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Come volevasi dimostrare: M5s vota il decreto Ucraina. E promette: “Nessuna crisi di governo”

Sulle spese militari al 2% del Pil, Conte alla fine chiede più gradualità. “Il 2030 invece del 2024”. Ora Letta ha il problema dell'alleanza con lui

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Mario Draghi e Giuseppe Conte (Montaggio di foto Shutterstock)
Mario Draghi e Giuseppe Conte (Montaggio di foto Shutterstock)

Alle nove di sera il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà prende la parola nell’aula di palazzo Madama e “a nome del governo” chiede il voto di fiducia sul decreto Ucraina. E’ lo stesso votato da tutto il Parlamento, Fratelli d’Italia compresi, dieci giorni fa alla Camera. Lo stesso testo. E anche lo stesso ordine del giorno: “Il Senato impegna il governo a rispettare l’impegno di spese militari fino al 2% del Pil così come stabilito da un patto dell’Alleanza atlantica”. Che non sarà vincolante ma è stato firmato da tutti i leader della Nato nel 2014 e confermato anno dopo anno dai premier che si sono succeduti nel tempo. Anche pochi giorni fa, nel vertice straordinario della Nato a Bruxelles alla presenza di Joe Biden. Anche i senatori del Movimento 5 Stelle voteranno stamani la fiducia. “E non abbiamo mai avuto alcuna intenzione di provocare una crisi di governo” ha promesso  Giuseppe Conte. “Abbiamo solo chiesto - ha precisato - maggiore gradualità nel portare la spesa pubblica militare al 2 per cento del Pil entro il 2024 come chiede il trattato Nato che nessuno di noi ha intenzione di tradire perchè si rispettano gli impegni presi specie a livello internazionale”.

Di cosa abbiano parlato?

Ma se così stanno le cose, di cosa stiamo parlando da sabato scorso quando Giuseppe Conte ha dato l’aut aut al governo? “Draghi non forzi la mano altrimenti noi voteremo contro l’accordo sancito in sede Nato, i nostri ministri potrebbero sconfessare il Def in consiglio dei ministri…”. Linguaggio pieno di tecnicalità ma con una sua efficacia e la cui sintesi popolare è stata: Evviva Conte che dice no alle spese militari perchè ora dobbiamo pagare le bollette; evviva Conte che ascolta le piazze pacifiste e anti Nato. Sicuramente il Movimento 5 Stelle ha una base pacifista che è stata soddisfatta.

Il leader, che ha scatenato questo inferno più lessicale che sostanziale, ha incassato il 94% di consensi (anche se non aveva concorrenti e ha votato meno del 40% degli aventi diritto)  nelle urne pentastellate che sono state aperte domenica e lunedì, proprio nel mezzo della buriana sul 2 per cento.

Alla fine votano tutti

Diceva Ignazio La Russa, fondatore di Fratelli d’Italia, nella discussione generale sul decreto Ucraina al Senato: “Scusate ma perchè siamo qui a quest’ora a discutere un voto di fiducia che alla fine voteremo tutti o quasi tutti? Perché il governo Draghi ha un problema enorme che si chiama 5 Stelle e Giuseppe Conte che deve decidere se tagliare i ponti col suo ministro degli Esteri (Di Maio, ndr) perfettamente allineato  sulle scelte di Draghi e logorare lentamente questo governo di cui il Movimento è la fiche più importante”. Eh già, perchè ieri poi al Senato, tra un’attesa e l’altra, nonostante Conte passasse da una conferenza stampa all’altra per dire “nessuna crisi per carità, noi voteremo senz’altro la fiducia”, c’era chi invece tra 5 Stelle e Pd ragionava sul meta-scenario: a settembre Conte sfila il Movimento della maggioranza e inizia la campagna elettorale. “Non c’è dubbio che l’ex premier pentastellato stia mettendo in cascina munizioni e armi per la campagna elettorale”.  

Rimettere in fila i fotogrammi degli ultimi giorni

E’ un’operazione necessaria per diradare la nebbia e il gioco di specchi cui abbiamo assistito e a cui assisteremo, purtroppo sempre di più, nella maggioranza e in Parlamento . La chiave di lettura, ora e nel futuro, sarà sempre meno il merito e sempre di più la speculazione tipica della campagna elettorale. In pratica abbiamo vissuto cinque anni di campagna elettorale.   

Punto numero 1: Il Movimento 5 Stelle oggi voterà il decreto Ucraina, al netto di qualche mal di pancia e astensione o voti contrari come quello del senatore Vito Petrocelli e di qualche altro senatore grillino allergico alle armi ma non a Putin. Il governo ha deciso di mettere la fiducia che passerà a mani basse. Come è già successo alla Camera con il voto anche di Fratelli d'Italia. 

Punto numero 2: l'ordine del giorno su cui si sono concentrate in questi giorni le energie di sottili strateghi parlamentari non sarà votato al Senato. In Commissione, perchè il governo, nella persona del sottosegretario Della Vedova con il via libera del ministro Di Maio, ha fatto proprio l'odg di Fratelli d'Italia che, sulla falsa riga di quanto già approvato alla Camera, genericamente impegna il governo a portare la spesa militare al 2% del Pil come da accordo Nato sottoscritto nel 2014 e confermato ogni anno da ogni premier passato da palazzo Chigi. L'odg non indica date. Il patto atlantico indica il raggiungimento dell'obiettivo entro il 2024. Non averlo votato in Commissione e aver messo la fiducia in aula fanno automaticamente decadere l’ode al Senato. Resta però in piedi quello, identico, votato alla Camera. Il governo è cioè impegnato a rispettare quella scadenza. Senza rinvii.

Il balbettio di Giuseppe Conte

Al punto 3 resta da capire cosa succede ora con il "famoso 2%" su cui martedì pomeriggio Conte è andato a bussare la porta di Draghi chiedendo in buona sostanza un rinvio di quell'impegno "perchè adesso dobbiamo sostenere una spesa sociale impegnative". Perchè "il popolo ci chiede di pensare a famiglie ed imprese e il Movimento è portavoce di queste necessità più urgenti di armi e aerei". La risposta del premier all'ex premier è stata netta e sonora: "Il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull'aumento delle spese militari al 2%del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti in un momento così delicato alle porte d'Europa. Se ciò avvenisse - ha detto Draghi a Conte - verrebbe meno il patto che tiene la maggioranza". Poi, per non lasciare dubbi e dare subito conseguenza alle parole, il premier è salito al Colle e ha informato il presidente Mattarella sull'accaduto.

Un gioco scappato di mano?

Se per Conte il gioco di specchi avviato su guerra e spese militari doveva essere una mossa da campagna elettorale, la ricerca di un posizionamento e di un dividendo di consenso (alle spalle soprattutto del Pd), possiamo dire che il gioco è diventato più grande del previsto. Ed è forse scappato di mano. Il Movimento 5 Stelle ieri ha manovrato, grazie alla Commissione Esteri e alla commissione Bilancio, entrambe a guida M5s, per impedire l'adozione del decreto in Commissione e l'invio in aula senza mandato al relatore. Ha quindi dimostrato una volta di più la sua centralità nelle dinamiche parlamentari. "Siamo il primo  partito in Parlamento e Draghi ci deve tenere in considerazione" ha ripetuto Conte in questi giorni. Non è però chiaro cosa succede adesso sul 2%. Un esito - chi vince e chi perde - da cui dipendono molti assetti anche futuri in maggioranza e nel "campo largo del centrosinistra". Oltre alla reputazione internazionale dell'Italia che non ha mai goduto di troppa affidabilità.

In attesa del Def

Per sapere cosa succederà del 2% bisogna innanzitutto aspettare il Def, il Documento di economia e finanza che la prossima settimana fisserà i parametri macroeconomici dell'anno in corso e dei prossimi due. Alla luce del rallentamento nella crescita dovuto a inflazione, Covid e guerra. E' solo questo il documento dove si dovrebbe capire l'andamento delle spesa militare nei prossimi tre anni.

Da qui ad allora bisognerà cogliere gli indizi. Ieri ce ne sono stati diversi. Conte è stato molto loquace, prima in una conferenza stampa e poi nella riunione con i senatori. La versione finale del suo agitarsi negli ultimi giorni è la seguente: il Movimento "voterà la fiducia al decreto Ucraina"; non farà però "passi indietro sul tema dell'aumento delle spese militari fino al 2% del Pil entro il 2024"; insisterà con il Governo "perché si spalmi quella spesa su un periodo più lungo", il 2% potrebbe essere raggiunto ad esempio nel 2030. Tutto questo, però, "escludendo tassativamente l'ipotesi di una crisi di governo". In una nota su Facebook Conte ha fatto anche i conti sulle spese militari implementate dai suoi governi quando il budget passò da 21 a 25 miliardi in tre anni (2018-2021). In presenza di Covid, è bene ricordare. "Ma io ho anche distribuito oltre 130 miliardi di euro a famiglie ed imprese colpite dalla pandemia". 130 miliardi debito pubblico. Con qualche buco nero su cui servirebbero tuttora approfondite spiegazioni.

La mano tesa del Pd

Il Pd guarda con molta preoccupazione le evoluzioni di Conte, i suoi continui smarcamenti e le fughe in avanti. Come questa sul 2% visto che il Nazareno è fin dall'inizio schierato senza se e senza ma sulla linea atlantista di Draghi. Forse anche per questo, per tentare una mediazione, ieri il ministro della Difesa Lorenzo Guerini si è messo a fare due conti. "Dal 2019 ad oggi abbiamo intrapreso  una crescita graduale delle risorse sia sul bilancio ordinario  che sugli investimenti, che ci consentirà, se anche le prossime  leggi di bilancio lo confermeranno, di raggiungere la media di  spesa dei Paesi dell'Unione Europea aderenti alla Nato e poi,  entro il 2028, il raggiungimento dell'obiettivo del 2%". In pratica, se manteniamo il trend di questi anni raggiungiamo il target nel 2028. Il ministro della Difesa ha fatto una previsione di spesa utile per fare chiarezza nei numeri. E' anche una mano tesa ai 5 Stelle? In fondo Conte propone il 2030... Fatto sta che Conte e i grillini hanno subito esultato: "Vedete, il Pd viene dalla nostra parte". Sicuramente il Pd cerca di mediare, è nella sua natura "responsabile" e "istituzionale". La pressione del ministro Orlando e del vicepresidente Provenzano pare sia stata importante in queste ore per non regalare a Conte l'area pacifista.

Ma Letta  non si fida più di Conte

Ma dire che la precisazione di Guerini va verso la posizione dei 5 Stelle è stato un errore grossolano nella comunicazione del Movimento. Nel dubbio ci ha pensato il senatore Luigi Zanda ieri sera in aula a spiegare qual è la posizione del Pd durante la discussione generale sul decreto Ucraina. "E' vero che l'Italia ripudia la guerra ma allo stesso modo difenda la Patria. Un dovere sacro quanto il primo". La guerra in Ucraina, la modalità dell'aggressione, il costante e lento soffocamento dei diritti in Russia, tutto questo fa dire che "mai come adesso, dopo la fine della seconda guerra mondiale,  l'Europa è a rischio e sotto minaccia. La pace in Europa è stata compromessa e non ci possiamo girare dall'altra". Chiariti questi punti, "tutto diventa urgente, non più rinviabile, nelle scelte di politica estera e di difesa". E guai se ancora una volta l'Italia "nello scontro tra spesa sociale e spesa militare che c'è sempre stato, dovesse scegliere il rinvio". Una presa di distanza netta e necessaria delle incertezze e contraddizioni grilline.

Il  Nazareno ha un problema

Una domanda ormai assilla ogni riunione al Nazareno:  che succede se Conte si smarca via via sempre di più dal campo largo? E se, come pare sempre più evidente, a settembre vuole uscire dalla maggiorana e iniziare la campagna elettorale attaccando il governo? Dalle parti del Pd sentono avvicinarsi paurosamente la ‘maledizione’ del 2018. Il riferimento è alla scorsa legislatura, quando dopo tre governi a guida Pd, il partito arrivò alle urne senza alleati o con alleati del tutto inconsistenti. Altri la chiamano la profezia di Renzi, ricordando il giudizio fortemente critico del leader IV verso il M5S, nonostante sia stato proprio lui a riaprire le porte di Palazzo Chigi a Giuseppe Conte, per il governo giallorosso. Insomma da quando Zingaretti definì l’avvocato del popolo “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste” e Bettini chiosò “o Conte o morte”, sembra passato un secolo.

Da 24 ore le chat dem ribollono di risentimenti e cattiverie verso i colleghi grillini, dove si mescolano battute sprezzanti sull’indignazione di Paola Taverna di fronte alla possibilità di cambiare posto in Senato (‘proprio quelli che sono entrati qui definendosi portavoci dei cittadini’) alle accuse ai parlamentari grillini tacciati unanimemente come inaffidabili. Gli unici a gongolare vistosamente sono gli esponenti di Base Riformista (sempre più orientati dal ministro Guerini) e l’ex capogruppo Andrea Marcucci, da sempre i più tiepidi al matrimonio con il movimento di Beppe Grillo.

Se Conte va alle elezioni da solo con chi si allea il Pd?

La tendenza sembra essere quella di un Movimento che cercherà sempre più di distinguersi dal governo e conseguentemente dal Pd. Per poi presentarsi in campagna elettorale sempre più dibattistizzato. Il senatore dem Marcucci ha sempre “di linea alla Di Battista, per altro l’unica in grado di dare  ossigeno elettorale ad un movimento sfiatato”. Ma il Pd sembra anche “prigioniero” del campo largo con Conte. Con chi altri si potrebbe alleare? Ecco che si materializza lo spettro del 2018. Quando il Pd restò alla fine solo. Anche perchè, Renzi o meno, era impossibile allearsi allora con chiunque perchè c’erano solo destre e populisti. La maggioranza. Più o meno come oggi.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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