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Draghi, immigrazione, alleanze europee: Giorgia e Matteo divisi su tutto. Tranne sul Ponte

Lo scontro tra i due soci di maggioranza ieri è stato plastico. Sull’incarico all’ex premier, Salvini taglia corto: “Di questo incarico non penso nulla. Buona fortuna”. Sul numero di sbarchi: “Abbiamo solo perso tempo, dobbiamo tornare ai miei decreti sicurezza”. Von der Leyen affida a Draghi un nuovo “whatever it takes” per blindare la competitività del made in Europe

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Draghi, immigrazione, alleanze europee: Giorgia e Matteo divisi su tutto. Tranne sul Ponte
Meloni e Salvini (Ansa)

Ha visto lei, Giorgia, che andava in Rai, da Vespa, doppio passaggio, anteprima e il salotto di Porta a Porta. Ha visto lui, Mario Draghi, richiamato in servizio dall’ “odiata” Europa per blindare l’industria europea sulla competitività. E ha visto di nuovo lei, questa volta Ursula, sfilargli dalla tasca un tema vincente della campagna elettorale: incapaci di tutelare la competitività del made in Europe. Soprattutto ha visto loro, i migranti: settemila sbarcati in un giorno e in una notte a Lampedusa (il record di sempre da quando esiste l’hot spot sull’isola) e 140 mila dall’inizio dell’anno, più del doppio dell’anno prima e siamo appena a settembre. E ha visto di nuovo loro, Francia e Germania, alzare la mano e dire stop. “Vi dovete riprendere i dublinanti, coloro che sono stati identificati in Italia e poi in qualche modo sono arrivati fin da noi”. Ma come, si chiede da giorni Matteo Salvini, Giorgia ha accentrato il dossier immigrazione - anche oltre a tutti gli altri - a palazzo Chigi, lo ha affidato a Mantovano e questo è il risultato? 

“Draghi chi…”

Così, dopo aver visto tutte queste cose, il leader della Lega ha fatto una conferenza stampa nella sede della Stampa Estera, ore 18. Più o meno negli stessi minuti Giorgia Meloni arrivava in Rai per registrare con Vespa l’Anteprima che sarebbe andata in onda alle 20 e 30 e poi Porta a Porta. Immaginate: lo streaming dalla sede della Stampa estera e in contemporanea i lanci delle agenzie con i virgolettati di Giorgia. In pratica ieri è andato in scena in maniera plastica il frontale nella maggioranza. Sul ritorno in campo di Draghi Meloni la vede così: “Iniziativa che non è contro di noi”, anzi è una “buona notizia. Perché Draghi è uno degli italiani più autorevoli che abbiamo e quindi presumo che possa avere un occhio di riguardo per la nostra nazione”. Proprio quello che rimprovera a Gentiloni di non aver avuto. Per Salvini la notizia arrivata nella prima mattinata direttamente da Strasburgo è invece un dito nell’occhio e quindi: “Di questo incarico a Draghi non penso nulla. Buona fortuna”.

I mal di pancia di Salvini iniziano di prima mattina via via che Ursula von der Leyen espone al Parlamento europeo, l’ultimo della legislatura, il suo bilancio e il suo programma politico per un eventuale prossimo mandato (non ha mai detto però di volersi ricandidare). Quando la presidente accusa la Cina di “invadere il mercato europeo con auto elettriche a costi troppo bassi”, Salvini ha il primo sturbo di giornata. “Ma come, la Lega denuncia questo rischio da anni e l’Europa di sveglia adesso. Sono distratti, incompetenti e complici?”. Poi arriva la notizia dell’incarico a Mario Draghi. Non era stata anticipata al governo. Così almeno pare. Si tratta in fondo di una consulenza mirata. Ma se si parla di Mario Draghi, di un whatever it takes parte seconda sulla competitività del made in Europe e tutto questo coincide con un articolo-manifesto pubblicato su Economist una settimana fa e l’inizio della campagna elettorale per le Europee, insomma, difficile credere - come sostengono fonti vicine all’ex premier - che si tratta “solo di un incarico temporaneo che consiste nell’elaborare uno studio-analisi e una proposta”.

La competitività della Ue

Quello di von der Leyen su Draghi, nel discorso durato quasi un’ora in cui ha tratto un bilancio “assai soddisfatto di questi cinque difficile anni” e ha fatto capire di volersi candidare per un secondo mandato (“c’è ancora molto lavoro da fare”), è stato un passaggio veloce ma ricco di messaggi. “Dobbiamo guardare avanti e stabilire come rimanere competivi in questa fase. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi, una delle migliori menti economiche d'Europa, di preparare un rapporto sulla competitività dell’Europa, per far sì che rimanga competitiva anche durante la transizione ecologica. L’Unione farà 'whatever it takes' per mantenere il suo vantaggio competitivo”.

La Presidente della Commissione ha fatto un discorso e tracciato un quadro molto lucido della situazione dell’economia europea che “attraversa un momento molto delicato per cui serve tutto il miglior arsenale disponibile”. “Tre grandi sfide ci aspettano nel prossimo anno: la carenza di manodopera e di competenze, l'inflazione e la semplificazione degli affari per le aziende” ha detto Von der Leyen. L'Unione non ha dimenticato i primi tempi della pandemia globale “quando tutti prevedevano una nuova ondata di disoccupazione di massa stile 1930, ma noi abbiamo sfidato questa previsione”. A partire da Sure - “la prima iniziativa europea di lavoro a tempo ridotto che ha salvato 40 milioni di posti di lavoro” - e poi con Next Generation Eu, “abbiamo riavviato immediatamente il nostro motore economico e oggi ne vediamo i risultati”.

Ma se “l'Ue è vicina alla piena occupazione - invece di milioni di persone in cerca di lavoro, milioni di posti di lavoro sono in cerca di persone” - è il retro della medaglia a preoccupare: “La carenza di manodopera e di competenze sta raggiungendo livelli record”. A partire dal dato sul “74% delle piccole e medie imprese che deve far fronte alla carenza di competenze”. Allo stesso tempo, “milioni di genitori - soprattutto madri - faticano a conciliare lavoro e famiglia, perché non ci sono servizi di assistenza all’infanzia” e circa “8 milioni di giovani non hanno un lavoro, né un'istruzione o una formazione”.

Si tratta di “una delle strozzature più significative per la nostra competitività” ha avvertito von der Leyen “perché la carenza di manodopera ostacola la capacità di innovazione, la crescita e la prosperità”. Quindi è necessario “migliorare l'accesso al mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e le donne, e abbiamo bisogno di una migrazione qualificata”. Sarà nominato “un rappresentante delle piccole e medie imprese dell'Ue che risponderà direttamente a me” e “il mese prossimo presenteremo le prime proposte legislative per ridurre del 25% gli obblighi di rendicontazione a livello europeo”. Anche gli Stati membri dovranno avere gli stessi target e di tutto questo si occuperà l'uomo del “whatever it takes”.

“Sempre al fianco dell’Unione”

Draghi è stato contatto nei giorni scorsi e ha accettato, secondo fonti a lui vicine, “sempre al fianco dell'Europa per le importanti sfide che l’attendono”. Si tratta di approfondire “un tema di assoluto interesse comune, in un quadro geopolitico in rapida evoluzione” accendendo un faro “su come funzionano le relazioni che governano la competitività tra paesi o tra aree a livello globale”. D’altronde si tratta di un tema molto caro a 'Super Mario', come dimostrano le sue ultime uscite pubbliche. Nella più recente -appena una manciata di giorni fa sulle pagine dell'Economist- Draghi, oltre a rimarcare come sarebbe deleterio tornare ai vecchi paletti fiscali pre pandemia (parole preziose per Meloni e Giorgetti), ha sottolineato come servano nuove regole nell'Eurozona e più sovranità condivisa.

Perché dipendere, come in passato, dalla Russia per l'energia, dalla Cina per l'export e dagli Usa per la sicurezza non è più immaginabile. Servono dunque, ha scritto l’ex premier, “ingenti investimenti in tempi brevi, tra cui la difesa, la transizione verde e la digitalizzazione”. Per farlo, occorre superare quelle regole di bilancio e quelle norme sugli aiuti di Stato che limitano la capacità dei singoli Paesi di agire in maniera indipendente. Ridefinendo -la ricetta dell'ex numero 1 della Bce- il quadro delle politiche di bilancio della Ue e i processi decisionali, attraverso regole severe, per garantire finanze statali credibili nel medio termine, ma anche abbastanza flessibili, per permettere ai governi di reagire a shock imprevisti. A ben vedere è l’introduzione del rapporto sulla competitività.

Lo scontro sull’immigrazione

Ma torniamo ai mal di pancia di Salvini, nel breve periodo quello che ci riguarda di più. Il terzo motivo di dolore è stata l’immigrazione. Di fronte a Von der Leyen che parla di necessità di mano d’opera qualificata, gestione dei flussi e chiede “pazienza” e Meloni che si è limitata a dire “i flussi vanno fermati in partenza, la redistribuzione è un pannicolo caldo”, i leader della Lega non ha dubbi: “Dobbiamo tornare ai miei decreti sicurezza. E’ l’unica cosa che ha funzionato. Invece il governo fa i G20, i G7 i vertici europei ed è ecco qua il risultato, Lampedusa al collasso, Francia e Germania che chiudono le frontiere. Bel risultato, non c’è che dire”.

E’ solo un assaggio di quello che uscirà domenica dal palco di Pontida quando arriverà Marine Le Pen. Anche perchè ieri il leader del Ppe Manfred Weber ha recitato il requiem per eventuali alleanze a destra nel prossimo governo dell’Unione. La maggioranza Ursula con Popolari, Socialisti e Liberali è quella che serve. Strizzando l’occhio ai Verdi. Ma non certo ai conservatori di Giorgia Meloni. La premier anche su questo ieri ha preso tempo: “I conti in Europa si fanno dopo il voto, quando ci siamo contati”. Su una cosa Meloni è d’accordo con Salvini: “Il Ponte sullo Stretto? Lo famo, tranquilli”.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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