità.

Naturalmente il diverso trattamento ricevuto poteva essere dovuto diversi fattori: qualità della ricerca, argomento, capacità di coinvolgere il pubblico, o magari erano Modestino e Wolfers a essersi fatti un’impressione sbagliata. Eppure la sensazione che sotto ci fosse qualcosa a che vedere con il sesso di chi parla rimaneva. Così i due, da bravi economisti, hanno deciso di raccogliere un po’ di dati per vedere cosa ne sarebbe uscito fuori: hanno reclutato decine di giovani laureati in tutti gli Stati Uniti e hanno chiesto loro di partecipare a 462 seminari tenutisi nella primavera-estate del 2019 registrando e prendendo nota di quel che accadeva.

Atteggiamento ostile

Il risultato della ricerca è stato pubblicato nello studio dal titolo “Il genere e le dinamiche dei seminari di economia” (Gender and the Dynamics of Economics Seminars) e conferma con l’esperienza empirica il diverso atteggiamento tenuto dal pubblico nei confronti delle donne che espongono e discutono pubblicamente le loro tesi e le loro ricerche rispetto a quello tenuto verso i loro colleghi.

Alle donne viene posto in media il 12% in più di domande rispetto agli uomini e spesso con tono accondiscendente od ostile. La cosa non dipende dall’argomento, dal campo di ricerca, dal tipo di seminario, tutti fattori di cui i ricercatori hanno tenuto conto. Non sorprendentemente, inoltre, gli autori delle domande sono spesso uomini.

È molto più che spiacevole

Detta in questo modo potrebbe sembrare una cosa spiacevole, ma nulla di più. Ma non è così. Innanzitutto perché, tra i seminari considerati nella ricerca, un buon numero di incontri era mirato a fornire ai dipartimenti universitari informazioni utili a scegliere giovani economiste/i da assumere. E già il fatto che ci fossero posti di lavoro in ballo dovrebbe essere sufficiente. Ma è questo solo un aspetto della questione. Per accademici e studiosi, infatti, i seminari sono un momento importante della loro vita professionale, nel quale presentano e discutono il loro lavoro, le loro ricerche. Un momento che contribuisce al progredire o meno della loro carriera.  Se in quel contesto le donne vengono sistematicamente trattate peggio degli uomini è verosimile che ciò abbia ripercussioni sulle loro possibilità di crescita professionale e, ça va sans dire, retributiva.

Ma c’è di peggio

Il tutto quando va bene. Nel 2019 l’American Economic Association ha reso noti i risultati di una ricerca compiuta tra oltre 9mila dei suoi associati sia attuali che passati. Il 2% delle economiste intervistate ha riportato di aver subito violenza sessuale da un collega, il 6% di aver subito un tentativo di violenza da colleghi e a centinaia hanno riportato di aver subito stalking o di essere state toccate in modo inappropriato. Circa la metà delle donne intervistate ha riferito di essere stata discriminata a causa del proprio sesso e sempre circa il 50% ha riferito di aver rinunciato a presentare le proprie idee per timore di possibili molestie o atteggiamenti ostili o derisori. Il 70% delle donne ritiene che il proprio lavoro non sia preso in considerazione come quello dei colleghi.

A conferma del clima generale un altro paper appena uscito ha riscontrato come in un campione di seminari di economia tenutisi dal 2014 al 2019 solo un quarto delle presentazioni sia stato svolto da donne (“Diversity in Economics Seminars: Who Gives Invited Talks?”, di J. L. Doleac, E. Hengel, ed E. Pancotti, 2021).  Insomma, più che studiarla la parità di genere forse sarebbe ora che gli economisti cominciassero a praticarla. E non solo negli Stati Uniti, ma ovunque. Italia inclusa naturalmente.

 

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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