Draghi dribbla la melina dei partiti, blinda l’agenda e stringe i tempi. Anche sulla Rai

I partiti invece ancora senza accordo sulle nomine del Cda. Eppure l’azienda di viale Mazzini avrebbe bisogno di interventi immediati sul bilancio

Il premier Mario Draghi
Il premier Mario Draghi

Non ci possono essere rinvii. Vorrebbe dire mettere tutto a rischio. E’ stato chiaro Mario Draghi giovedì pomeriggio in quello che è stato forse il più tormentato Consiglio dei ministri del suo governo. Ha parlato ai ministri guardandoli negli occhi, uno ad uno, sapendo che dietro ciascuno di loro ci sono spesso segreterie e leader che spesso fanno e vanno dove vogliono. E che hanno già in calendario una serie di piccole e spesso inutili per non dire dannose battaglie parlamentari che hanno l’esclusivo significato dell’identità partitica da esaltare in vista delle amministrative e con l’inizio del semestre bianco.

Quei sei mesi prima dell’elezione del Capo dello Stato in cui è vietato sciogliere le Camere, l’unico scenario che i parlamentari davvero temono. Ha ricordato, Draghi, che quello seduto intorno al grande tavolo della Sala del Consiglio, è un governo nato sapendo di dover annullare quelle identità partitiche per salvare l’Italia dalla doppia crisi in cui è sprofondata (economica e sanitaria) per poi riprenderle quando sarà ci sarà tempo e modo. Una specie di “discorso della montagna”, guardandosi in faccia e con il cuore in mano, che si è chiuso con l’appello alla “responsabilità” e alla “lealtà” rispetto alla parola data. Ovviamente, usciti dalla Sala del Consiglio, la parola data sembra essere volata via con quella leggera brezza che nonostante l’afa ancora soffia sulla Capitale sul far della sera.

Avanti sulla Rai

Il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli tiene aggiornata l’agenda con il cronoprogramma del Pnrr. E ha mostrato al premier la concentrazione di decreti in discussione e in scadenza prima della pausa estiva (che quest’anno sarà proposto essere solo di due settimane, quelle centrali di agosto). Tutto questo questo s’incrocia con le scadenze del Pnrr per cui entro la fine di luglio devono essere approvate la riforma della giustizia (anche civile oltre che penale, archiviata giovedì), la nuova legge sulla concorrenza e la riforma fiscale. Tutto questo mentre il Parlamento deve convertire entro i primi giorni di agosto una serie di decreti chiave per il Pnrr: governance, Semplificazioni e il cosiddetto “assunzioni” (Brunetta). In più tutto quello che è l’ordinaria amministrazione: le nomine, ad esempio, a cominciare da quelle della Rai, azienda pubblica che il Mef ha scoperto essere sull’orlo del baratro, sia nei conti che negli ascolti.

E’ un incastro difficile. Senza appello per mosse sbagliate. Che non ammette ritardi. Meno che mai le tipiche meline, materia prima del tatticismo politico.

Draghi ha deciso quindi di giocare d’anticipo per blindare l’agenda di governo. Se i partiti pensano di portarlo “a spasso” sulle nomine del Cda Rai, il Mef ieri ha calato le carte e ha indicato i due manager per la presidenza e il ruolo di ad: Marinella Soldi e il soprintendete dell’Opera di Roma Carlo Fuortes. Due profili che palazzo Chigi ritiene i migliori possibili per qualità: provata esperienza manageriale e background nel mondo della cultura. Con i partiti c'è stata interlocuzione e scambio di opinioni. Ma poi la “messa a fuoco” e la scelta è stata fatta in prima persona dal Presidente del Consiglio.

Palazzo Chigi avrebbe avuto tempo fino a martedì per presentare in nomi. Fino all’approvazione del bilancio (il 12 luglio) che sarà appunto l’ultimo atto del vecchio Cda. Il segnale di Draghi è chiaro: fare presto, e bene, perchè la Rai è messa male e ha bisogno di intervebti urgenti. I partiti si sono dati appuntamento in Parlamento il giorno 14 per eleggere i quattro membri del Cda. E’ chiaro che senza il Cda, presidente e ad non possono assumere le funzioni.

Le fibrillazioni

Questo uno-due così serrato (ma non poteva essere diversamente per questioni tecniche) - giustizia e Rai - ha un po’ spiazzato i partiti. Conte e Bonafede contro la riforma della giustizia voluta da Draghi e Cartabia tanto che difenderanno “col coltello tra i denti” quanto è stato fatto dai governi Conte 1 e 2 sulla prescrizione.

La Lega è contro la nomina del nuovo amministratore delegato della Rai perchè “troppo vicino alla sinistra”.

La decisione del governo di nominare Carlo Fuortes Ad di viale Mazzini, trova in realtà il consenso della maggior parte dei partiti della maggioranza. Le critiche più dure arrivano dalla Lega che non digerisce la vicinanza del manager, già sovrintendente della Fondazione Teatro dell'Opera di Roma, con il centrosinistra. “E’ noto come Fuortes sia molto vicino alla sinistra, a Veltroni in particolare. E’ stato persino proposto da Calenda come candidato sindaco per il Pd” ha attaccato subito Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura e senatrice della Lega. Che ha rincarato la dose: “Fuortes non ha particolare esperienza televisiva, è stato duramente contestato per anni dai lavoratori del Teatro dell'Opera di Roma, di certo non è una figura super partes o legata all’azienda”. Una scelta che il sottosegretario definisce “sorprendente”. Forza Italia invece è soddisfatta e presenterà “proposte serie e precise per una Rai davvero rinnovata”. Michele Anzaldi, segretario di Italia viva in Vigilanza Rai, tira un sospiro di liberazione dopo tre anni di lottizzazione furibonda. “Certi partiti - ha detto - a cominciare dall’ala contiana dei 5 Stelle, hanno cercato fino all’ultimo di fermare il cambiamento”. Soddisfazione anche nel Pd. “Fuortes e Soldi - ha osservato Valeria Fedeli, capogruppo dem in Vigilanza - rappresentano quella volontà di autonomia e indipendenza che sono le vere chiavi per garantire al servizio pubblico di tornare a essere la più grande azienda culturale del nostro Paese”.

Barricate sulla Giustizia

Il vero problema, per i 5 Stelle, non è neppure la prescrizione ma il fatto che Draghi, giovedì pomeriggio, per sbloccare la situazione si è consultato con Beppe Grillo. E questo è un boccone amarissimo per Conte e Bonafede e tutti i vedovi di Conte. Del resto Draghi ha sempre conosciuto un solo interlocutore: Beppe Grillo. Era lui a guidare la delegazione negli incontri durante le consultazioni. Con lui si sentono anche tutte le settimane. Cosa che Draghi fa con tutti i leader di partito. E’ chiaro che Conte per un motivo, Bonafede per un altro, ieri hanno dato fuoco alle polveri. Domenica pomeriggio i gruppi di Camera e Senato si riuniranno in assemblea via Zoom. Al vertice (in programma alle 16,45) parteciperanno anche i ministri Fabiana Dadone, Luigi Di Maio, Federico D'Inca', Stefano Patuanelli e la sottosegretaria Anna Macina. Giuseppe Conte, dopo una settimana di silenzio, non nasconde il suo disappunto sulla modifica delle norme relative alla prescrizione, una delle bandiere del Movimento al governo. “Non canterei vittoria - ha commentato - siamo tornati all'anomalia italiana. Se un processo svanisce nel nulla per una durata così breve, non può essere una vittoria per lo stato di diritto”. Sulla stessa linea l'ex guardasigilli Alfonso Bonafede che su Facebook la mette così: la riforma Draghi-Cartabia “rischia di trasformarsi in una falcidia processuale che produce isole di impunità e che, comunque, allungherà i tempi dei processi”.

In un post sul nuovo blog ufficiale, il Movimento 5 stelle ha annunciato che in Parlamento difenderà “col coltello fra i denti quanto conquistato”. Per la cronaca, occorre almeno precisare che la riforma - e quindi un taglio dei tempi della durata del processo pari almeno al 25% - non si limita ad intervenire sulla prescrizione ma cita una serie di interventi deflattivi a cominciare dalla fase delle indagini preliminari. Perchè è qui, soprattutto, che si accumulano ritardi, ingiustizie e matura la prescrizione. Non riconoscerlo - e Conte e Bonafede non lo hanno fatto nei loro post e dichiarazioni - significa essere in cattiva fede. Speriamo che domenica, la sottosegretaria Macina, sappia dare tutto il contesto della riforma della giustizia.

M5s isolato

M5s è solo in questa battaglia. Italia viva, Pd, Forza Italia (che pure ha fatto le sue rimostranze), la stessa Lega che ha presentato i referendum, sono d’accordo nel dire che è “stato fatto un enorme passo avanti dopo trent’anni di battaglie”. Approvano l’impianto delle riforma. Rinviano al Parlamento per qualche eventuale modifica. Ma nessun Vietnam nè stravolgimento.

Draghi osserva i movimenti della sua larga maggioranza e decide di blindare l’agenda e serrare i tempi. Poi, col semestre bianco, sarà questione di lealtà. Ma soprattutto di opportunità e necessità. E a nessun italiano, neppure ad un sasso, conviene far saltare l’agenda Draghi. Le segreterie lo sanno bene.