Maggioranza bulgara per Draghi. Più difficile l’incastro dei ministri. I 5 Stelle pensano al voto su Rousseau

Stamani le consultazioni di Lega e M5s. Salvini verso il Sì. Il faccia a faccia Grillo-Draghi. E al posto dello streaming arriva lo strooming. C’erano una volta destra/sinistra, europeisti ed antieuropeisti. Adesso l’unità nazionale

Maggioranza bulgara per Draghi. Più difficile l’incastro dei ministri. I 5 Stelle pensano al voto su Rousseau
Il premier incaricato, Mario Draghi (Ansa)

Mario Draghi avrà una maggioranza larga, ben più della sognata, fino a due giorni fa, Ursula, l’inedita alleanza  Ppe, Pse e M5s che alle Europee del 2019 fermò l’assalto dei sovranisti. Grande maggioranza non significa vita facile. Sarà un governo “politico” a guida di un “tecnico” ma l’incastro dei ministri, per dare retta a tutte le anime del nuovo governo, potrebbe presto diventare un boomerang.

Nei primi due giorni di consultazione hanno detto sì “senza condizioni” Pd, Iv, Forza Italia, Autonomie, i Responsabili del Maie e del Centro democratico, quelli che dovevano sostenere il Conte ter. Ha detto un sì condizionato Leu perchè “non possiamo certo andare al governo con le destre” ma se ne dovranno fare una ragione. Fratelli d’Italia continua a recitare la sua parte. “Saremo all’opposizione perchè non possiamo votare con Pd e M5s” ha detto ieri Giorgia Meloni che però deve avere tante pressioni da quella parte di elettorato che anche in Fdi guarda all’impresa e ai liberi professionisti a cui probabilmente non sarebbe dispiaciuto andare a vedere le carte di Super Mario. “Daremo una mano senza avere nulla in cambio anche stando all’opposizione” ha sottolineato Meloni punzecchiando chi, anche nella sua coalizione, è sospettato di andare verso il Sì per partecipare da protagonisti al gran tavolo del Recovery plan. Nelle prime liste di ministri “ufficiose” era girato persino Guido Crosetto, fondatore di Fratelli d’Italia, con un incarico al Mef. Gli appuntamenti decisivi per continuare a comporre il quadro della maggioranza Draghi sono stamani, prima la Lega e poi i 5 Stelle. 

La metamorfosi di Salvini 

Salvini sta cedendo il passo, ora dopo ora,  alla linea Giorgetti e dei governatori, a cominciare da Zaia. Il no di quattro giorni fa è diventato il “vediamo” di tre giorni fa con sempre maggiori aperture (“andiamo ad ascoltare quello che ci darà Draghi”) fino all’apertura di ieri pomeriggio quando ha parlato di “ministri leghisti” e ha negato ipotesi di appoggio esterno.   “Noi non facciamo le cose a metà, se ci siamo ci siamo” ha detto. “Siamo pronti a metterci la faccia senza condizioni. Chi sono io per dire io sì e tu no. Noi con Draghi non diremo non voglio tizio”. Non è un Sì o un No a prescindere, ma  “in questo momento l'interesse del Paese deve venire prima di quello dei partiti. E gli italiani oggi ci chiedono coraggio e serietà”. E’ chiaro che la Lega non potrà autorizzare patrimoniali, aumento di tasse o l’azzeramento di Quota 100. Ma è altresì chiaro che Mario Draghi non comincerà da questi dossier, i più divisivi, la sua operazione di salvataggio dell’Italia.

Siamo davanti ad un riposizionamento totale di Salvini rispetto al quadro politico. In qualche modo atteso e auspicato da larghe fette dell’elettorato leghista, soprattutto quel nord rimasto spiazzato e deluso dalla svolta statalista e assistenzialista della Lega nei quattordici mesi in cui ha governato con i 5 stelle. Svolta che Giorgetti, sponsor di Draghi almeno tanto quanto Renzi (e i due si sono molto parlati in questo periodo) ha curato nei vari passaggi fin dall’autunno dopo la sconfitta alle regionali. 

Lo strooming al posto dello streaming

Nella Lega, un vero partito vecchio stampo, funziona così: pochi dibattuti e chi deve decidere lo faccia in fretta. Anche se in controtendenza. Nei 5 Stelle invece è partito subito martedì sera, appena arrivata la notizia dell’incarico a Draghi, un dibattito disperato su “e ora cosa facciamo?”. Mercoledì s’era messa male. Non pochi hanno provato a blindare Conte: “Vogliamo lui premier, ripartiamo da dove eravamo rimasti…”. Quando i passaggi sono difficili - e ormai ce ne sono stati tanti - e il rischio delle fughe e delle diaspore diventa pericoloso, si muove Beppe Grillo, il fondatore e proprietario del simbolo. L’attore comico è arrivato a Roma ieri mattina. Nella Capitale anche Davide Casaleggio, Una riunione di capi per evitare follie. Come quella di dire no a Draghi a prescindere  come invece vorrebbe fare Alessandro Di Battista e qualche suo fan. Una trentina tra Camera e Senato. Quando la crisi è esplosa (11 gennaio) Grillo aveva suggerito, così in generale, di non escludere accordi con nessuno, persino con Italia viva su cui invece erano calati gli strali della Comunicazione di palazzo Chigi. Stamani Grillo che ha guidato per dieci anni Vaffaday al grido “banche killer”, “finanza assassina” e varianti varie circa “l’odiato establishment”, guiderà la delegazione al cospetto di Draghi. Con lui il capo politico, Vito Crimi, la vicepresidente di Palazzo Madama, Paola Taverna, il capogruppo al Senato Ettore Licheri e quello alla Camera Davide Crippa con il vice Riccardo Ricciardi. Prima di sedersi al tavolo faranno un punto a Montecitorio a cui parteciperanno Luigi Di Maio, Riccardo Fraccaro, Alfonso Bonafede e Stefano Patuanelli. E ci sarà anche Giuseppe Conte, al suo esordio politico con un ruolo ancora da definire nel Movimento a cui ha promesso: “Ci sono e ci sarò sempre”. E se un tempo c’era il vanto dello streaming - se lo ricordano ancora Bersani e Renzi - questa volta la regola sarà: fuori i cellulari dalla stanza. Modalità “strooming” invece dello “streaming”. 

Il voto su Rousseau? 

 La linea condivisa da Grillo e Di Maio è che non si possa andare contro la strada indicata dal Colle, e di conseguenza non si può non ascoltare il presidente del Consiglio incaricato. Una posizione questa che sembra aver compattato i 5S attorno all'ipotesi del via libera al governo Draghi purché “politico”.  con a capo l'ex numero uno della Bce. E’ probabile che Davide Casaleggio, anche lui a Roma ma non presente alla riunione, proponga il voto su Rousseau come precondizione per il via libera. Casaleggio ha incontrato “diversi parlamentari e ministri a Roma”. E ci sarebbe “ampio consenso sul fatto che l'unico modo per avere una coesione del Movimento sarà quello di chiedere agli iscritti su Rousseau”. Secondo il regolamento spetta al capo politico - quindi a Crimi - decidere se indire o meno la votazione. L’eventuale ricorso a Rousseau ammorbidisce i più ostili all'esecutivo Draghi, Toninelli, Morra, Lezzi, la stessa Taverna, Villarosa che chiedono il voto “per autodeterminarsi”. “Lo abbiamo sempre fatto prima di ogni nuovo governo e di ogni decisione delicata, non si capisce perchè non si debba fare questa volta”. Categorico, invece, il no di Alessandro Di Battista per cui il “banchiere” era e resta un concentrato di interessi e poteri negativi.

Se il Movimento dovesse accettare di appoggiare il governo Draghi, al netto anche di una piccola scissione già messa in conto, non sarebbe una sconfitta per chi entrò in Parlamento con la promessa di “aprirlo come una scatoletta di tonno” (cit. Grillo). Ma la crescita responsabile di un Movimento che ha saputo, tra mille difficoltà, riconoscere errori e mettere al bando rigidità. Una buona notizia. 

La decomposizione del quadro politico

E’ un fatto che la carta Mario Draghi ha fatto “esplodere” il quadro politico parlamentare dopo tre anni di equilibri instabili, quasi volatili, figli della frammentazioni dei numeri e di quello “schema nuovo” che ha visto europeisti contro antieuropeisti. Adesso che l’Europa “è cambiata”, siamo tutti europei.  Nel centrodestra Tajani si affretta a precisare che se anche ognuno dovete decidere per strade diverse, “non sarebbe la fine della coalizione” ma solo la “necessità di dare vita appunto al governo dei migliori nell’interesse degli italiani”. L’unità nazionale necessaria per affrontare l’emergenza che vive il Paese.

 Ma non c’è dubbio che siamo davanti ad un rimescolamento di posizioni trasversali alle ideologie o quello che ne rimane. L’Italia potrebbe diventare un laboratorio inedito anche a livello europeo per capire dove va la politica superati gli schemi destra e sinistra, europeisti ed antieuropeisti. Una pax politica che ha un padre, il presidente Sergio Mattarella: “Chiedo ai partiti e alle forze politiche di andare oltre le tradizionali appartenenze” aveva detto il martedì sera annunciando l’incarico a Draghi. E un agente provocatore, quel Matteo Renzi che ieri, dopo la consultazione con Draghi incontrando i giornalisti ha sollevato per un attimo la mascherina e ha mostrato per un attimo la faccia sorridente per dire: “Io adesso sono rilassato. Molti sono contenti perchè Italia viva non sarà più rilevante in una maggioranza larga? Perchè avremo meno ministri? L’unica cosa che conta è che sarà un signore che si chiama Mario Draghi a decidere come spendere i 209 miliardi del Recovery plan. E questa è la migliore polizza assicurativa per il paese, i nostri figli e i nostri nipoti. E ora arrivederci, ci vediamo nel 2023”. Italia viva darà il suo sostegno al governo Draghi senza se e senza ma. Molto probabilmente con la Lega di Salvini e i 5 Stelle di Crimi. Ma anche con la Lega o magari senza i 5 Stelle. Senza limiti e gabbie ideologiche. Per qualcuno “il grande caos”. Per altri “il governo di salute pubblica” tante volte invocato. 

Numeri & scenari

Draghi farà un secondo giro di consultazioni. A partire da lunedì. E ci saranno anche le parti sociali. Più veloce di questo. Sarà quello il momento delle proposte. E degli indizi sulla formazione della squadra di governo. In ogni caso sarà un governo molto politico. Il governo, questa volta sì, dei migliori. Il modello è quello del governo Ciampi, premier tecnico, ministri politici, fuori le “estremità” di allora, Msi e Prc. Oggi Fratelli d’Italia e qualche piccola frangia grillina o ex grillina. L’ex presidente della Bce ascolterà tutti e poi deciderà da solo (con il Presidente Mattarella). Nei vari colloqui ha confermato che le priorità del suo programma sono quelle già indicate: lotta al virus, vaccinazione, lavoro, giovani e Recovery plan. Nodi come la giustizia e la legge elettorale saranno compito del Parlamento. Che dovrà realizzarli in tempi determinati, però. 

Un governo, quello di Draghi, sostenuto da maggioranze bulgare alla Camera e al Senato. Prendiamo le tre ipotesi. Tutti-dentro tranne Fratelli d’Italia significa un maggioranza, voto più voto meno,  di 595 voti alla Camera e 296 al Senato. Tutti dentro tranne Fdi e M5s, segna una maggioranza di 406 alla Camera e 204 al Senato. Anche con un improbabile, a questo punto, passo indietro della Lega che resterebbe fuori con Fdi, la maggioranza sarebbe larga alla Camera  (466) e anche al Senato (223). Un autostrada per il governo del Presidente.