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Fisco, concorrenza, giustizia: l’autunno caldo di Draghi. Il momento della verità per le riforme

Finora è stata acclamazione pressoché totale, con pochissime voci di dissenso. Ma ora arrivano i soldi Ue e non c'è da sbagliare. Le tappe

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Draghi con il ministro dell'Economia, Daniele Franco (Ansa)
Draghi con il ministro dell'Economia, Daniele Franco (Ansa)

Il difficile arriva adesso. Lo si dice ogni anno, al giro di boa d'agosto, quando la politica va in vacanza e si guarda avanti, alle sfide d'autunno. Ma questa volta – ora che Draghi è partito per Città della Pieve e il Parlamento si è sciolto sotto gli ombrelloni – è più vero del solito. Soprattutto perché non è il solito: la sfida dell'autunno 2021 è più pesante, più carica di responsabilità e profondamente differente da quelle degli anni precedenti.

La pazienza di Bruxelles

Queste – ormai dagli anni '90 – sono le settimane in cui si comincia a pensare alla Finanziaria d'autunno, ai tagli di spesa e agli aggravi fiscali che si possono mettere sul piatto per alleggerire il macigno del debito pubblico e impedire che il disavanzo decolli, portandoci allo scontro con l'Europa. Quest'anno, invece, queste sono preoccupazioni marginali. Bruxelles guarderà, almeno ancora per un anno, con bonomia e tolleranza ai rilanci dei governi nelle misure antipandemia. E la Bce, anche più a lungo, assicurerà il suo capace ombrello alle mosse del Tesoro sul mercato del debito pubblico. Questo non vuol dire che temi di divisione, in un governo eterogeneo come quello Draghi, non ci siano anche sotto il profilo del bilancio. E la suspense è ancora altissima sulla terza ondata di Covid e la variante Delta che potrebbe azzoppare la più vigorosa ripresa che l'economia italiana abbia conosciuto negli ultimi trenta anni. Ma la partita d'autunno non è sul bilancio, non è sulla congiuntura, non è neanche sulla pandemia, sulla quale poco altro si può inventare, al di là della tenacia nella campagna di vaccinazione. La partita è sul Pnrr, il piano di rilancio dell'economia, finanziato dall'Europa.

Pioggia di soldi

E' stato già detto molte volte che è un'occasione inedita e irripetibile: invece di tagli e sacrifici, ci sono le risorse per rimodellare l'economia, ferma da decenni, e portarla al livello degli altri paesi europei. Il Piano c'è. Nelle sue linee generali, è quello già disegnato, con la regia di Bruxelles, dal governo Conte. In più, Draghi ha portato una immagine di determinazione e di efficienza che ha consolidato la fiducia nella realizzazione effettiva degli obiettivi del Piano. Vedremo, giorno per giorno, nei prossimi mesi, se la macchina amministrativa italiana riuscirà davvero a realizzare le promesse. Ma Draghi ha portato un'altra cosa, su cui Conte aveva segnato il passo: le riforme. Cruciali per dare senso e prospettiva al Pnrr, ma anche l'ostacolo su cui la politica italiana si è sempre arenata. E' questa la sfida d'autunno: fisco, concorrenza, giustizia. Su quest'ultimo capitolo, se i partiti rispetteranno gli impegni, il nuovo processo penale sarà varato a settembre.

La Giustizia che influisce sull'economia

Dal punto di vista dell'economia, la riforma del processo civile è anche più importante: le lungaggini della giustizia (fallimenti, risarcimenti, licenziamenti) sono l'elemento più ricorrente, quando le multinazionali straniere giustificano le esitazioni ad investire in Italia. Dopo le fibrillazioni della maggioranza sulla riforma penale, tuttavia, ci si può aspettare un clima meno conflittuale sul processo civile, dove gli ostacoli sono soprattutto tecnici e burocratici. Il cammino appare, invece, più difficile per altre due riforme in cantiere: concorrenza e fisco, dove le divergenze sono vistose e gli interessi contrastanti.

Concorrenza: le falle da tappare

Nonostante il titolo, la legge sulla concorrenza riguarda, in realtà, soprattutto il settore pubblico. Si tratta di stabilire le regole per le gare di appalto su cui dovranno viaggiare gli investimenti sulle infrastrutture, che sono il cuore del Pnrr. Ma anche di rivedere le concessioni pubbliche, ad esempio sulle dighe, tema di vivissimo interesse per le giunte regionali leghiste del Nord – Veneto e Lombardia in particolare – che oggi ne sono titolari. Come di abbattere le trincee che oggi difendono monopoli sui servizi pubblici locali, come tram e autobus, spesso (come l'Atac a Roma) in gravissima crisi.

Fisco, la parola che fa rima con paura

Tutta da scrivere è ancora l'altra grande riforma, che dovrebbe vedere la luce (sotto forma di disegno di legge delega) già a settembre. L'obiettivo è condiviso da tutti: si tratta di alleggerire il carico fiscale sui redditi, in particolare tagliando l'Irpef e, in particolare sul ceto medio, ovvero sui redditi fra i 28 e i 55 mila euro (lordi) l'anno. Il problema è come. Salvini non sembra pronto ad un nuovo braccio di ferro sulla flat tax (ovvero un'aliquota unica per tutti), anche perché Draghi ha già detto che la progressività dell'imposta sarà difesa. Ma ogni modifica tecnica, in questo campo, va a colpire interessi vasti, diffusi, radicati. Una riduzione del numero di aliquote (oggi cinque, come in molti altri paesi europei) ripropone il problema del salto di scaglione, per cui anche un modesto aumento di reddito (magari il lavoro del coniuge) può comportare un aliquota più pesante. Una tassazione continua (ad ognuno la sua aliquota, in base al reddito) comporterebbe, invece, il disboscamento delle detrazioni e delle deduzioni che oggi mascherano il reddito effettivo, intaccando la progressività dell'imposta.

Ma i soldi Ue non ci saranno per sempre

Anche più decisiva è l'assenza di risorse. I soldi europei non possono essere utilizzati per una riforma permanente. E, allora, per alleggerire una tassa, o si taglia una spesa (ipotesi oggi improponibile) o si aumentano altre tasse. Ma anche questa è una strada impraticabile. Assai difficile pensare ad un consenso sul rincaro dell'Iva o ad una reintroduzione dell'Imu sulla prima casa o anche ad una patrimoniale (dove, anche chi la propone precisa che il gettito complessivo resterebbe invariato). Illusorio anche immaginare che esista un tesoretto dalle cosiddette “spese fiscali” ovvero il lungo elenco di deduzioni e detrazioni che caratterizza il nostro fisco. Sono oltre 600 e valgono un gettito mancato per 75 miliardi di euro. Ma il grosso sono detrazioni (per lavoro dipendente, per carichi familiari) su cui intervenire sarebbe esplosivo o futile, visto che poi quelle facilitazioni dovrebbero essere restituite sotto altra voce. Gli esperti calcolano che gli interventi realisticamente possibili riguardino poco più di 13 miliardi di euro di detrazioni. Ma di questi, circa 8 sono incentivi (per le ristrutturazioni edilizie, Superbonus compreso, per le riconversioni energetiche) che rientrano in una precisa e deliberata politica governativa, su cui un dietrofront è inimmaginabile. Un po' più di 5 riguardano facilitazioni assai popolari come gli sgravi sui mutui prima casa o sulle spese sanitarie. Il risultato complessivo è che, su quei 75 miliardi di euro, c'è spazio solo per qualche ritocco.

Tre miliardi con cui fare tutto

Infatti, il ministro del Tesoro, Daniele Franco, ha specificato che le risorse a disposizione – oggi – per un nuovo fisco non sono più di 2-3 miliardi di euro, lasciando intendere che il disegno della riforma si potrà magari vedere anche subito, ma che il taglio effettivo delle tasse sarà molto graduale e molto lento. Ipotesi che potrebbe essere apprezzata a Bruxelles e che potrebbe, forse, anche favorire un accordo fra le forze di maggioranza. Gli stessi partiti, del resto, si troveranno a duellare su altri due temi-bandiera, questa volta dentro il perimetro tradizionale della Finanziaria. A fine anno, scade quota 100, il corridoio agevolato per il pensionamento, fortemente voluto dalla Lega e apertamente osteggiato da Bruxelles. Contemporaneamente, si pone il problema di rimettere mano al Reddito di cittadinanza, criticato da più parti, ma che è forse l'elemento di identità più forte, rimasto ai 5Stelle.

Navigare fra le urgenze del Paese e le secche della politica

Probabile che Draghi navighi fra questi due scogli come ha fatto finora, con una raffinata riedizione dell'antica tecnica del colpo al cerchio e il colpo alla botte, ovvero con una serie di modifiche che si traducono con il risarcire una parte, con una sconfitta – su altro tema – del suo avversario. Lo abbiamo visto con il ripetuto zigzagare, in materia di quarantene e restrizioni anti Covid, fra aperturisti e no. Draghi, tuttavia, lo ha sempre fatto con una bussola in testa (difendere l'economia ma senza compromettere la salute). Ma la sua navigazione non ha mai incontrato, finora, le secche della politica. L'altra componente della sfida d'autunno è invece politica: dalle elezioni locali a quella del presidente della Repubblica.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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