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Il dramma della famiglia dell’ex ministro Biondi: il nipote e la vedova muoiono a poche ore di distanza

La vicenda che, nell’arco di qualche Natale, ha coinvolto la famiglia di Alfredo Biondi è assolutamente reale e,  nella sua drammaticità e dolore, splendida per raccontare la forza di una famiglia e dei legami fra i suoi componenti,

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Il dramma della famiglia dell’ex ministro Biondi: il nipote e la vedova muoiono a poche ore di...
Alfredo Biondi

Se uno sceneggiatore avesse proposto la storia che sto per raccontarvi a una casa di produzione cinematografica o un autore l’avesse ipotizzata a un editore, con ogni probabilità sarebbe stato respinto con perdite, per palese inverosimiglianza del soggetto.

Troppo. Troppo tutto.

E invece la vicenda che, nell’arco di qualche Natale, ha coinvolto la famiglia di Alfredo Biondi è assolutamente reale e,  nella sua drammaticità e dolore, splendida per raccontare la forza di una famiglia e dei legami fra i suoi componenti, il destino che li ha legati nella vita e nella morte e l’amore assoluto fra i suoi protagonisti.

Partiamo proprio dal patriarca, per raccontare questa famiglia: Alfredo Biondi era il “liberale” per eccellenza, non solo in quanto segretario e presidente del Partito Liberale Italiano, quello con la bandierina tricolore nel simbolo, ma anche per la forza e la chiarezza delle sue battaglie, per cui non si chiedeva se gli avrebbero giovato, ma solo se fossero state giuste.

Biondi, avvocato famosissimo anche per processi entrati nell’immaginario collettivo italiano, da quello per la “mantide di Cairo Montenotte” Gigliola Guerinoni, una storia di amanti e omicidi nel paese della Valbormida, a quello per alcuni poliziotti ai tempi del G8, dalla parte civile per la famiglia Dalla Chiesa nel maxiprocesso di Palermo alla difesa del suo adorato Genoa nella causa per illecito sportivo, dove ottenne vittorie parziali che fecero sognare i tifosi prima del verdetto finale della retrocessione in C.

E poi, la politica: Alfredo fu ministro per il Coordinamento delle politiche comunitarie nel governo pentapartito di Amintore Fanfani, il quinto per la precisione, e poi fu il primo ministro dell’Ambiente, che proprio lui propose di istituire nel primo esecutivo guidato da Bettino Craxi e che nella sua versione originaria si chiamava: ministero per l’Ecologia ed era ancora senza portafoglio.

Fino alla nascita di Forza Italia dove portò l’anima liberale insieme a Raffaele Costa, compagno di mille battaglie, e ministro di Grazia e Giustizia (nel frattempo, la denominazione ha perso per strada la Grazia) nel primo governo di Silvio Berlusconi, che firmò il contestatissimo decreto che i detrattori bollarono come “salvaladri”, ma era semplicemente come spiegò lui “una legge per i poveri cristi” tesa a limitare gli abusi della carcerazione preventiva di gente che era in galera senza alcuna condanna, nemmeno di primo grado. Poi, la storia è nota, il pool dei magistrati di Milano e il “popolo dei fax” convinsero Lega e Alleanza Nazionale a fare marcia indietro e il decreto venne ritirato. Anche se Biondi si comportò sempre da “hombre vertical”.

Da allora non tornò più al governo, anche se fu il migliore vicepresidente della Camera dei deputati, sempre pronto a sdrammatizzare le situazioni più delicate con una battuta, e questa caratteristica la mantenne sia con i “suoi” presidenti di Montecitorio della prima Repubblica, Nilde Iotti, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, sia con quelli della seconda: Luciano Violante e Pier Ferdinando Casini.

Insomma, Alfredo Biondi.

Uomo troppo libero (e liberale) per concludere il suo cursus honorum dove avrebbe meritato: alla Corte Costituzionale. Ma Silvio Berlusconi lo considerava per l’appunto troppo autonomo per la Consulta e, nonostante alcuni voti “sciolti” che gli arrivavano ogni volta, non furono mai sufficienti per eleggerlo.

Lui, sempre attentissimo a ogni articolo, a ogni evento, a ogni studio, negli ultimi anni venne tradito dalle gambe e non usciva più dalla sua casa di Genova a Quinto al mare, di cui era una sorta di sindaco laico, non andava più a vedere nemmeno il Genoa e gli venne risparmiato il dramma di sapere che era morto suo figlio Carlo, che era anche il suo erede diretto nello studio legale e difese anche il capo della Polizia Gianni De Gennaro nel processo post G8.

La malattia non lasciò scampo a Carlo, che morì pochi giorni prima del Natale 2019, ma nessuno ebbe il cuore di dirlo a Alfredo e Giovanna, mamma e moglie, prese su di sé il peso della famiglia, finchè anche la tempra dell’ex ministro cedette.

La signora Giovanna, anzi Giovanna Susan all’anagrafe, era davvero l’alter ego di Alfredo Biondi e lo seguiva in tutto: politica, calcio, diritto, teatro la sera. Vita, in una parola.

E quando rispondeva lei al telefono sentivi dietro Alfredo che chiosava le sue parole, come fossero una cosa sola.

“Ma vedi – mi raccontò un giorno con il suo sorriso che era una carezza ogni volta e il suo sguardo di una pulizia e di una bellezza straordinaria, che non invecchiava mai – con Alfredo ho fatto tutta la vita, ma perdere un figlio è qualcosa di ancor più duro”.

Ecco, questo è il primo capitolo della storia, la morte, vicinissima di figlio e padre.

Ma la seconda parte è, se possibile, ancora più drammatica: notte di Capodanno, Matteo Biondi, 45enne figlio di Carlo e a sua volta papà del piccolo Carlo, piccolissimo, un anno e mezzo, sta camminando in via Gianelli, sempre a Quinto. E improvvisamente si accascia, a pochi passi da casa. Il 118 arriva subito, ma non c’è niente da fare.

Matteo era il nipote prediletto di Giovanna, quello con cui si confidava e a cui la nonna diceva proprio tutto. A quel punto, Michele e Carlotta, fratello e sorella di Matteo, si organizzano per andare dalla nonna ed essere loro a dare la tragica notizia a Giovanna, anche perché ovviamente nel quartiere la notizia del dramma iniziava a circolare e non avrebbero voluto in alcun modo che l’annuncio arrivasse da terzi e senza la dovuta sensibilità.

Ma, di prima mattina, quando entrano in casa, trovano nonna Giovanna a letto, ma esanime. Con in viso il suo sorriso, ma bastano pochi secondi per capire che è morta, nel sonno dei giusti, senza avere l’ultimo dolore della sua vita.

In casa, nelle carte di Giovanna, ci sono ancora le lettere di Matteo che scrive: “Cara nonna, grazie per tutto ciò che mi avete dato tu e nonno Alfredo, per avermi insegnato il valore della famiglia vera, per avermi aiutato anche quando papà se ne è andato….”.

Nel giorno dei funerali alla parrocchia di San Pietro a Quinto, la chiesa era strapiena e l’emozione fortissima, soprattutto quando Carlotta ha detto: “Matteo, ti prometto che aiuteremo tuo figlio Carlo a crescere con i valori della nostra famiglia…”.

E quando le due bare di nonna e nipote sono andate via insieme affiancate era impossibile non piangere. Anche la mia tastiera è fradicia, ora.

 

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