[Il caso] Italia bloccata dal 21 dicembre al 6 gennaio. Ma è scontro su tutto. Pd e M5s spaccati. Iv ci prova

Approvato nella notte il decreto legge specifico per il periodo delle feste e che limita diritti che non potevano essere regolati con un Dpcm. Il decreto è la cornice. Oggi si tratta ancora. I governatori e Italia viva lavorano sulle deroghe “almeno per uscire dai comuni di residenza”. I renziani ottengono i ristoranti aperti a pranzo nei giorni di festa. Il caso delle cena in camera d’albergo la sera di Capodanno. E la scarsa dimestichezza di Conte con la montagna

Il premier Conte e il suo team di collaboratori

l punto è, vista l’intensità delle giornate, da dove iniziare a raccontare. Ci sarebbero aneddoti strepitosi. E siccome tutto il resto è un po’ da piangere varrebbe la pena iniziare ridendo. Ci sarebbero liti e posizionamenti politici altrettanto strepitosi. Conviene iniziare dalla misure. Anche se a poche ore dalla loro entrata in vigore – il vecchio Dpcm, quello del 3 novembre, scade a mezzanotte – il caos regna sovrano ed è ancora muro contro muro dentro la maggioranza e all’interno degli stessi partiti con una netta linea di divisine che passa tra i gruppi parlamentari e chi, dello stesso gruppo, sta al governo. E questo è in prospettiva l’aspetto più difficile da ricomporre. Cominciamo dai fatti. Quelli certi. E alcune precisazioni di metodo. Stanotte all’una e mezza il Consiglio dei ministri iniziato alle 22 ha dato il via libera al decreto che fissa le nuove regole del Natale. Serviva un decreto legge per modificare punti di vecchi decreti già in vigore, per andare in deroga ai parametri del’Italia a colori e perchè norme privative delle libertà individuali non possono essere prese con un Dpcm che è una norma secondaria.

Un percorso complicatissimo

Il Dpcm sarà firmato entro stasera a mezzanotte e, oltre a confermare l’Italia divisa a colori e i criteri di aperture e chiusure a seconda della colorazione, conterrà alcune deroghe specifiche per il Natale. Complicatissimo ma è così. Un esempio: poiché l’Italia sarà da qui a Natale, in base alle curve, tutta gialla, con RT sotto lo zero e i ricoveri assai diminuiti e quindi sarebbe possibile viaggiare tra regioni, occorre un decreto per andare in deroga nello specifico alla libertà di circolazione garantita dalla Costituzione. L’articolo 16 della Carta consente la limitazione in caso di emergenza sanitaria.

Il decreto Natale

Conta due articoli. Nel primo allunga il tempo di durata delle misure, non più trenta giorni ma cinquanta. Il secondo è specifico per il periodo 21 dicembre-6 gennaio e detta nuove regole per le libertà individuali in Regioni che per allora saranno tutte “gialle” ma dove sarà impossibile muoversi. Ha vinto, per ora almeno, la linea rigorista al 100%. E’ giusto fare i nomi: il ministro Speranza, il ministro Boccia e il ministro Franceschini. Il premier Conte si è adeguato. Anche stanotte, come ogni giorno dell’ultimo mese e mezzo, lo scontro è stato feroce. Dal 21 dicembre al 6 gennaio saremo dunque tutti “blindati” dentro i confini comunali (il 25 e 26 dicembre e il primo gennaio), sarà vietato passare da una regione all’altra per chiunque - babbi, mamme, figli, nipoti, fidanzati - e sarà anche vietato raggiungere le seconde case. Un punto questo su cui si è molto discusso in Consiglio dei ministri perché si tratta dell’ennesima violazione di un diritto fondamentale.

Lo scontro in Cdm

Il momento di massima tensione è stato quando le ministre di Iv Teresa Bellanova ed Elena Bonetti hanno chiesto di chiedono di eliminare dal testo del decreto il divieto di lasciare il proprio Comune il 25 e 26 dicembre e l'1 gennaio. Hanno risposto di no, senza appello, i capi delegazione di Pd Dario Franceschini, M5s Alfonso Bonafede e Leu Roberto Speranza. Sono intervenuti in appoggio anche Francesco Boccia ed Enzo Amendola. Il confronto è stato durissimo. Pare siano volate parole grosse. Ma erano due, donne, contro il resto del governo. Conte ha smesso i panni dell’avvocato (che si deve schierare) e ha assunto quelli del notaio. E ha preso atto che la maggioranza è a favore della norma. E’ chiaro che non finisce qui. Il testo del decreto è stato inviato nella notte ai governatori per il loro parere. Che non è vincolante. E sarà in larga parte negativo. In serata prima Michele Emiliano, in un'intervista tv, poi Giovanni Toti sui social, hanno già criticato la scelta di “chiudere”i Comuni: “Non c'e' buonsenso ma non senso” ha attaccato il presidente ligure, “se vostra mamma vive sola a Laigueglia ma voi abitate ad Alassio, scordatevi di trascorrere il pranzo di Natale con lei”. Sono due comuni molto vicini. E poiché la maggior parte degli 8mila comuni italiani sono sotto i 5000 abitanti, questa che in effetti sembra un’assurdità, riguarderà centinaia di migliaia di persone. Ci sono poi confini comunali che passano tra una casa e l’altra, nello stesso paese: chissà che indicazioni saranno prese in queste circostanze.

Le deroghe nel Decreto

Entro stasera Conte mettere la firma sul nuovo Dpcm che sarà valido 50 giorni e non 30 (in modo di scavallare il periodo natalizio”. E qui iniziamo con i “quasi fatti” perchè la discussione è in corso e fino all’ultimo secondo sono possibili modifiche, deroghe e integrazioni a quello che segue. D’ora in poi serve quindi il condizionale, Gli studenti dovrebbero tornare in classe il 7 gennaio e non prima. Il ministro Azzolina insiste per anticipare i tempi ma le Regioni in blocco preferiscono rinviare al 7 gennaio per avere pronto un nuovo sistema di trasporti e non smettere più. Dovrebbe restare il coprifuoco in tutta Italia dalle 22 alle 5 del mattino senza alcuna deroga per il 31 dicembre e il primo gennaio. I ristoranti restano chiusi alle 18. La speranza per il fronte “aperturista” nel governo (cioè Italia viva) è affidata ora alle deroghe e all’interpretazione di quelle che saranno “le situazioni di necessità” che con i motivi di salute e i motivi di lavoro annullano ogni divieto anche tra il 21 dicembre e il 6 gennaio.

Le possibili deroghe

Italia viva ha annunciato di aver avuto garanzie sul fatto che i ristoranti potranno restare aperti all’ora di pranzo anche il 31 dicembre, i primo gennaio e il 6 gennaio che sono i tre giorni di superchiusura. Nelle prossime ore la discussione sarà molto accesa sulle deroghe, richieste sempre da Iv al governo e anche da un pezzo di gruppo parlamentare del Pd. Le deroghe dovrebbero riguardare ad esempio i parenti di primo e secondo grado in modo da garantire i ricongiungimenti familiari. E’ chiaro, ad esempio, che molti partiranno prima del 21 dicembre se le Regioni saranno tutte gialle. E’ confermato che negozi e centri commerciali staranno aperti fino alle 21 (per distribuire meglio l’affluenza) e anche nei fine settimana. Nulla da fare per le crociere (altri danni e quindi ristori per milioni di euro). Richieste deroghe anche per gli alberghi, di città e di località di villeggiatura: se per caso dovessero avere clienti, il governo chiede di vietare il cenone dell’ultimo dell’anno e di “far consumare la cena in camera”. In alternativa il presidente di Federalberghi Bocca ha già annunciato la chiusura perchè “inutile e costoso stare aperti se non ci sono clienti”. Possibili deroghe anche alla quarantena per chi rientra dall’estero grazie, ad esempio all’obbligo di tamponi appena tornati e nei giorni successivi. Niente da fare invece sullo sci: impianti chiusi. Le prossime ore metteranno finalmente il punto a questo tira e molla che va avanti da troppo tempo e in cui siamo sicuramente campioni del mondo. Non è un punto di merito.

“La fine dell’ungherese”

Ora a proposito di cenoni in alberghi e piste di sic chiuse, merita provare a sorridere e raccontare due aneddoti di giornata. Il primo avviene intorno alle 14 nella sala del governo. Il ministro Speranza ha concluso le sue comunicazioni e convoca un vertice di maggioranza (uno dei tanti). Arrivano il ministro D’Incà, il viceministro Sileri, sottosegretario Castelli, i capigruppo Marcucci (Pd), Licheri (M5s) e Faraone (Iv). Il tono della discussione è così elevato che i cornisti fuori e ben lontani dalla porta possono sentire distintamente i motivi dello scontro. Si sentono bene le voci di Marcuci e Faraone. Quella di Speranza non ce la fa ad andargli sopra. Si discute ormai da giorni e senza fare un passo avanti dello stesso pacchetto di misure: il divieto di lasciare il proprio comune e regione anche l’Italia sta molto meglio; la chiusura dei ristoranti, la possibilità di raggiungere le seconde case, i cenoni vietati anche in quei pochi alberghi ancora aperti nelle città e nelle località di villeggiatura. Il paradosso è che in montagna gli alberghi potranno stare aperti ma gli impianti di risalita saranno chiusi. L’agenzia Dire regala una piccola perla. L’obbligo di cenone in camera d’albergo è stato infatti così commentato: ”Bella questa. Così aumentano gli assembramenti e finisce come il parlamentare europeo di Orban…” è stato detto a Speranza e D’Incà rimasti muti e anche un po’ arrossiti. Il riferimento è alla vicenda di József Szájer, il deputato ungherese sorpreso venerdì scorso mentre a Bruxelles partecipava a un’orgia con altre 25 persone. Il deputato ha cercato di lasciare l’appartamento tramite grondaia ma è stato comunque pizzicato. La segnalazione è arrivata dai vicini.

Conte e gli sci

Un’altra perla arriva dalla senatrice capogruppo delle Autonomie Julia Unterberger. In uno delle tante riunioni che il premier sta facendo anche con i gruppi parlamentari, la senatrice alto atesina ha scoperto che Conte conosce molto poco la montagna. “Dato che tutti parlano solo degli impianti sciistici al premier ho spiegato che le montagne non sono solo per sciare. In montagna si fanno tante altre cose. Lui, interessato, mi ha chiesto cosa. Allora io gli ho spiegato: passeggiate, ciaspole, fondo, slittino. E’ chiaro che il presidente a queste cose non ci aveva pensato. Ha ammesso poi che sa sciare male e che non conosce bene la montagna”.

Pd e 5 Stelle in sofferenza

Al di là dei fatti e delle amenità, la maggioranza è in grande sofferenza. Nel Pd si nota quasi una frattura tra la delegazione che sta al governo e i gruppi parlamentari. Questo malessere ieri è stato tangibile non solo negli scontri verbali ma in alcuni precisi atti. Le risoluzioni di maggioranza votate dopo le comunicazioni del ministro Speranza sono state definite “durissimi atti di accusa”. Non certo per quello che dicono (c’è scritto solo “le approva”) ma proprio per quello non dicono. I gruppi sia al Senato che alla Camera avrebbero voluto impegnare il governo su alcuni punti e su alcune deroghe. Ma sarebbe suonata come “una messa in mora di Speranza e Franceschini”. Così le risoluzioni sono state firmate non dai capigruppo ma dai capigruppo in commissione Salute. Analoghi problemi ci sono sulle legge di Bilancio dove il presidente Melilli ha deciso di non guardare in faccia a nessuno e ha tagliato una trentina di norme del ministro Gualtieri (costringendo nei fatti il governo a fare un Mille proroghe) e circa duemila emendamenti. Ne restano cinquemila. E il 16 dicembre il testo, che deve ancora iniziare l’iter in Commissione, dovrà andare per forza al Senato.

La tensione nel Pd è molta alta anche sulla famosa taskforce di sei manager e 300 tecnici che dovrà attuare il Recovery fund. “Ce la chiede l’Europa e il Parlamento sarà coinvolto in tutte le decisioni” ha promesso ieri il ministro Amendola. Il gruppo parlamentare, chi più e chi meno, è convinto invece che la “tecnostruttura con poteri speciali in deroga” sia nei fatti "un governo ombra che svuota i ministeri e scavalca il Parlamento”. La buona notizia è che tutto questo pacchetto non sarà infilato nella legge di Bilancio ma in un decreto a parte in approvazione forse già stasera da un nuovo Cdm.

Il caso Valle d’Aosta

Lo scollamento è forte anche sul fronte Covid e misure: la regione Valle d’Aosta, guidata da una giunta di centrosinistra ha rotto il patto e ha approvato una legge che consente alla Regione di agire in autonomia rispetto al governo centrale in relazione alla misure anti pandemia. Bonafede, ministro della Giustizia e capo delegazione 5 Stelle, ha proposto subito di “impugnare la legge”. Di andare insomma allo scontro. Franceschini lo ha fermato. Della serie, “calma ragazzo”. Il punto è che i 5 Stelle hanno 17 senatori e 52 deputati che hanno scritto a Crimi dicendo che non voteranno la modifica al Mes. Il voto è previsto per il 9 dicembre. Le voci sulla “necessità di un rimpasto” o di un cambio di governo si fanno sempre più convinte. Perchè così, dicono deputati e senatori Pd, “come facciamo ad andare avanti?”.