Draghi bifronte: king maker in politica estera e arbitro delle risse della sua larga maggioranza

Palazzo Chigi alle prese con l’organizzazione di un G20 allargato per trovare soluzioni condivise alla crisi afgana. L’Europa non può restare “sola” e deve evitare una nuova Siria. Però deve anche gestire 23 riforme da approvare entro la fine dell’anno legate al Pnrr e la pandemia

Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi (Ansa)

Sembrano due storie diverse, persino opposte per contenuti e modalità. E invece è sempre l’Italia governata dalla “larga maggioranza” di Mario Draghi. Con lo stesso punto di vista: palazzo Chigi. In una “storia” c’è Mario Draghi che tesse la sua tela di king maker della politica internazionale - relegando il ministro degli Esteri Luigi di Maio al ruolo di maestro di cerimonie - e cerca, interpretando in pieno la presidenza del G20, di trovare una soluzione “quanto più allargata e coordinata alla crisi afgana” che ha inesorabilmente aperto il fronte del rischio terrorismo jihadista e quello umanitario, sia sotto il profilo della massa di profughi che tra breve cercheranno di entrare in Europa che quello dei diritti umani soprattutto di donne e bambini costretti a fare i conti con il ritorno del regime talebano. Nell’altra “storia” c’è la cronaca minore e spicciola e terribilmente noiosa di forze politiche alle prese con le elezioni amministrative,  l’agenda delle riforme legate al Recovery plan e con l’elezione del Capo dello Stato.

Protagonismo globale

Su tutto questo da Ferragosto, quando la presa di Kabul ha costretto tutte le diplomazie a fare i conti con qualcosa che non era stato previsto,  si erge il prestigio e il livello della mediazione internazionale avviata dal premier Mario Draghi come presidente di turno del G20. Un ruolo che, per la drammaticità del momento e per l'autorevolezza e i riconosciuti riscontri dell'attenta azione promossa per raccordare e superare pregiudiziali e criticità nei rapporti fra le superpotenze, l'Europa, la Nato e l'Onu, conferisce all'Italia un inedito e fino adesso mai raggiunto protagonismo globale. Al tentativo di Draghi di traghettare l'Italia nel futuro trasformandola in un Paese digitalizzato, liberato dal mostro della burocrazia, con infrastrutture moderne e un livello di trasporti e collegamenti efficienti, si contrappone una realtà politica frastagliata e oggettivamente arretrata.

La tela di super Mario

Il Presidente del Consiglio ha iniziato a muoversi prima ancora che i talebani entrassero a Kabul. Dalla campagna umbra, mentre la maggioranza si accapigliava sul caso Durigon, sui rave party e sulla presunta “inadeguatezza” del ministro dell’Interno,  il premier ha compreso immediatamente la portata tragica di quello che stava accadendo che tutto era tranne che un concordato passaggio di consegne con annesso ritiro delle missioni ventennali nato e Onu.  E ha intuito che per evitare sette anni dopo il “disastro” Siria (milioni di profughi in marcia verso l’Europa e la riorganizzazione delle cellule terroristiche) la mediazione questa volta doveva essere globale. Non il G7, che la presidenza inglese ha convocato il prima possibile il 24 agosto, bensì il G20 di cui l’Italia ha la presidenza di turno in forma a sua volta allargata. Perché l’unica speranza di tamponare il disastro afgano e stabilizzare l’area passa, appunto, attraverso il coinvolgimento di tutti i paesi confinanti con l’Afghanistan e dell’aria centrale.  Quindi Draghi, che si è mosso da subito in asse con Parigi, Berlino e Bruxelles, prima ha strappato l’ok di Johnson, poi quello - anche se meno convinto - di Biden che teme che quell’assise possa diventare una sorta di “processo agli Usa e al governo di Washington”. Poi è toccato a Russia e India. Con Erdogan i contatti sono avviati: anche la Turchia ha un ruolo decisivo nell’are centroasiatica. Palazzo Chigi è già al lavoro per un decisivo colloquio con la Cina di Xi Jinping. Al regime comunista cinese sarà chiesto per una volta di ragionare non solo in termini commerciali - a Pechino va bene tutto pur di poter finalmente sfruttare in assoluta egemonia i diritti sulle miniere di rame e l’estrazione di terre rare arginare dovrebbe - ma in un contesto umanitario e di lotta al terrorismo.

Lavrov a Palazzo Chigi

La mattina del 27 agosto la diplomazia russa ha fatto il suo ingresso di prima mattina a palazzo Chigi con Serghej Lavrov in persona. Mosca è alle prese tra un mese con il rinnovo della Duma, il partito di Putin (Russia unita) è ai minimi storici e le testimonianze dei reduci russi dall’inferno afgano negli anni ottanta sono ancora così forti da suggerire a  Putin di dialogare per avere un posto al tavolo del G20 allargato (dove caso mai poter anche umiliare Washington, ma questo è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo). L’accordo con Mosca è necessario per poi tentare quello con Pechino. Lavrov ha concordato sulla formula allargata e condivisa perché riflette “la realtà multipolare del nostro mondo”. La lotta al terrorismo deve essere in cima all’agenda. Così come devono essere invitati al tavolo tutti i paesi confinanti Uzbekistan, Tagikistan, Uzbekistan,  Pakistan e anche l’ Iran. E questo è un ulteriore ostacolo per Draghi: contattare direttamente Teheran sarebbe un dito nell’occhio a Washington. Mosca ha una serie di buoni motivi per accettare il G20 allargato. In questi vent’anni di missioni Nato e Onu è sempre rimasta in contatto con tutti gli attori presenti in Afghanistan, Talebani compresi,  ma non vuole dare idea di fare da stampella all’Occidente. Anche Mosca deve evitare che il terrorismo riprenda fiato e ritrovi preziose basi logistiche nell’asia centrale. E deve anche evitare situazioni come quelle che si stanno profilando: ad esempio che i turchi prendano il controllo dell’aeroporto di Kabul su richiesta dei Talebani che non avrebbero il know how per gestire lo scalo.
Mosca gioca quindi un ruolo centrale. Dopo Lavrov, Draghi venerdì ha parlato al telefono con il presidente indiano Narendra Modi che ha condiviso le motivazioni del G20 allargato. Il prossimo obiettivo è Xi Jinping. Il colloquio potrebbe già avvenire in questa settimana. Pechino e Mosca sono disponibili a giocare la loro parte in questo scacchiere. Washington è meno interessata, tema che il G20 diventi l’occasione per fare un processo agli Usa, tutto sommato ritiene il Consiglio sicurezza dell’ Onu l'unico format possibile (obiezione portata subito all’attenzione del Parlamento italiano dal senatore a vita Mario Monti). Non è certo nella condizione di dire no a priori. Il fattore tempo è decisivo. Le uniche finestre per organizzare, da remoto, il G20 allargato sono tra l’8 e il 10 e poi tra il 15 e il 17 settembre. Dopo è impossibile andare perché si accavallerebbe con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (23 settembre).

23 riforme entro la fine dell’anno

Di fronte a questo scenario “alto”, c’è quello “basso” dove la dialettica fra i partiti cavalca il timore di attentati terroristici afgani, si avvita con i timori per l'esodo dei profughi e con gli interessi elettorali e corporativi contrari ai provvedimenti necessari per fronteggiare la pandemia. Da non sottovalutare i contraccolpi per le dimissioni del sottosegretario leghista Durigon richiesta da Draghi e incassate con apparente nonchalance da Salvini. E il duello continuo a destra, ma anche a sinistra. Tra amministrative a ottobre ed elezione del Capo dello Stato, il governo dovrà approvare entro la fine dell’anno ben 23 riforme legate al Pnrr e al via libera alla seconda tranche di finanziamenti.  Nelle prime due settimane di settembre i governo deve far approvare la riforma del fisco e dalla legge sulla concorrenza rinviate dalla fine di luglio. Come già per la Giustizia (che dovrà passare dal Senato entro la fine dell’anno) le distanze fra le forze politiche della maggioranza sono notevoli. Conte e i 5 Stelle alzano muri contro la prevista rimodulazione, ovvero il ridimensionamento, del reddito di cittadinanza. Salvini e la Lega oscillano fra le tesi della flax tax, cioè dell'aliquota fissa sul reddito, e quelle dell'anticipo della pensione a quota cento. Il Pd è alle prese con il braccio di ferro fra il ministro del Lavoro Andrea Orlando e Confindustria su delocalizzazioni e ammortizzatori sociali. In tutto questo, ci sarà da discutere la legge di bilancio. E soprattutto, fare ancora una volta i conti con la ripresa dell’anno scolastico,  il ritorno dalle ferie (smart working sì o no?), le curve del contagio e il tasso di vaccinazione. In una parola con i due decreti che hanno introdotto l’uso del green pass e l’eventualità dell’obbligo vaccinale. La battaglia in Parlamento inizierà il primo settembre.

La “prova” delle amministrative

Sullo sfondo di tutto questo si muove il grande cantiere dei partiti e delle alleanze. Gli esiti del voto del 3-4 ottobre confermeranno o faranno saltare i progetti di alleanze e di unificazioni. Da una parte l'alleanza fra 5 Stelle e Pd, messa a rischio dalla scarsa consistenza, o secondo i sondaggi più pessimistici dalla non sopravvivenza dei grillini alle amministrative. Mentre nel centrodestra un eventuale insuccesso, non solo a Roma, ma anche a Milano e nella maggior parte delle altre grandi città, acuirebbe le divisioni fra la Lega e Fratelli d'Italia, fino a provocare una frattura difficile da ricomporre.