Torna il "giallo", ma sa tanto di "verde". Partiti: ecco chi vince e chi perde sulle nuove riaperture

Giallo rafforzato uguale verde padano: la Lega vince la battaglia sulle riaperture. Ma la guerra (al Covid) la deve vincere Draghi. Pd in affanno, 5Stelle non pervenuti, Speranza resta in bilico.

Mario Draghi e Matteo Salvini (Ansa)
Mario Draghi e Matteo Salvini (Ansa)

Vince la Lega, e vincono i presidenti di Regione, ora guidati dal leghista friulano Massimiliano Fedriga, subentrato al democrat Bonaccini. ‘Non’ perde il ministro alla Salute, Roberto Speranza, che resta al suo posto, ma non perché difeso dalla ‘sua’ LeU (piccola cosa) e dal Pd (media cosa), o dall’ennesima intemerata di Massimo D’Alema “La pressione della destra più becera rischia di logorare il governo Draghi”), ma solo perché l’ombrello del premier lo accudisce sotto la sua ala protettiva, visibile anche fisicamente, durante la conferenza stampa di ieri per illustrare agli italiani le nuove misure. Uno Speranza che, però, si sente “accerchiato”, sa di esserlo e sa anche che, di sicuro, al prossimo passo falso (un coinvolgimento, anche solo indiretto, nell’inchiesta su Guerra, l’Oms, etc.), nessuno lo difenderà più e diventerà sacrificabile in nome di quella ‘ragion di Stato’ che uno come Draghi non esiterebbe, come ha fatto, a far valere. Perde di sicuro il Pd, fermo sulle gambe e ‘perso’ nei suoi tormenti sui candidati alle prossime comunali che trova, non trova, ritrova, riperde, ancora del tutto ripiegato su se stesso e i suoi guai e che non riesce mai a rivendicare nulla (dl Sostegni, riaperture, vaccini) che non abbia già rivendicato, e molto meglio di Letta, Salvini... Non vincono, ma più che altro in quanto non pervenuti, i 5Stelle, ormai immersi in una crisi verticale di leadership, organizzazione, struttura, soldi, rapporti interni e chi più ne ha ne metta. Vince Italia Viva, ma nessuno se ne accorge, tanto ormai Renzi non conta più nulla, come si sa: al massimo, può divertirsi a ‘sfotticchiare’ Bettini sul ‘gomblotto’ contro il governo Conte due. Vince, è ovvio, anche Forza Italia, ma la scena è tutta per Salvini, quindi se ne accorgono in pochi. Perde – e, insieme, vince – la Meloni e il suo FdI: non può rivendicare alcunché, dato che non sta al governo, ma la pressione per “riaprire, e subito” è stata anche la sua e continua a salire nei sondaggi.

Vince, però, e soprattutto, Mario Draghi che, ormai, ha imparato tutte le malizie della politica italiana e dei suoi colpi sotto la cintola e che sa appropriarsi di una spinta (quella della Lega) sulle riaperture “da lunedì” (il 26 aprile, però, non certo il 19 aprile, come voleva imporre Salvini), ma che sa anche mediare con le ‘controspinte’ dei rigoristi al governo (l’asse Pd-M5s, asse sempre più debole e sfilacciato, peraltro) e che impone, come sempre, la sua linea, saggia, mediana, utile agli italiani esasperati come ai medici preoccupati e che riesce a sgusciare tra spinte e controspinte.
Questo è il primo, sommario, bilancio di una giornata, quella di ieri, che ha visto di nuovo il sole prossimo venturo tornare a fare capolino, sul nostro povero, disgraziato, ammalato Bel Paese. Ma meglio procedere con ordine e capire meglio.

Ecco il "giallo rafforzato": la sterzata di Draghi

Torna il giallo, sia pur rafforzato, ma soprattutto dopo mesi di chiusure si inverte la tendenza e si parla di riaperture, con un “rischio ragionato”, come lo definisce con una espressione destinata a diventare presto di uso comune il premier Mario Draghi, che il governo si assume, dati alla mano, perché “si può guardare al futuro con prudente ottimismo e con fiducia”. Una risposta positiva, dunque, è quella del premier agli aperturisti del governo (Lega-FI), ma anche al malcontento crescente nel Paese, come dimostrano le piazze degli ultimi giorni che hanno molto impensierito il premier come pure, ovviamente, tutti i partiti.

L'ultimo giorno di ‘stretta’ sarà quello della liberazione, il 25 aprile, festa nazionale (tranne per Lega e FdI: per loro è semi-lutto nazionale), in Italia: dal 26 aprile si parte con una road map scaglionata, come chiedeva il centrodestra, sia pur con la consapevolezza di dover continuare a guardare l’andamento dei contagi e della campagna vaccinale per poterla rendere effettiva. Da lunedì 26 tornano in classe tutti gli studenti, e fino alla fine dell’anno, nelle zone gialle e arancioni, mentre nelle ‘zone rosse’ (le poche, e sfortunate, che resteranno tali, si spera assai poche) si procederà con un mix di lezioni in presenza e in Dad per seconda e terza media come per le scuole superiori. In zona gialla riaprono i ristoranti che fanno servizio al tavolo all'aperto, sia a pranzo che a cena, anche se resta il coprifuoco fissato alle 22 (non slitta in avanti, per ora), e poi i musei, teatri, cinema e spettacoli con il 50% dei posti occupabili in sala fino a un massimo di 500 spettatori al chiuso e mille all'aperto. Ma, soprattutto, si potrà riprendere a spostarsi tra le Regioni, con un pass che attesterà l'avvenuta vaccinazione, l’esecuzione di un test Covid negativo in un arco temporale da definire - si parla di 24 ore - o l'avvenuta guarigione dal Covid. Inoltre, con queste stesse modalità si potrà accedere ad eventi culturali e sportivi. Dal 15 maggio sarà possibile anche andare nelle piscine, ma solo all’aperto. Dal I giugno a pranzo si potrà andare al ristorante anche al chiuso, seguendo le nuove linee guida così come avverrà anche per le palestre. Dal I luglio tornano fiere e congressi, anche qui con un nuovo protocollo, così come riaprono stabilimenti termali e parchi tematici, ma con nuove linee guida. Insomma, l’Italia riapre i battenti, ‘quasi’ come la Gran Bretagna, non certo come Israele, ma molto meglio e prima di Francia e Germania, dietro solo alla Spagna. Un successo, per quanto sofferto, per il premier.

La faticosa sintesi trovata nella cabina di regia con Giorgetti che urla e Speranza che resiste

La sintesi è stata trovata dalla ‘cabina di regia’ del governo e arriva dopo il pressing del centrodestra, a livello politico, come di commercianti e ristoratori a livello sociale. Ma l’accordo è stato duro, faticoso e assai in bilico, condito da urla, polemiche, scontri e veri ‘scazzi’. Per dire, ancora in mattinata di ieri c’è stata un’accesa discussione tra il fronte degli aperturisti, capeggiati dal leghista Giancarlo Giorgetti e dalla forzista Maria Stella Gelmini, supportati dalla ministra Elena Bonetti di Iv, e il fronte dei rigoristi con in prima linea, ovviamente, il ministro Roberto Speranza, supportato da Dario Franceschini del Pd (che pure, per le ‘sue cose’, quelle di cultura e spettacolo, è diventato un aperturista…) e Stefano Patuanelli (M5s), sola voce pentastellata ancora dotata di raziocinio e capacità politica all’interno di un Movimento ormai afasico, afono e in tutt’altre faccende (interne) affaccendato.

Giorgetti è il più veemente, più volte si alza spazientito come pronto ad andarsene: “Se non volete aprire, mostrate i dati che vi sorreggono. Altrimenti ha ragione Salvini, volete che la Lega vada fuori dal governo”, sbotta a un certo punto. “Ora però - gli ribatte un ministro rigorista - non spacciate la road map per una vittoria della Lega, serve responsabilità per stare in maggioranza”. E' una ‘liberazione’, ma non una vittoria della Lega, spiegano i leghisti, anche perché già Salvini preme per fare di più e allungare il coprifuoco, per ora confermato alle 22 perché Speranza, almeno su questo, fa le barricate e non si muove.

Lo scontro su Speranza e pure sul ‘coprifuoco’

Ma la sfida è già stata lanciata per il Cdm che si terrà necessariamente la settimana prossima per approvare il nuovo decreto aperture: “Parleremo di coprifuoco. Io non voglio peccare di ottimismo – promette già battaglia Salvini – ma visto che la vita all'aperto comporta meno rischi, conto che possa essere rivisto”. La misura, ha spiegato il ministro della Salute, per ora rimane, “il governo poi valuterà settimana per settimana l'andamento della curva ed eventualmente modificherà questa disposizione”. Anche perché – puntualizza, in questo caso, accanto a lui, il premier – “se i comportamenti sono osservati, la campagna vaccinale non ho dubbi che andrà sempre meglio e la probabilità che si debba tornare indietro è molto bassa”, è la previsione di Draghi che conta anche su un autunno molto diverso dal precedente perché “avremo una vaccinazione molto diffusa”.

Solo la mediazione di Draghi trova la quadra

Se si apre troppo, poi si rischia in fretta di dover richiudere, insistono i ministri rigoristi. In cabina di regia si discute anche, e a lungo, della scuola: far tornare tutti in classe vede i leghisti su una linea più prudente. E poi: quali regole dare a chi apre? C'è un “limite di sostenibilità”, osservano gli aperturisti: se un catering riparte, deve avere almeno 50 posti di capienza, perché se si fissa l'asticella a 30 tanto vale non riaprire. Alla fine tutti benedicono la mediazione ‘ragionevole’ di Draghi. Virare verso l'apertura è una scelta che sposano tutti, con più o meno prudenza. Le scorie però in maggioranza restano e non si depositano.
La soluzione di compromesso, cercata e voluta da Draghi, lui stesso la spiega in conferenza stampa: “E’ chiaro che si arriva a una decisione così importante con punti di vista che, per forza di cose, non sono uguali – dice il premier - non foss’altro perché le decisioni sono tante. In comune c'era la strada dove andare, poi esistevano diversità di vedute su alcuni aspetti. Ma sono contento che la decisione è stata presa all'unanimità, non a maggioranza”, sottolinea il premier. Lo stesso uomo, a dirla tutta, che, il giorno prima, a Salvini, aveva chiesto di “non perdersi in inutili dispetti” come avrebbe detto un maestro di scuola al Garrone di turno, ma che ieri, alla fine, ha dovuto, appunto, dargli ragione.

Salvini, dopo aver vinto, vuole stravincere…

Fonti della Lega, non appena Draghi finisce di parlare, non a caso esultano e s’intestano la svolta: “Passa la linea di Matteo, col ritorno delle zone gialle già da aprile e un chiaro programma di riaperture. I più di mille sindaci leghisti in tutta Italia annunciano che nei loro Comuni non ci sarà la tassa di occupazione del suolo pubblico per bar e ristoranti: un bel segnale per ricominciare a lavorare. È un altro risultato importante raccolto dalla Lega, che soprattutto nelle ultime settimane ha rappresentato con forza le richieste del popolo dei “dimenticati” (bar, ristoranti, palestre, cinema e teatri) e che si somma al Decreto Imprese con 40 miliardi per il mondo produttivo e le partite Iva”. Conclusione – trionfante e scontata, ma non lontana dal vero: “Via Arcuri, nuovo capo della Protezione civile, basta codici Ateco, Maxi Decreto con record di investimenti, stop ai Dpcm e ora le riaperture: la discontinuità col Conte 2 è sempre più evidente”. Morale, goal a porta vuota mentre il Pd lamenta i toni ‘divisivi’ di Salvini…

Il ‘problema Speranza’ e il ‘problema Salvini’

Salvini, ma in chiaro, parla di “buonsenso” e punge Speranza, tanto per non farsi mancare nulla: “Senza la Lega al governo oggi la cabina di regia avrebbe visto prevalere la linea Speranza”. Infatti, all’interno della maggioranza restano ampie le distanze di valutazione sull’operato del ministro alla Salute. Dopo che Fratelli d’Italia ha annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti, M5s, Pd e Leu hanno fatto quadrato intorno al ministro, Forza Italia si è sfilata dall'attacco, mentre la Lega chiede prima di tutto di leggere la mozione e rimanda poi il suo giudizio finale alla nascita di una commissione di inchiesta sugli errori per contrastare la pandemia, commissione chiesta da Italia Viva, che così si fa ‘carnefice’ di Speranza. Insomma, il ‘caso Speranza’ è stato solo spostato in là, come dead line, ma prima o poi lo scontro sulla sua figura arriverà al pettine e saran dolori.
Non a caso ieri, Francesco Boccia (segreteria del Pd) provava a rilanciare la palla in campo avverso dicendo – proprio come D’Alema il giorno prima – che “al governo esiste un ‘problema Salvini’..”. Il che, per carità, è anche vero, ma per ora il ‘problema Salvini’ è quello di uno che vince (quasi sempre) mentre Boccia manco riesce a mettere d’accordo i dem locali nelle varie città che andranno al voto su un candidato unitario.
Ma su Speranza si concentra pure uno scontro che vede sottotraccia altre motivazioni, dagli equilibri politici dell’esecutivo – con l’asse Lega-FI-Iv sempre più forte - al braccio di ferro proprio sulle riaperture, su cui Draghi ha chiesto all'intera coalizione “più unità” e meno fughe in avanti.

Il warning del premier: okkio alla Sardegna…

L'obiettivo del premier è stato dunque di mediare tra i partiti e tra questi e le regioni per definire una road map che permetta un progressivo ritorno alla normalità ma “con grande prudenza” e in base alla parola d’ordine cui a palazzo Chigi si stanno ispirando da settimane: “gradualità”.
Un avvertimento comunque viene lanciato, da Draghi, e pubblicamente. Il premier è convinto che la campagna vaccinale andrà avanti in maniera massiccia, quindi se i contagi dovessero nuovamente aumentare la responsabilità sarà di chi non rispetta le norme di comportamento. “Questo rischio che il governo ha preso, che certamente incontra le aspettative dei cittadini - dice il premier - si fonda su una premessa: che quei comportamenti che governano le attività aperte siano osservati scrupolosamente, mascherine e distanziamenti restano”. Altrimenti nulla vieta di tornare a una fascia di rischio più alta perché la divisione dell’Italia fondata su tre colori rimane. L’esempio della Sardegna, che da zona bianca con i ristoranti aperti la sera è tornata in zona rossa, è eloquente. Per adesso si è voluto rispondere “al disagio delle categorie, portando a una maggiore serenità nel paese”, dice Draghi, ma la guardia rimane alta. “Gradualità”, appunto.

Proseguono gli incontri di Draghi con i partiti, ma sul quadro economico decide soltanto lui

“Non sono decisioni prese così, per vedere l'effetto che fa...”, assicura in conferenza stampa, allargando un sorriso, il premier, il quale spiega che aprire serve anche a far ripartire l'economia, che il suo esecutivo sosterrà nei prossimi anni accumulando ancora debito. Se la scommessa sarà vinta, spiega Draghi, non saranno necessarie manovre correttive e il debito scenderà per effetto della crescita. Ma intanto gli aiuti devono farsi più selettivi, sostenere le aziende ‘vive’. E deve partire il piano di investimenti e opere del Recovery plan, con “forti semplificazioni”.
Sempre nel pomeriggio di ieri, il presidente del Consiglio ha proseguito i suoi incontri con le forze politiche. Dopo aver visto, l’altro ieri, M5s e Lega, erano in agenda i colloqui con Pd e Forza Italia, i quali bisticciano tra di loro sui dossier ‘divisivi’ e meno male che Letta, in tv, l’altra sera, aveva detto di volersi ‘alleare’ con FI.

Mentre quelli con Iv e LeU ci saranno all’inizio della prossima settimana, cioè ‘a babbo morto’, quando cioè tutto sarà stato già deciso, il che la dice lunga sullo scarsissimo potere di interdizione dei due partiti ‘cenerentola’ (Iv e LeU, appunto) che fan parte della maggioranza. Al centro dei vari colloqui c’era, ovviamente, sempre il Piano nazionale per il Recovery Plan, che deve esser presentato a Bruxelles a fine mese. La verità, però, su quest’ultimo punto, è che hanno ‘perso’ tutti i partiti e i loro ministri (politici) mentre hanno già ‘vinto’ Draghi e i suoi ministri tecnici: investimenti, Decreto Sostegni 2, con i suoi 40 miliardi di stanziamenti, nuovo Def (e, in previsione, nuova manovra economica), punti e risorse del PNRR da allocare e definire, rapporto deficit/Pil all’11,8%, debito al 160%, insomma l’intera ‘cornice’ (più punti e virgole) del quadro macroeconomico dell’Italia che verrà le decide solo e soltanto lui, Mario Draghi, al massimo con il consiglio dei suoi super-tecnici. I partiti possono pure giocare a ‘braccio di ferro’ sulle riaperture, attribuirsene i meriti, e anche litigare su Speranza (o sul Copasir o su altri ddl), ma sono ‘balocchi’ per bambini. La ciccia, cioè l’economia, beh, di quella si occupa solo Draghi.