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[Il ritratto] Draghi il banchiere patriota che ha salvato l’Italia. Ma adesso la cuccagna è finita

Una vita in salita, un gradino dopo l’altro. Rimasto orfano a 15 anni è salito al vertice della Bce ed ha salvato i conti pubblici italiani. Ma nessuna cuccagna può durare in eterno. E ha detto: «La sostenibilità dei conti è la principale preoccupazione per i Paesi ad alto debito». E’ un avvertimento chiarissimo: l’Italia non può permettersi di peggiorare la sua già difficile posizione (è il secondo Paese dopo la Grecia messo peggio per debito pubblico). Ha parlato come un babbo che dice al figlio che lo aiuta, ma di stare attento, a non tirare troppo la corda

[Il ritratto] Draghi il banchiere patriota che ha salvato l’Italia. Ma adesso la cuccagna è finita

Che cosa ne sarà di noi adesso che per Babbo Draghi è cominciato il conto alla rovescia sulla sua poltrona alla Bce? Ancora un anno e spiccioli e poi scadrà il suo mandato. E noi  saremo con chissà quale governo a inseguire promesse folli da mantenere senza Mario Draghi, forse il più patriota fra tutti i banchieri centrali mai nati nel nostro Paese, a salvarci la schiena quando i mercati iniziano a guardarci male, lo spread sale a 500 e nessuno compra più i nostri Btp che il Tesoro deve riuscire assolutamente a vendere.

La volta che ci trovammo in quelle condizioni, 2011 e dintorni, lui salvò l’euro dall’implosione e per riuscirci infranse pure diversi tabù, compreso quello che la Banca centrale non potesse acquistare titoli di Stato dai Paesi membri. Come dice Pier Carlo Padoan «dobbiamo essere grati a Mario Draghi per aver salvato la moneta unica, perché meccanismi automatici non lo avrebbero permesso». Noi sopravviviamo ancora così, ma è su questo piccolo particolare che si gioca il nostro futuro, perché se vincono i falchi a Bruxelles la musica cambia. Anche per questo Mario Draghi - gli dovremo fare un monumento prima o poi - continua a combattere. Non è da solo per fortuna. 

Il nodo del contendere è proprio quello della sua successione. La Germania con i suoi fedeli alleati, Austria, Olanda, Finlandia e Lussemburgo, vuole uscire velocemente dal Quantitative Easing (il piano di acquisti di titoli sui mercati) e rafforzare una severissima politica di austerity. Nel gioco dei ruoli la poltrona di presidente della Banca Centrale Europea adesso toccherebbe a loro. Ma non è detto. Dall’altra parte dello schieramento ci sono i Paesi del Sud più l’Irlanda. La Francia dovrebbe far parte del primo gruppo, però non si capisce, diciamo che sta in mezzo. E comunque il suo possibile candidato sarebbe più vicino a Draghi che ai tedeschi. Ed è su questo che punta Babbo Nostro.

Lui vorrebbe come successore l’attuale governatore della Banque de France, Francois Villeroy de Galhau, e come vice il capo della Banca Centrale d’Irlanda, Philip Lane. In questo modo si rispetterebbe l’idea non scritta del turnover, ma si sceglierebbe una persona che non stravolgerebbe la politica monetaria avviata da Draghi, visto che de Galhau è abbastanza in sintonia con il presidente, fautore di una uscita dolce e non traumatica del Qe. Bisognerà però vedere che ruolo giocherà la Francia, poiché Macron sembrerebbe privilegiare la scelta di Sylvie Goudard, che lui ha appena nominato vicegovernatore della Banque de France.

Lo schieramento guidato dalla Germania, invece, vuole piazzare su quello scranno Jens Weidmann, governatore Bundesbamk, o tutt’al più l’olandese Knot o il finlandese Hansen. Nonostante le convinzioni del nostro ministro dell’economia Padoan, secondo il quale la Bce non può cambiare drasticamente di punto in bianco la sua politica, oggi come oggi in pole position c’è Weidmann. Con tutto quel che ne consegue.

Ma bisogna aver fiducia in Draghi. Lui ha dimostrato di meritarla. Una vita in salita, un gradino dopo l’altro. Rimasto orfano a 15 anni, quando perse a distanza di poco tempo il padre Carlo, padovano, che aveva lavorato alla Banca d’Italia, e la mamma Gilda Mancini, farmacista, fu praticamente adottato da una sorella del babbo, che si prese cura di lui e dei suoi due fratelli. Laurea nel 1970, a 23 anni, e nel ‘71 entra al Massachusetts Institute of Technology di Boston. Allievo di Franco Modigliani, dal ‘75 al ‘78 è professore incaricato a Trento di politica economica e finanziaria, poi di macroeconomia a Padova e di economia matematica a Venezia. Infine, economia e politica monetaria a Firenze.

Nel 1983 diviene consigliere economico di Giovanni Goria, ministro del Tesoro del Governo Craxi. Tra il 1984 e il 1990 è direttore esecutivo della Banca Mondiale. Dal ‘91 al 2001 direttore generale del ministero del Tesoro, chiamato da Guido Carli, e confermato da tutti i governi successivi, da Amato, Berslusconi, Prodi, D’Alema. Nella secdonda metà degli Anni Novanta, Cossiga respinse l’idea di vederlo sostituire Romano Prodi, che lui e D’Alema avevano fatto cadere. Mario Draghi in quegli anni è l’artefice della privatizzazione delle società partecipate in varia misura dallo Stato italiano. Dalla campagna di privatizzazione di Iri, Eni, Enel, Comit, Telecom, Credit e varie altre, lo Stato incassò 182mila miliardi di lire. Il debito pubblico scese dal 125 per cento sul Pil al 115 del 2001.  

Lui, dopo un breve passaggio alla Goldman Sachs, alla fine del 2005 è nominato governatore della Banca d’Italia, prendendo il posto di Antonio Fazio travolto dallo scandalo Bancopoli. Altro passo importante: da governatore invita il sistema bancario italiano a fusioni e aggregazioni per evitare, date le piccole dimensioni, di venire acquisite da istituti di credito stranieri. Così, nei 17 mesi successivi, hanno luogo fusioni eccellenti, Unicredit con Capitalia, Intesa con Sanpaolo Imi, Banca Popolare di Verona e Novara con il gruppo Banca Popolare di Lodi. Ricopre un mucchio di altri incaricchi, compreso quello di direttore esecutivo per l’Italia della World Bank, e alla fine del 2011 succede a Jean Claude Trichet sulla poltrona di presidente della Bce. Si definisce un liberal socialista.

In ogni caso, seduto lassù, salva la schiena a noi e tanti altri. Nel 2011 la situazione era abbastanza tragica. Da un anno la paura che la fragilità dei conti pubblici portasse alla disintegrazione dell’Eurozona aveva innescato una pesantissima impennata di rendimenti e spread. Gli anelli più deboli della catena, Italia in testa, erano colpiti maggiormente da una speculazione rovinosa per i suoi effetti nefasti. Lui si insediò e disse: «L’euro è irrevocabile». Non si torna indietro, «faremo di tutto per salvarlo». E l’intervento della Bce riuscì a spezzare la speculazione. Le parole di Draghi rappresentavano il primo passo di una strategia di politica espansiva messa in atto attraverso il taglio dei tassi e il Quantitative Easing. Da allora i rendimenti sul debito periferico sono scesi drasticamente, in Italia fino al 2,2 per cento contro il 7,4 del 2011.

Altri interventi: il tasso di riferimento è stato portato a zero, il tasso di deposito a meno 0,4, in territorio negativo. La Bce ha firmato oltre mille  miliardi di euro di liquidità alle Banche dell’eurozona attraverso le operazioni di rifinanziamento a lungo termine. Con il Qe ha comprato bond governativi e corporate per un valore superiore ai due miliardi di euro. L’intervento della Bce ha avuto l’effetto di migliorare le condizioni di rifinanziamento delle Banche conrtibuendo al graduale ritorno del credito a famiglie e imprese. Così è ripartita l’economia.

Ma tutto questo non può continuare. E’ stato lo stesso Draghi ad annunciarlo. Ha fatto capire che nessuna cuccagna può durare in eterno. E ha detto: «La sostenibilità dei conti è la principale preoccupazione per i Paesi ad alto debito». E’ un avvertimento chiarissimo: l’Italia non può permettersi di peggiorare la sua già difficile posizione (è il secondo Paese dopo la Grecia messo peggio per debito pubblico). Ha detto che con lui gli acquisti mensili di titoli di stato continueranno, ma l’istituto «non si impegna ad aumentarne il ritmo e la quantità nel caso in cui le prospettive diventassero meno favorevoli». Ha parlato come un babbo che dice al figlio che lo aiuta, ma di stare attento, a non tirare troppo la corda. Finché c’è lui. Poi sono cavoli nostri. 

Pierangelo Sapegnodi Perangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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