Virus, riforme, modelli di crescita: il “ricamo” politico di Draghi, la Sfinge che sa emozionarsi

Una relazione molto politica, critica col passato, non solo recente. Giovani, lavoro, cultura, ambiente, riforme: ecco il manifesto del premier. Il Recovery plan nelle sue mani

Gli applausi a Draghi dopo il voto sulla fiducia (Ansa)
Gli applausi a Draghi dopo il voto sulla fiducia (Ansa)

In quattordici ore d’ aula, 53 minuti di intervento e altri 15 di replica prende forma compiuta il Draghi che t’aspetti, deciso, logico, essenziale e conseguente, uomo di visione e responsabilità. Prende forma, però, anche quello che ti aspetti meno - il raffinato politico - e quello che non t’aspetti proprio: quello che si emoziona. Che sbaglia la poltrona al suo primo approccio al banco del governo - quella del premier ha lo schienale più alto e lavorato -, che vorrebbe togliere la mascherina ma gli spiegano che dovrà indossarla parlando, che alla fine dell’intervento, mentre l’aula applaude in piedi, chiede al ministro Giorgetti seduto accanto a lui “ditemi voi quando mi devo mettere a sedere” e anche quello che nella replica serale non sa posizionare bene i microfoni e allora allarga un po’ le braccia: “Scusatemi ma devo ancora imparare”. E’ il trentunesimo applauso di giornata per il presidente Draghi. E’ quello più bello.

Il peso dell'emozione

Ancora più di quello della mattina quando, prendendo la parola in aula, aveva detto: “Nel ringraziare ancora una volta il Presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia”. E mr Bazooka, l’uomo delle tre parole che salvarono l’euro (e l’Italia), del "whatever it takes and believe me, it will be enough”, la Sfinge come lo hanno battezzato i giornalisti politici, diventa umano, fallibile, quasi simpatico. Ogni tanto si perde qualche parola. Lo frega un numero, pensate un po’: quando spiega il disastro sanitario, sociale ed economico della pandemia e lo fa con i numeri (non se ne ricordano così tanti in una relazione programmatica per la fiducia), confonde per un attimo il numero dei ricoverati in terapia intensiva. Giorgetti, sempre lì accanto, gli tocca un braccio e corregge: sono duemila i ricoverati, non due milioni.

Non è il più votato

Il primo round - e pure il secondo oggi alla Camera - è una formalità. Ma la sua non è la maggioranza più votata della storia della Repubblica. Alle 23 e 45 la presidente Casellati legge lo scrutinio finale, Draghi è ancora in aula: sono 305 i presenti, 304 votanti, 262 i Sì, 40 i No, due gli astenuti. Ai 19 senatori di Fratelli d’Italia, si sono aggiunti 15 dissidenti grillini (ben oltre i sei che hanno fatto dichiarazioni di voto), 5 ex M5s ora nel Misto. Sono numeri troppo ballerini per fissare la situazione. E’ possibile che il dissenso pentastellato si allarghi. O si riduca. A seconda dei temi. E’ la “variante Brescia” (nome del presidente della commissione Affari costituzionali): stare dentro e fare opposizione, votare Sì non sarà mai scontato. Certo è che se si arriva alle maggioranze variabili, i voti dei 18 senatori di Italia viva possono talvolta tornare dirimenti. Mentre è certo che rispetto alla maggioranza di ieri sera, i voti del Movimento 5 Stelle diventano irrilevanti. E questa è il colpo di mano più difficile da digerire per chi, piaccia o meno, in Parlamento ha ancora il 30% dei voti.

Il governo più votato nella storia della Repubblica resta quindi quello dell’ Andreotti IV (1978) con 298 sì, seguito dal governo Monti che arrivò a 281 voti favorevoli.

Ed è la maggioranza meno coesa

“Il governo del Paese”, così lo definisce Draghi, è il terzo esecutivo nella stessa legislatura e risente di due anni e otto mesi di lacerazioni, divisioni, odii e risentimenti. Arriva dopo un anno di pandemia che ha messo in ginocchio il paese. Ecco perchè - dice il premier “riassume la volontà, la consapevolezza e il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono, a cui è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, degli elettori propri e altrui”. Quindi sarebbe sbagliato leggere il governo Draghi dal punto di vista che Santanchè (Fdi) è dalla stessa parte di Paola Nugnes (ex M5s ora Leu), così come La Russa e il grillino Giarrusso, oppure che Toninelli è tornato a votare con Salvini, due che proprio non possono più stare insieme. E’ sicuramente, quello Draghi, un governo che ha lasciato fuori le estremità, a destra e a sinistra (Leu alla fine è entrata per salvare l’alleanza strategica Pd-M5s_Leu) . Alla fine è una buona cosa che il governo Draghi abbia un’opposizione. Onore delle armi a Fratelli d'Italia e a Giorgia Meloni che non ha fatto prevalere il mainstream su superMario (sono state molte le pressioni in questo senso dall’interno), ha rinunciato a qualche incarico di governo ma ne ha guadagnati altri importanti a livello di Commissioni parlamentari come Copasir e Vigilanza Rai.

Il testo della mozione di maggioranza firmato da tutti i capigruppo tranne Fratelli d’Italia fa capire però quanto i partiti che sostengono il governo siano distanti uno dall’altro e con serie difficoltà interne. “Il Senato, udite le comunicazioni del presidente del Consiglio dei ministri, esprime la fiducia al governo” si legge nel brevissimo, didascalico, dispositivo. E’ stato impossibile buttare già qualcosa di più specifico che non andasse ad urtare le sensibilità di uno o dell’altro. Servirà ancora tempo per far calmare le acque.

Draghi, un programma da fine politico

Altro che tecnico. La cifra che più stupisce nella relazione del premier è una raffinata sensibilità politica. I punti programmatici sono quelli attesi. Quelli giusti: lotta alla pandemia, piano di vaccinazioni di massa che vedrà in campo esercito e protezione civile, l’uso di strutture già esistenti e non più dei tendoni con la primula, l’impiego dei medici di base, l’immunizzazione degli insegnanti e i tamponi rapidi per i ragazzi a suola. In pratica il piano di Italia viva, su questo e su altri temi (ristori, lavori pubblici, recovery plan, giovani, sanità) come potrà osservare con una certa soddisfazione e con orgoglio la senatrice Teresa Bellanova nelle dichiarazioni di voto finali. La centralità del tema ambientale, la cabina di regia del Recovery plan saldamente nelle mani del Mef e di volta in volta dei ministeri coinvolti (quindi nella mani di Draghi), la revisione dei progetti alla luce del loro impatto sul mondo del lavoro e della crescita effettiva. Le diseguaglianze, i giovani perchè “la nostra missione è consegnare un paese più giusto e migliore ai nostri figli e nipoti” nella speranza che “ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo”. Apre con il “commosso ricordo di chi non c’è più e che fa crescere il nostro impegno”. E con il pensiero “partecipato e solidale a tuti coloro che soffrono per la crisi economica, che lavorano nelle attività più colpite”: “Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro sacrificio e li ringraziamo”. Non ci sono promesse e Draghi non si rivolge mai “al popolo” così tante volte chiamato in causa in questi anni di populismo e ricette facili. Ci sono però due solenni impegni, anche questi nelle prime battute della relazione. Il primo: “Ci impegniamo a fare di tutto perchè possano tornare nel più breve tempo possibile e nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni”. Il secondo: “Ci impegniamo ad informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento delle regole”. Brucia ancora lo stop allo sci che il premier appena insediato ha dovuto “condividere” con il ministro (confermato) Speranza che però conosceva il problema almeno dal 4 febbraio. Un “regalino” lasciato sulla scrivania dall’ex premier Conte che pure Draghi ringrazia “per aver affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”. Sarà l’unico vero momento di dissenso in aula con i fischi dai banchi della Lega che si mescolano agli applausi dei 5 Stelle. La promessa più solenne è quella di “avviare una nuova ricostruzione” così come già accadde nell’immediato Dopoguerra.

Ciampi, papa Francesco, Cavour e “il coraggio della visione”

E’ costante l’eloquio del premier, qualcuno dice “piatto”, senza enfasi e talvolta la retorica politica la richiede. Ma è come il passo lungo di una maratona: non strappare significa arrivare in fondo. Se ne coglie meglio la potenza leggendolo. La lezione di Ciampi - suo il primo governo tecnico nel 1993 - si ritrova nella citazione continua dello “spirito repubblicano del mio governo” per cui è prioritario, ad esempio, “la qualità delle decisioni, il coraggio della visione e non contano i giorni”. C’è un passaggio chiave: “Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservalo”. Vale per tutti. Ma più di uno in aula qui legge una stoccata a Conte. Così come è diretto a Salvini e ai suoi boys il passaggio in cui Draghi sottolinea: “Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà ad un bilancio pubblico comune”. Il premier va oltre in territori scivolosi e arditi per questa assemblea quando dice: “Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei propri cittadini ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa”. Su questo passaggio Draghi ha perso una decina di voti. Tutti 5 Stelle. Europeismo e atlantismo sono i pilastri del programma di Draghi. “Senza l’Italia non c’è Europa. Ma fuori dall’Europa c’è meno Italia”. Di sicuro “non c’è sovranità nella solitudine”. Che poi fa il paio con “nessuno si salva da solo”.

L’interruttore

Larga parte del programma è dedicata all’ambiente. Anzi, la tutela dell’ambiente è la chiave di tutto il Piano di ripartenza e resilienza, dei 209 miliardi. “Proteggere il futuro dell’ambiente conciliandolo con il progresso e il benessere sociale richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio cloud computing, scuola e educazione, protezione dei territori, biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra”. Draghi le indica ua dopo l’altra “tutte le facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane”. Eccola qui la “visione”: chiara, netta, nitida, sapere dove si deve andare. Sapendo da dove partire: “Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute”. E citando papa Francesco: “Le tragedie naturali sono la risposta della terra ai nostri maltrattamenti. Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore”.

Ora, se qualcuno immagina che “uscire dalla pandemia sarà come riaccendere la luce spenta un anno fa”, si sbaglia di grosso. Non ritroveremo il mondo come lo avevamo lasciato. Alcuni “modelli di crescita dovranno cambiare”. Ad esempio nel turismo, che non sarà così di massa come lo avevo lasciato. “Il governo dovrà proteggere i lavoratori ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito della politica economica nei prossimi mesi”.

Sulle riforme che “saranno affrontate tanto quanto l'emergenza” Mario Draghi cita Cavour: “Le riforme compiute a tempo invece di indebolire l’autorità la rafforzano”. Un’altra stoccata ai governi uscenti e del recente passato. Il problema, dice “sta forse nel modo in cui spesso abbiano disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e conoscenza”. Con questo presupposto saranno affrontate la riforma del fisco (Irpef più basso, pi semplice e progressivo) e della pubblica amministrazione, della burocrazia, del sud e in favore dei una vera parità di genere e “non il farisaico rispetto delle quote rose”.

Il feeling con Emma Bonino

Gli interventi più duri sono nelle dichiarazioni individuali. E tutte dei 5 Stelle o di qualche ex: Toninelli e Giarrusso, Drago e Granato, Crucioli e Paragone, Lannuti. Tutti pescano nel bestiario dei luoghi comuni e delle mezze verità sui tecnocrati cinico che hanno affamato i popoli per tutelare le banche. E Draghi deve ascoltare, senza ribattere come ben sa chi lo sta accusando, le falsità di aver svenduto il paese con le privatizzazioni, impoverito il famiglie con le banche e l’euro, persino “tolto il latte dal seno di una madre”. Tolti loro, anche Fratelli d’Italia riconosce l’autorevolezza dell’ex presidente delle Bce e gli augura buon lavoro. Salvini dice “Draghi ha sempre ragione se l’Europa sarà mamma e non matrigna”, generoso e non tiranna. Matteo Renzi vede nel governo Draghi “la vittoria dell’Italia” e non del suo partito che si becca ogni accusa di tradimento da parte di Leu e 5 Stelle. Teresa Bellanova in piedi per le dichiarazioni di voto accanto a Matteo Renzi, può rivendicare oggi, davanti a Draghi, “la ricerca ostinata di quel drappello di visionari e riformisti che hanno voluto il governo migliore per il paese”. Tutti credono in Draghi. Che ha passato la giornata ad ascoltare e pendere appunti.

 Con Emma Bonino c’è una complicità diversa. La senatrice mette in guarda il premier: “La sua navigazione non sarà semplice, non sarà sempre come oggi. Occorrerà tutta la sua autorevolezza per tenere la barra dritta e bisognerà scontentare qualcuno”. Il premier ringrazia per la stima. Che però “andrà validata e giustificata nei fatti dilatazione del governo da me presieduto”. Applaudono tutti tranne i 5 Stelle. Eppure Di Maio parla fitto fitto con Draghi.