[il caso] Draghi ancora alle prese con il sottogoverno tra i veti incrociati di tutti su tutto

La Lega vuole più posti perchè i 5 Stelle, dopo le 41 espulsioni, contano meno. Salvini vuole i suoi “nei ministeri in continuità”. Il Pd ostaggio della quota femminile. E di quella maschile che vuole conferme. L'ipotesi Craxi agli Esteri fa saltare i nervi a Di Maio

Mario Draghi e Stefania Craxi (Foto Ansa)
Mario Draghi e Stefania Craxi (Foto Ansa)

Una telefonata, un post e alcune richieste “più o meno imprescindibili” raccontano bene come procede la trattativa per individuare i sottosegretari e completare la squadra di governo. E perché anche ieri la partita non è stata chiusa. Costringendo il cronoprogramma del premier Draghi per avere un team finalmente completo e operativo ad un ulteriore rinvio.  La telefonata  è di Luigi di Maio all’onorevole Valentino Valentini di Forza Italia: “Scusa Valentino, ma è vero che i tuoi vogliono mettere Stefania Craxi qui alla Farnesina?”. In poche parole ci sono quintali di veleno: una Craxi al fianco di Di Maio  sarebbe solo l’ultima “umiliazione” nella parabola della trasformazione 5 Stelle. Eppure gira. E qualcuno la fa girare. Neanche a dire quanto  Valentino Valentini si sia adirato appena raggiunto da questa insinuazione. L’esperienza serve anche a dribblare le provocazioni. Ma poi, lo saranno veramente?

I conti non tornano

Giuditta Pini è una vivace deputata Pd, ultima generazione, il dono dell’ironia, è stata tra le prime a stigmatizzare  il segretario che, suo malgrado, non ha trovato posto per le donne nella lista dei ministri in quota Pd. “Non ti preoccupare - gli ha scritto - noi siamo contente a casa, mentre cuciniamo e leggiamo il Women New deal. Per il women new deal c'e' tempo compagne, oggi no, domani neanche, dopodomani sicuramente, lo metteremo in un odg”. E’ chiaro che Zingaretti o piazza tutte donne nella squadra dei sottosegretari oppure arriva al congresso parecchio malandato. E però i posti sono pochi e ci sono almeno due o tre maschietti che esigono la riconferma. A questo punto, proprio ieri, è scattato il lodo Pini: @piccolapini, che è il suo account twitter, ha chiesto a tutte le colleghe di “non accettare posti fino alla direzione del Pd che sarà appunto su questo argomento”. La direzione è giovedì.

Poi c’è Leu che vorrebbe mantenere Cecilia Guerra a Economia e Finanze per completare un lavoro iniziato nel Conte 2. E però Leu ha già un ministero di peso, la Sanità, come fai a dare anche un sottosegretario in un ministero dove tutti i patiti vorrebbero piazzare uno o una dei loro?  La Lega, poi, l’ha messa giù più o meno cosi: “Con le espulsioni i 5 Stelle hanno perso 41 parlamentari,  quindi perdono peso nel Cencelli dei sottosegretari. Vanno riviste le quote”. Rassegnato, il sottosegretario Garofoli, cui il premier ha delegato la partita del sottogoverno, ha ricominciato a fare i conti. E i conti anche ieri non sono tornati. Le nomine, attese per ieri mattina nel Consiglio dei ministri, non sono arrivate. Rinviate a domani, forse. Ma forse anche venerdì dopo il Consiglio europeo da remoto in cui giovedì e venerdì Draghi farà il suo esordio da premier. Meglio così, da un certo punto di vista: la notizia dell’attentato in Congo in cui sono stati uccisi l’ambasciatore Attanasi e il carabiniere di scorta ha cambiato il corso del Consiglio dei ministri. E della giornata. 

Tecnici e politici?

Il punto è che la coperta è corta per accontentare tutti in un governo di unità nazionale (quasi). Anche perchè Draghi vorrebbe tenere per sè 6/7 caselle per mettere persone di fiducia, tecnici, a fare da sentinelle nei ministeri  affidati a politici. O, invece, a supporto dei tecnici che gestiscono ministeri di peso e avranno molto da fare possibilmente con collaboratori non sensibili alle richieste di parte. Sono circa 40 i posti a disposizione. E i conti continuano a non tornare sulla scrivania del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Roberto Garofoli. che, è giusto qui ricordare, era, con il ministro Franco, tra i destinatari delle minacce non tanto velate che Rocco Casalino mandò in giro per errore nell’ottobre 2018 nelle forme di un file audio. La colpa di Garofoli e Franco era che “non cacciavano i soldi per il reddito di cittadinanza e il ministro Tria si ostinava a non voler fare debito”. Da qui risulta abbastanza difficile immaginare una riconferma di Laura Castelli al Mef, dove siede dal 2018.

Veti incrociati

Far quadrare le pretese dei partiti con le aspirazioni dei singoli, le quote di genere e i veti incrociati, le proporzioni fra i gruppi parlamentari: tutto questo rischia di ridurre di parecchio la quota dei tecnici. Per Draghi, che ha già dovuto allargare al massimo le maglie del governo ai politici, sarebbe un problema per la funzionalità della squadra. Per quel cambio di passo nelle scelte e nei tempi che vuole dare al suo governo. Qualcosa del metodo Draghi, pur nella riservatezza che ancora caratterizza palazzo Chigi, si riesce ad intravedere: individuato l’obiettivo e le soluzioni, il premier “convoca”, anche da remoto, i ministri interessati e affida loro il dossier. E’ stato in queste ore, e sarà, il metodo usato per le misure Covid, chiusure, aperture, accelerazione sui vaccini.  Oltre a Speranza e Gelmini, sono stati coinvolti anche i ministri economici.

La rosa dei nomi

Alle forze politiche, che hanno già fornito una rosa di nomi la corsa settimana,  è stato chiesto di chiudere “nelle prossime ore”. La torta sarebbe stata più o meno così suddivisa: 8/9 posti al Movimento, 6/7 a Pd, Lega e Forza Italia, tre a Italia viva (che ha avuto un solo ministero), uno ai più piccoli: centristi, Maie, Autonomie, +Europa/Azione, Cambiamo di Giovanni Toti. Almeno altre 3/4 caselle. Alcuni appunti - girano i foglietti con le quote Cencelli con molte cancellature- danno numeri ancora più generosi.  Se passa il range più basso, entrano i tecnici. Se i partiti hanno fame di posti, i tecnici restano fuori. Tranne un paio: la delega ai Servizi e al Mef per la riforma del fisco (dove si parla di Ernesto Maria Ruffini, ora a capo dell’Agenzia delle entrate). Ecco che la rosa dei nomi in circolazione è assai più larga dei posti disponibili.  Tra i 5 Stelle si parla con insistenza di una conferma nei loro ruoli di Pierpaolo  Sileri (Salute), Laura Castelli (Mef), Carlo Sicilia (Interno),  Stefano Buffagni (Mise) e Giancarlo Cancelleri (Trasporti). Buffagni  potrebbe traslocare al nuovo ministero della Transizione  ecologica, mentre Cancelleri potrebbe passare al Sud. Tra le new entry circolano i nomi di  Luca Carabetta (Innovazione), Luigi Gallo e Gianluca Vacca (Istruzione o Università), Francesca Businarolo (Giustizia). E ancora: Agostino  Santillo, Barbara Floridia, Alessandra Maiorino, Gilda Sportiello. Sono 14 nomi: decisamente troppi. 

I guai dem

I dem contano di bilanciare “continuità e pari rappresentanza” (anche se era stato detto “tutte donne” per bilanciare i ministri solo uomini).  Per questo si parla della conferma di Andrea Martella (Editoria),  Antonio Misiani (Economia), Matteo Mauri (Interno) e di cinque donne  tra cui Alessia Morani (Mise), Simona Malpezzi (Rapporti con il  Parlamento), Sandra Zampa (Salute), Marina Sereni (Esteri), Francesca  Puglisi (Lavoro), Anna Ascani (Scuola), Lorenza Bonaccorsi (Cultura).  In pratica la squadra uscente. Ma fuori ci sono altre che premono per entrare: Marianna Madia (Transizione digitale o Economia),  Valeria Valente (Giustizia), Susanna Cenni  (Agricoltura), Chiara Gribaudo (Lavoro) e una esponente della  Conferenza delle donne democratiche (Cecilia D'Elia o Titti Di Salvo) alla Famiglia. Per Iv circolano i nomi di Lucia Annibali (Giustizia), Francesco Scoma (Agricoltura), Faraone o Migliore. La Lega è in pressing  per tornare al Viminale e tra i contendenti il nome di Candiani potrebbe avere più chance di Molteni, che c’è già stato ai tempi di Salvini e per questo è considerato troppo “divisivo”. 

Il piano di Salvini

L’obiettivo di Salvini è piazzare uomini per marcare stretto i ministeri in continuità, tra tutti Interno, Salute, Esteri.  Nella lista proposta da Matteo Salvini ci sarebbero Giulia Bongiorno (Giustizia) Luca Coletto (Salute), Picchi o Formentini (Esteri), Edoardo Rixi al Mit, Pittoni alla Scuola, Romeo ai Rapporti con il Parlamento e Centinaio prenderebbe il suo posto di capogruppo al Senato. Il partito di Silvio  Berlusconi avrebbe proposto i senatori Gilberto Pichetto Fratin (un ministero economico), Maria Rizzotti (Salute), Giuseppe Moles (per Difesa o Interno); Francesco Battistoni (Agricoltura), Alessandra Gallone (Ambiente). In corsa per gli Esteri ci sarebbe Valentino Valentini, uno dei fedelissimi di Arcore ed esperto di politica  estera, e Francesco Paolo Sisto mentre viene dato favorito per via Arenula, ad affiancare la  tecnica Marta Cartabia. Giorgio Mulè potrebbe diventare capogruppo al posto di Gelmini. Per i centristi ballano i nomi di due senatori, Antonio Saccone (Trasporti) e Paola Binetti (Famiglia).

La nuova opposizione

E’ chiaro che un minuto dopo il giuramento dei sottosegretari, tra cui saranno individuati i viceministri, scatta il bomba-libera-tutti. Della serie “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Sono attesi numerosi movimenti tra i gruppi parlamentari già adesso abbastanza evidenti. Il quadro politico è assai liquido. Il Movimento 5 Stelle si sta dividendo in più parti. Il corpaccione - circa 260 eletti contro i 320 entrai nel 2018 - punta ad avere Giuseppe Conte leader già nel giro di poche settimane (sono pronti i loghi dei Comitati per l’alleanza sostenibile). E a liberarsi della piattaforma Rousseau.I 41 espulsi, tra Camera e Senato, potrebbero dare vita a gruppi di opposizione “nè di destra nè di sinistra”. Sarà certamente così alla Camera. Più incerta la situazione al Senato. Anche Pd e Forza Italia non sono messi benissimo. Matteo Renzi osserva la situazione. Il centrosinistra ha bisogno di un nuovo progetto riformista.