Tra dimenticanze e colpi di coda, Draghi punta sui vaccini: nuovi contratti e produzione anche in Italia

Primo giorno di lavoro a palazzo Chigi tra le polemiche per lo stop al turismo invernale. Salvini avvisa: “Basta col tira e molla. Serve discontinuità”. Domani la fiducia. Nel discorso, il nuovo piano vaccini. Al lavoro su staff e sottosegretari

Il premier Mario Draghi (Ansa)
Il premier Mario Draghi (Ansa)

Nei faccia a faccia con le delegazioni dei vari partiti, l’ha definita “la prima emergenza economica del Paese”. Nelle ultime 48 ore ne ha assaggiato le conseguenze velenose: lo stop improvviso alla montagna, dodici ore prima della riapertura, è stato un pessimo inizio per il governo Draghi. Un frutto avvelenato del Conte 2 lasciato sulla scrivania. E’ chiaro che se la prospettiva dei vaccini fosse reale e non soggetta a continue incertezze, sarebbe tutto meno difficile. Sul piano economico. Ma anche psicologico.
Il premier è arrivato a palazzo Chigi ieri mattina alle 9 e ne è uscito poco prima delle venti. Un avvio di giornata funestata dal caso-piste chiuse e trascorso tra qualche incontro ufficiale, ad esempio il Capo della polizia il perfetto Franco Gabrielli e il ministro Colao, e la messa a fuoco dello staff. Tra incontri e molte telefonate, Draghi ha lavorato soprattutto al discorso con cui domattina al Senato chiederà la sua prima fiducia (giovedì sarà alla Camera). Palazzo Chigi è diventato improvvisamente un luogo impenetrabile. La grade macchina della comunicazione by Casalino - circa quaranta persone - ha lasciato gli uffici vuoti. Da cui non esce più neppure uno spiffero. Quei pochi ruzzolati fuori dicono che i vaccini avranno un ruolo importante nel discorso per la fiducia. Con buone notizie in arrivo dall’Europa che saranno spiegate nel dettaglio.

La svolta nei vaccini

Alcune anticipazioni sono arrivate già ieri al primo Eurogruppo a cui ha partecipato il ministro economico Daniele Franco. La Commissione Ue ha l'ambizioso obiettivo di vaccinare “entro fine estate tutti i cittadini europei che lo vorranno”. Il governo comunitario è in contatto con “le autorità italiane” (leggi Draghi) per individuare aziende da riconvertire per aumentare la produzione di vaccini. Anche questo punto era stato anticipato dal premier durante le consultazioni. Non è la via più breve - occorrono almeno sei mesi per avviare una produzione con i macchinari necessari - ma è, anche per il futuro, la strada maestra: garantire in house il fabbisogno nazionale, creare posti di lavoro qualificati, investire sulla ricerca. L’Italia, tra l’altro, prima di delocalizzare la filiera chimico-farmaceutica in Cina e dintorni, ha avuto eccellenze in questo campo. La riconversione degli impianti riguarderebbe una decina di impianti in Europa. La loro costruzione richiederebbe invece una media di cinque anni.

Il G7 sui vaccini

Il dossier vaccini sarà al centro anche del primo G7 di Draghi. E sarà anche la prima occasione per lavorare con una vecchia conoscenza, il presidente Usa Joe Biden. Il summit - virtuale, cioè a distanza - è stato convocato da Boris Johnson. Al modello britannico Draghi dice di voler guardare per la logistica: la Gran Bretagna ha già vaccinato 15 milioni di persone su 66 totali. L’Italia un milione e 200 mila. Tra i temi più importanti in agenda c’è la cooperazione nella battaglia contro la pandemia e nella partita sulle campagne di vaccinazioni anti Covid. Downing street ha fatto sapere che il summit sarà “l'occasione per discutere di come le principali democrazie mondiali possono collaborare per garantire un'equa distribuzione dei vaccini contro il coronavirus in tutto il mondo, prevenire future pandemie e ricostruire” le economie messe in ginocchio dall'emergenza sanitaria. Londra intende presentare un piano in cinque punti che include “una rete mondiale di centri di ricerca zoonotica, lo sviluppo di capacità congiunte di produzione mondiale di terapie e vaccini, la progettazione di un sistema planetario di allerta precoce di pandemia, un accordo sulla definizione di protocolli globali per una futura emergenza sanitaria e la riduzione delle barriere commerciali”. Il discorso di Draghi insisterà su questi punti per portare l’italiani prima linea nella lotta al virus e nella corsa alla vaccinazioni. Che poi è la prima notizia che gli italiani vogliono ascoltare per ricominciare a pianificare e programmare vite private ed economia.

Le polpette avvelenate

Parlare di vaccini con “le buone notizie in arrivo dalla Ue” dovrebbe anche aiutare a risolvere in fretta il brutto cortocircuito che Draghi si è trovato a dover gestire ad appena 24 ore dall’insediamento. Quando domenica il ministro della Salute Roberto Speranza, appena riconfermato nonostante i dubbi di Lega e Forza Italia che chiedevano “discontinuità” in questo dicastero, ha sottoposto al premier la circolare con cui fermava la riapertura degli impianti di sci. A neppur dodici ore dalla riapertura rinviata già tre volte: a dicembre, e poi il 7 e il 28 gennaio. Domenica sera è scoppiato - giustamente - il parapiglia: il settore della turismo della neve conta circa 400 mila persone (compreso l’indotto) e un volume di affari tra i 10 e i 12 miliardi. Nel 2020 hanno perso una media del 20%. Quest’anno non hanno lavorato neppure un giorno (al netto delle competizioni agonistiche). Nelle ultime settimane gli operatori hanno messo in sicurezza impianti, biglietterie e rifugi sulla base di protocolli molto rigidi. Ieri mattina erano pronti a ripartire, avevano già venduti skipass e affidato camere d’albergo. A poche ore dalla ripartenza è arrivata la doccia fredda. Secondo lo schema assurdo fatto idi incertezze e stop and go che ha caratterizzato tutte le misure da ottobre in avanti. Poteva essere evitato tutto ciò? Sicuramente sì, almeno nei modi e nella tempistica. Al netto della valutazione del rischio che è un altro argomento su cui in questo anno troppi esperti si sono divisi hanno parlato dicendo tutto e il contrario di tutto.

La relazione del 4 febbraio

Il ministero infatti ha a disposizione dal 4 febbraio lo studio sulla “Prevalenza della variante UK” nel contesto italiano dove, si precisa, “la vaccinazione delle categorie di popolazione più fragile non ha ancora raggiunto coperture sufficienti”. In Italia quindi “ la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguata”. Cioè ulteriori restrizioni e chiusure. “Considerata la circolazione nelle diverse aree del Paese - si legge nel report - si raccomanda di intervenire al fine di contenere e rallentare la diffusione della variante UK rafforzando/innalzando le misure in tutto il Paese e modulandole ulteriormente laddove più elevata è la circolazione, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto". Significa impedire aperture. “Ricordiamo, infine - continua il report - che la variante è diffusa nell’88% delle Regioni partecipanti allo studio con percentuali rispetto ai casi totali che vanno fino al 59% in alcune aree”.
Il 4 febbraio Draghi era stato appena incaricato e aveva iniziato il primo giro di consultazioni alla Camera che sono durate fino al 10 febbraio compreso. In questo lasso di tempo, e anche prima, le regioni sono andate in pressing per avere nuove aperture controllate e in sicurezza per ristoranti, cinema, teatri, palestre, quella attività ferme ormai da mesi e ridotte alla disperazione. Il tenuto picco di metà gennaio in cui il virus avrebbe dovuto intrecciarsi con l’influenza stagionale, non c’è stato Per fortuna. E gli operatori hanno sperato di poter riaprire qualcosa. Le scadenze erano cerchiate in rosso sui calendari: il 15 febbraio scadeva il Dpcm con la chiusura tra regioni; il 5 marzo quello per ristoranti, cinema, palestre e piscine. In questo periodo, l’unico grillo parlante del ministero è sembrato il viceministro Sileri che ha continuato imperterrito a spiegare che c’erano tre o quattro dossier delicati su cui dover decidere. Uno di questi lo sci.

Dieci giorni di silenzio. Perché?

Perché il report con l’allerta sui rischi di contagio della variante inglese non è stato discusso prima? Il governo Conte 2 era in carica con pieni poteri per quello che riguarda il Covid. Perché fin dal 4 febbraio non è stato prospettato agli operatori della montagna che l’apertura era a rischio? Invece sono stati spesi soldi per la messa in sicurezza, sono stati venduti biglietti e accettate prenotazioni. La grande macchina dell’accoglienza è partita ed è stata fermata a poche ore dal debutto. Quasi una provocazione. Difficile pensare che ci sia stato almeno un passaggio di consegne visto che sabato mattina nel primo consiglio dei ministri l’argomento non è stato neppure sfiorato. Eppure giovedì pomeriggio, prima che Draghi salisse al Colle, Conte aveva fatto i suo ultimo consiglio dei ministri proprio per rinviare al 25 febbraio il Dpcm che scadeva il 15. Una dimenticanza? Una scelta? Un colpo di coda del Conte 2? Una polpetta avvelenata? Chiamatelo come volete. Di sicuro non c’è stato un passaggio di consegne degno di questo nome.

Lo staff

Ieri a fine mattinata, con giornali e talk show già apparecchiati sui primi litigi alimentati dalla Lega ma anche dal presidente della Conferenza Stato-Regioni Stefano Bonaccini (“mai più tutto questo, ora basta”), Palazzo Chigi ha fatto uscire una nota in cui spiegava che la decisione di rinviare l’apertura della stagione sciistica era stata “condivisa” con il ministro della Salute. E ci mancherebbe altro: diversamente saremmo già all’alba o di una nuova crisi e di un ministro da sostituire. Ecco perché nel discorso per la fiducia al tema aperture sarà dedicato uno spazio diviso tra ristori (vedremo con quali criteri) e vaccini, che sono l’unica certezza da uscire da questo tunnel.
Draghi è al lavoro per definire il suo staff. La new entry è Antonio Funiciello come Capo di gabinetto. E’ stato capo dello staff a palazzo Chigi con Paolo Gentiloni, esperienza da cui dato un prezioso libro ( “Il metodo Machiavelli” ed Rizzoli). Verso la conferma il segretario generale Roberto Chieppa. E’ una squadra da limare con cura perché il governo delle larghe intese può essere faccenda molto complicata in un perenne e difficile gioco di pesi e contrappesi. La comunicazione - si parla con insistenza del capo della comunicazione di Bankitalia, la dottoressa Paola Ansuini - sarà un altro nodo assai delicato. Soprattutto dovendo cambiare totalmente approccio dopo quasi tre anni di social e dirette Facebook.

Gli altri dossier: 40 posti per il sottogoverno

Draghi invece è una Sfinge. E i partiti premono. Vogliono sapere. Ora, con urgenza, quali criteri seguirà per completare la squadra di governo con circa 40 nomine tra sottosegretari e viceministri. I partiti di maggioranza vogliono decidere loro e temono invece che, così come per i ministri, il premier deciderà da solo. I vertici tra i leader dei vari partiti - ieri si sono visti Salvini e Zingaretti - potrebbero diventare la camera di compensazione della larghissima maggioranza. Il luogo dove la politica suggerisce la propria linea ai tecnici per poi trovare una sintesi. Le 40 deleghe dei sottosegretari intanto possono subito andare a compensare malumori e tensioni. Draghi potrebbe tenere per sé gli Affari europei e, almeno in un promo tempo, la delega ai Servizi segreti. Ad alcune figure tecniche potrebbero andare incarichi come quello dell'editoria, dove si fa anche il nome di Mauro Masi, o della riforma del fisco (si parla di Ernesto Ruffini viceministro all'Economia). A seconda di quante caselle il premier terrà per i tecnici, dovrebbe essere calcolato il Cencelli dei partiti. L’ipotesi è circa 12 sottosegretari al M5s, 8 alla Lega, 6 o 7 a Pd e Fi, 1 o 2 a Iv. Nel Pd è scoppiato il caso di genere visto che la sinistra è l’unico luogo politico che non ha ministre donne. Zingaretti vorrebbe compensare nella partita del sottogoverno. Ma questo si scontra con la conferma di figure come i viceministri Antonio Misiani e Matteo Mauri all'Interno. Nel M5s si spinge per deleghe in ministeri che si occupano del Recovery. Indiscrezioni danno Vito Crimi alla Giustizia, Carlo Sibilia confermato all'Interno, Laura Castelli all’Economia e la new entry Luca Carabetta. Nella Lega tornano nomi come Nicola Molteni, Stefano Candiani, Claudio Durigon, Barbara Saltamartini. In Fi, dove si registrano tensioni anche per tre addii che raggiungo Toti in Cambiamo, si fanno i nomi di senatori come Pichetto Fratin, Caliendo, Malan. Draghi vorrebbe chiudere presto anche questo dossier. Per avere la squadra al completo il prima possibile.