[il caso] Draghi in pressing su vaccini e dossier economici. Salvini e Meloni vogliono aprire subito

Lega e Fratelli d’Italia hanno già iniziato la campagna per le amministrative. E le politiche. Ma non erano questi gli accordi in nome della “responsabilità nazionale”. Aprile mese chiave per immunizzare il paese e la ripresa

[il caso] Draghi in pressing su vaccini e dossier economici. Salvini e Meloni vogliono aprire subito

 

Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno iniziato troppo presto la campagna elettorale per le amministrative di autunno e per le politiche del prossimo anno o del 2023. E’ una fuga in avanti che non rispetta la promessa fatta al Capo dello Stato - tutti uniti per sconfiggere la pandemia e far ripartire il Paese - al netto delle necessarie critiche e della fisiologica tutela della propria identità politica. Oltre a non mantenere la promessa fatta, rischiano di interferire in modo strumentale sull’agenda di Mario Draghi che nel mese d’aprile vede al primo posto i dossier economici, il Piano di ripartenza e resistenza italiano (Pnrr), i criteri per il nuovo scostamento di bilancio (altri 30 miliardi e  solo per ristorazione, turismo e cultura) e il nuovo Documento di economia e finanza (Def), la struttura del bilancio dello Stato nel 2022. Eppure la leader di Fratelli d’Italia ripete che il suo star fuori “non sarà mai una posizione di rendita ma la necessaria opposizione di una democrazia”. L’altro, il segretario della Lega, è entrato nel governo Draghi  “in nome e per conto dell’interesse del suo elettorato e del paese” . 

Non erano queste le premesse

Il pressing politico che stanno facendo entrambi sul premier, il ministro Speranza e gli stessi presidenti di regione distoglie energie da quelli che sono gli obiettivi primari del governo di unità nazionale: la lotta alla pandemia e quindi la vaccinazione, la soglia di immunizzazione pari all’80%, entro settembre così come le 500 mila dosi gornaliere in tutta Italia. E contribuisce ad esasperare animi già esasperati producendo azioni odiose come minacce e azioni intimidatorie. Dopo la vicenda della molotov contro l'hub vaccinale a Brescia e l'incendio al portone dell’Istituto superiore di Sanità ieri è toccato al presidente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Nel primo pomeriggio di ieri due uomini hanno suonato nel Modenese all'abitazione del governatore consegnandogli un pacco di cartone con sopra un foglio con su scritto “Frode Covid” dicendo frasi come “gli ospedali sarebbero vuoti” e “si toglie lavoro alle persone”. Dentro la scatola poi c’erano schifezze e non materiale pericoloso. Ma aizzare il clima d’odio contro chi cerca di gestire le curve  della pandemia con quelle dell’economia,  è un pessimo servizio al paese. Sono curve infatti che non possono mai intercettare quelle del consenso politico. 

Le scommesse

Meloni e Salvini lo sanno benissimo. Invece alzano ogni giorno l’asticella nell’inseguimento l’uno dell’altra: dalla riaperture al sistema delle chiusure che non funziona; dalle critiche al decreto Sostegni a richieste impossibili come l’abolizione del cashback o del reddito di cittadinanza; Meloni punta i piedi perchè vuole la presidenza del Copasir perchè “la Lega è entrata al governo” (che però è di unità nazionale) e Salvini alza i muri con l’approvazione della legge Zan sulla omotransfobia e sulla cittadinanza agli stranieri nati o cresciuti in Italia. Scaramucce continue che crescono di intensità di giorno in giorno. Tutto poi si ferma un minuto prima delle rottura. Si chiama logoramento. E non fa bene a nessuno. 

Giochi di parole sulla cabina di regia

Il fine settimana pasquale in rosso - con numero di morti e contagi sempre alti seppure stabili - è stato un perfetto esempio di questo clima. Il pressing per “riaprire dove si può” è stato pericolosamente sintetizzato in “riaprire”. E basta.  Come se non fosse l’obiettivo del premier Draghi che nei suoi interventi ha spiegato come “i dati della pandemia ci diranno quando potremo riaprire” e che nel frattempo “dobbiamo progettare il nostro futuro”. Che non sarà come prima e per non farci trovare impreparati.

I giochi di parole veicolati dai social hanno ad un certo punto dato la notizia che “in settimana convocata la cucina di regia per valutare le curve e quindi la riaperture”. La speculazione politica ha fatto diventare una prassi - la valutazione settimanale delle curve pandemiche - quasi una promessa di apertura.  Così ieri pomeriggio mentre fonti di governo legate a Lega e Forza Italia hanno fatto trapelare che “già settimana ci sarebbe stata una rivalutazione del sistema di aperture”, altre fonti di governo legate a Pd e 5 Stelle hanno smentito la convocazione della “cabina di regia per la valutazione di possibili aperture”. Il quadro epidemiologico “è costantemente monitorato. Ed è sulla base dei dati elaborati settimanalmente dall'Iss, Direzione generale Prevenzione e Regioni che sarà valutata la situazione sulla diffusione del contagio e sulle misure e i tempi necessari”. In mezzo Italia viva che ribadisce la posizione di sempre: aprire appena possibile ma concentrarsi sui vaccini. Che è la posizione di Draghi che lavora ogni giorno per garantire a tappeto la vaccinazione degli italiani. 

Il lodo Fedriga

In questo vociare di parole, un chiasso che produce solo polemiche che irritano ancora di più chi non sta lavorando e chi è costretto ad andare alla mensa per mangiare, ieri è comparso il lodo Fedriga, del governatore leghista della regione Friuli Venezia Giulia che punta a “misure diverse, più efficaci”. “Bisogna cambiare l'approccio sulle misure perchè funzionano poco se non per nulla. Rispetto a un anno fa, oggi la popolazione vive i divieti in modo diverso. Servono più aperture e misure più efficaci, che non possono essere eluse”.  Fedriga fa alcuni esempi. “I parrucchieri che, con i saloni chiusi, fanno le attività a domicilio. Non è forse meglio un salone aperto con mascherine, guanti, plexiglass, che il parrucchiere a casa?”. E anche: “Non è forse meglio andare a mangiare al ristorante anche a sera anzichè fare feste e cene incontrollate nelle case? Non sono le vie dello shopping piena a preoccupare ma quello che non si vede. Dobbiamo muoverci con le persone con regole ferree. E a quel punto riaprire  sarà utile non solo per la questione economica ma anche per quella sanitaria”. 

Italia su due binari

Da oggi comunque l'Italia sarà su due binari, undici regioni in arancione e nove in rosso. Senza che questa diventa una bandiera di Salvini o di Meloni, il governo non esclude l'ipotesi di un allentamento delle misure a partire dal 20 aprile in quei territori dove i dati dell'epidemia migliorano. “Dobbiamo guardare ai contagi e al numero dei vaccinati” è il mantra del premier. E allora guardiano i numeri. Dopo 100 giorni di campagna vaccinale in Italia ci sono quasi 3 milioni e mezzo di immunizzati totali (il 6,8% della popolazione over 16) mentre sono 11 milioni e 215 mila quella che hanno avuto almeno una dose. Sommati a coloro che hanno avuto il Covid, lo hanno superato e hanno anticorpi (circa tre milioni), abbiano circa quindici milioni di italiani su un totale di 60 protetti in parte o del tutto.  Il problema è la fascia 70-79 dove appena l'11% ha ricevuto la prima dose e solo l'1,87% anche il richiamo. Un quarto delle vittime giornaliere è in questa fascia di età. Va meglio tra gli over 80 (41% dei decessi), vaccinati al 30% con due dosi e al 56% con una dose.

Siamo ad una media di 240 mila dosi giornaliere con picchi di 280. Ancora lontani dai 500 mila quotidiani promessi.   In aprile è previsto un arrivo di dosi pari a circa 8 milioni, più o meno in linea con marzo. Significa che a fine aprile saranno altri 8 milioni di persone con almeno una dose, in tutto 23 milioni, che significa aver protetto del tutto i fragili, ridurre la mortalità e cominciare ad avere una buona copertura. Con l’arrivo di J&J (19 aprile) ci dovrebbe essere l’attesa svolta. Ma - è arriviamo al punto del contendere - quei 23 milioni di fine aprile sarà certamente un buon numero ma ancora un argine troppo debole per contenere il virus e la sue varianti. Ecco perchè gli epidemiologici parlano di “metà maggio” per avere aperture  reali, che durano nel tempo da cui non sarà più possibile tornare indietro.  Vale la pena correre il rischio di buttare all’aria quello che è stato fatto per aprire venti giorni prima”. 

Più munizioni

Certo, i numeri delle righe sopra possono essere spazzati via in ogni momento se e quando la disponibilità delle dosi dovesse aumentare. Che è esattamente il lavoro costante che sta portando avanti Draghi, da una parte, integrando con la Commissione e le grandi aziende farmaceutiche, la struttura commissariale e il ministro Giorgetti (Lega) che dal Mise gestisce il piano nazionale per la produzione di vaccini. Una realtà he ha preso corpo da quando si è insediato il governo Draghi. Le regioni - specie quelle virtuose come Emilia Romagna, Lazio - chiedono più munizioni per poter immunizzare a tappeto. Adesso la macchina dei luoghi e degli immunizzatori sembra al completo. Mancano la fiale. Non deve colpire che anche a sinistra ci sia chi non aiuta il governo rivendicando le buone pratiche del Conte 2.

L’ex ministro per i Rapporti con il Parlamento Francesco Boccia ieri ad esempio ai microfoni di Zapping ha detto: "Nella campagna di vaccinazione il problema non è la capillarità, il problema è avere i vaccini a disposizione e io eviterei di far dire al presidente Draghi numeri e date. E’ stato un po’ avventato dire 500mila entro la fine aprile”. Ora Boccia sa bene che purtroppo il Conte 2 non aveva un piano vaccinale. E che, se ci fosse stato, non saremmo stati così indietro nella vaccinazioni della fascia 70 e 80. E non avranno iniziato a vaccinare i fragili da metà febbraio in avanti. Anche interventi di questo tipi, al pari di quelli di Salvini, non contribuiscono al clima di leale collaborazione che il presidente Mattarella aveva invocato alla nascita del governo Draghi. 

L’incontro con Salvini 

Oggi il presidente Draghi è in Libia. E per l’Italia sono sempre cruciali  le missioni in Libia. Su vari fronti: politiche energetiche e migratorie; stabilizzazione del Nord Africa. Al ritorno, in settimana, il premier incontrerà Salvini (probabilmente per chiedergli che intenzioni ha, in Italia ma anche in Europa dove è partita una nuova avventura con Orban e i polacchi). Giovedì è il turno dei presidenti di regione a cui dovrà spiegare il Recovery plan. Che non è, ovviamente, quello votato dal Parlamento la scorsa settimana.  Dovrebbe essere il Pnrr il dossier su cui la politica discute, quali riforme, quali investimenti, il futuro. Ma i governatori sono più concentrati sul presente. Al ministro Mariastella Gelmini chiedono di “fornire prospettive a quei settori chiusi valutando aperture subito dopo il 20 aprile, nel caso di un miglioramento dei dati epidemiologici, per poi permettere da maggio la ripartenza di attività in stand-by da troppo tempo, come le palestre”.

Si torna sempre lì: date certe per le riaperture.  Anche Forza Italia spinge per le ripartente in alcuni territori prima della fine del mese.  Intanto domani si torna a scuola in presenza fino alla primo media. Ovunque. Senza possibilità di deroga nelle singole regioni. Una bella novità