Il dopo urne. Bilancio dei partiti e delle coalizioni e tutte le ‘mine’ sul futuro del governo Draghi

Il centrosinistra vince a valanga nei ballottaggi. I problemi non risolti di coalizioni e partiti. La manovra economica e fine della legislatura

Mario Draghi (Ansa)
Mario Draghi (Ansa)

Il Pd è il vincitore di questa tornata elettorale. Un risultato inequivocabile che, secondo Enrico Letta, fermo sostenitore del campo largo con M5s finirà per rafforzare anche il governo, ma – come vedremo – potrebbe anche non essere così.

Il Pd e il centrosinistra ottiene una vittoria storica a Verona, strappata dopo 15 anni alla destra, ma anche a Catanzaro, dove il centrosinistra non governava da 11 anni e perfino nella Monza di Berlusconi. Poi c’è la riconquista di Piacenza e, soprattutto, di Parma, dopo la stagione grillina e post-grillina di Federico Pizzarotti. Anche la città di Alessandria, terra leghista, va al Pd mentre resta al centrosinistra Cuneo come pure Carrara. Solo Lucca, tra le città di peso, va al centrodestra, oltre a Gorizia, Frosinone e Barletta.

Il bilancio definitivo di vittorie e sconfitte

Il bilancio definitivo vede un primo turno più favorevole al centrodestra e un secondo a favore del centrosinistra. Ma va detto che la situazione di partenza era nettamente favorevole alla coalizione formata da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Alle elezioni comunali 2022 si votava in 26 comuni capoluogo e si partiva da 18 sindaci per il centrodestra, 5 per il centrosinistra e 3 civici.

Alla fine di questa tornata elettorale - tra primo e secondo turno - il centrodestra chiude con 13 sindaci eletti, perdendone cinque rispetto alla precedente tornata elettorale. Il centrosinistra raddoppia i suoi primi cittadini, passando da cinque a 10. I civici eletti restano 3, in varie città.

In conclusione, è vero che il centrodestra ha ottenuto vittorie importanti in comuni capoluogo come Genova, Palermo e L’Aquila strappando anche il capoluogo siciliano al centrosinistra. Ma, allo stesso tempo, è vero che il centrosinistra ha conquistato città tradizionalmente ritenute quasi impossibili da vincere negli ultimi anni come Catanzaro e Verona. Inoltre, la coalizione guidata dal Pd ha sconfitto molti sindaci uscenti di centrodestra e ha raddoppiato i suoi sindaci nei comuni capoluogo ((il Pd nel 2017 aveva vinto in due dei tredici capoluoghi andati al ballottaggio, ieri in otto).

C'è, dunque, chi esulta ("Grande successo del Pd e del centro sinistra" dice Letta) e chi fa il mea culpa per lo schieramento che si è presentato sfilacciato, come il centrodestra. "Spiace per le città perse"(Salvini), "Basta litigare, vediamoci al più presto" (Meloni). Il giorno dopo i ballottaggi e dell'astensionismo (alle urne 4 italiani su 10) - con una Verona che si è svegliata col nuovo sindaco campione del pallone e del "campo largo", Damiano Tommasi. Ma il termometro dell'umore, per i leader di partito, va su e giù.

Soddisfazione centristi, male il centrodestra

Felici quelli del centro sinistra. E pure Carlo Calenda che però il "campo largo" dice di volerlo lasciare volentieri a Letta e al M5S ma comunque Azione è stata essenziale nei ballottaggi per molte città. Renzi dice che alle amministrative la scelta è stata di appoggiare "i candidati migliori, senza guardare alla appartenenza", ma - avverte il capo di Italia Viva - "Alle politiche non sarà così". E mentre a sinistra si guarda, inevitabilmente, con un pizzico di ottimismo in più alla chiamata alle urne del 2023, nel centrodestra la preoccupazione si fa sentire. "Le divisioni non si dovranno più ripetere", scrive su Facebook Matteo Salvini. E Giorgia Meloni, in un video, invita i suoi alleati a seppellire ripicche, incomprensioni e litigate. "Vediamoci subito". Il tempo dei separati in casa è finito. Il centrodestra proverà a ricompattarsi.

L’alta astensione e il quadro politico generale

Quel che è certo è che domenica sono rimasti a casa, seduti sul divano col ventilatore acceso, oppure sul lettino in spiaggia o a fare shopping al centro commerciale, sei italiani su dieci mentre solo quattro su dieci solo sono andati alle urne: l’affluenza è crollata ovunque, ferma al 42,18%.

Dopo settimane complicate e turbolente per la politica italiana, con  la scissione del M5s avviata da Luigi Di Maio e l’arrivo di Beppe Grillo a Roma, le tensioni ricomposte in extremis nel centrodestra con un video appello dei tre leader che però non è bastato a invertire la tendenza, i risultati di questi ballottaggi rappresentano un test importante per capire la tenuta delle alleanze in vista delle politiche del prossimo anno, dal campo largo di Enrico Letta e Giuseppe Conte, al centrodestra a traino di FdI. E infine per valutare il ruolo al centro di Carlo Calenda e degli altri.

I problemi non risolti di coalizioni e partiti

Era chiaro, però, che le elezioni comunali non avrebbero influito sulla stabilità e sull’agenda del governo. Così com’era chiaro già prima dell’apertura delle urne che il risultato non avrebbe risolto i problemi delle coalizioni. Ma proprio le difficoltà degli schieramenti e delle singole forze politiche potrebbero incidere sul timing e sull’azione dell’esecutivo, rendendo più accidentato l’ultimo tratto della legislatura.

Il centrodestra è alle prese con un cambio degli equilibri interni non riesce a trovare un nuovo baricentro. Tale è il dissesto, che Maurizio Lupi — a spoglio appena iniziato — ha chiesto «un vertice urgente dell’alleanza»: «Si deve ritrovare lo spirito originario subito o può essere tardi». Il problema non è tanto il pessimo risultato dei ballottaggi — dato che al primo turno la coalizione aveva conquistato Palermo e Genova — ma la ricostruzione della coalizione «che non può ridursi alla somma dei tre maggiori partiti». E che dovrà affrontare il test — quello sì importante — delle Regionali in Sicilia: «Lì si voterà a ottobre — dice il segretario dell’Udc Cesa — quando staremo discutendo già il programma e le liste per le Politiche. Se dovessimo dividerci, la coalizione si disarticola e senza il proporzionale non ci sarebbe neppure uno schema alternativo».

Il centrodestra, per ora, è assai più debole

Il fatto è che al momento ogni partito è ripiegato su sé stesso. Salvini deve fare i conti con la crisi del progetto di forza nazionale e con percentuali molto basse al Nord, da dove arriva la richiesta di una «discontinuità di linea politica» insieme all’avvio dei congressi regionali. Berlusconi deve rilanciarsi e affrontare una lunga campagna elettorale per sedare le tensioni interne a Forza Italia che preludono a nuovi abbandoni. Quanto alla Meloni, deve constatare come gli esperimenti (e i candidati) sul territorio non hanno coinciso con l’avanzata nei consensi e i sondaggi da primo partito nazionale. Il centrodestra per ora è debole.

Ma anche il centrosinistra, oggi, fa fatica…

Ma anche il centrosinistra, per ora, fa fatica.  Dopo la scissione del Movimento 5Stelle, Letta ha difficoltà a definire l’area di riferimento del Partito democratico e spazia, come definizioni, dal ‘campo largo’ al ‘nuovo Ulivo’, ma vista l’eterogeneità dell’alleanza somiglia piuttosto alla vecchia Unione. È un modo per prendere tempo, mentre nel Pd monta la preoccupazione: «Finirà che dovremo dare i nostri seggi ad alleati senza voti». O peggio: la quantità di liste ‘centriste’ rischia di far disperdere voti di area riformista.

La frattura della scissione Di Maio e il centro

Così stanno le cose, dopo che la frattura nel M5s ha rianimato la discussione al centro. Il problema non è legato alla miriade di aspiranti protagonisti, a cui non corrisponde un equivalente peso elettorale. Il punto è che il centro dovrebbe essere equidistante dai due poli, pronto a trattare pragmaticamente con la coalizione vincente sul programma di governo. Se invece guarda da una parte sola, diventa presto un’altra cosa.

Ed ecco che l’operazione di Di Maio «può creare problemi al governo», secondo un ministro dem, che ha parlato con esponenti del centrodestra, dove la manovra del titolare della Farnesina viene vissuta come «un’azione di Palazzo a noi ostile, assecondata da Draghi per costruire un nuovo assetto politico e impedirci di andare al governo nella prossima legislatura». Sono niente più che sospetti. Che potrebbero però alimentare tensioni mentre l’esecutivo si appresta ad affrontare un autunno difficile, tra Pnrr, Finanziaria, riforme.

Un clima d’instabilità che, in vista delle urne, sarà crescente. La linea di Draghi si può ritrovare nelle parole pronunciate al G7: “La crisi energetica non deve produrre un ritorno al populismo”. La traduzione di Renzi è che «la politica non può pensare allo scampato pericolo. Non vorrei dovessimo rimpiangere i grillini». E se lo dice il più acerrimo avversario di M5S...

Cosa può succedere, ora, al governo Draghi?

Certo è che, una volta archiviate le elezioni amministrative, non vi saranno, da qui alla fine della legislatura, altre tornate elettorali. Se si eccettuano, ovviamente, le elezioni regionali che si terranno in Sicilia, a ottobre o a novembre, per decidere chi dovrà prendere il posto dell’attuale governatore, Nello Musumeci (se lui stesso, cioè, o altri), espressione di FdI e del centrodestra, con il centrosinistra che tenterà una rimonta assai difficile, in terra di Trinacria (le primarie del campo largo si terranno il 23 luglio). Ovviamente, se il governo Draghi cadesse, sarebbe possibile il ricorso a elezioni anticipate, o sarebbe possibile la nascita di un nuovo governo (magari ‘di minoranza’ e sempre guidato da Draghi o di un governo ‘elettorale’ che guidi il Paese fino a elezioni anticipate, magari a ottobre) ma per ora i partiti della maggioranza di governo (dal M5s di Conte alla Lega di Salvini, passando per il Pd di Letta, il nuovo IpF di Di Maio, FI, Iv, Leu, etc.) assicurano fedeltà, più o meno convinta, al premier e, dunque, la scadenza naturale della legislatura (marzo 2023), in teoria, dovrebbe essere rispettata, anche se la data delle prossime elezioni politiche è un rebus a sua volta. Ciò non toglie che la strada del prosieguo dell’azione dell’esecutivo – e, dunque, della fine ‘naturale’ della legislatura - è irta di ostacoli, vere e proprie mine che mettono a serio rischio il suo percorso.

Le ‘mine’ disseminate sulla strada di Draghi

Il primo banco di prova arriverà prestissimo, entro il prossimo 30 giugno, quando il ‘dl Aiuti’ arriverà all’esame della Camera dei Deputati e dovrà essere approvato a spron battuto perché scade entro metà giugno. I 5Stelle sono già sul piede di guerra perché il decreto contiene norme che permettono la costruzione di nuovi inceneritori (o, meglio, termovalorizzatori) in diverse città, ma soprattutto nella capitale, Roma. Conte e il suo partito hanno già detto che, se la norma verrà confermata, e il governo metterà la fiducia, non la voterà. Il resto della maggioranza è, ovviamente, in grado di far passare il decreto, con o senza la fiducia, ma sarebbe un primo ‘strappo’, pesante, sulla sua compattezza interna. Inoltre, il governo sta pensando a un quarto invio di armi all’Ucraina, comprese quelle pesanti: un testo già ‘coperto’, grazie all’autorizzazione parlamentare, dal primo invio, quello n. 14/2022 di marzo, che prevede solo un passaggio davanti al Copasir, ma il tema è politicamente ‘caldo’. Anche qui, se i 5Stelle volessero creare difficoltà, chiedendo un dibattito parlamentare sulle armi, sostenuti anche da LeU, si aprirebbe una falla e un rischio non banale, per la maggioranza Draghi.

Inoltre, in Parlamento, sia alla Camera (ius scholae, cannabis) sia al Senato (ddl Zan, fine vita) saranno in corso di esame, entro luglio, ben quattro provvedimenti sui diritti civili che di certo spaccheranno la maggioranza parlamentare in due con il centrosinistra che ne cerca l’approvazione e il centrodestra che farà di tutto per bocciarli, anche se, su tali temi, il governo non si esprimerà.

La manovra economica e fine della legislatura

Una volta, invece, superati indenni la calda estate – e al netto, si capisce, di ‘Papeete 2.0’ di Conte, o di Salvini, come nel 2019 – i lavori del governo e del Parlamento riprenderanno a metà settembre. Entro il 27 settembre va approvata la Nadef, nota di aggiornamento al Def, che – attenzione! – va approvata a maggioranza assoluta dalle Camere (non basta, cioè, la maggioranza semplice). Un banco di prova non piccolo, considerato che è il fondamentale tassello della seguente manovra di bilancio, che va presentata alla Ue il 15 ottobre, e della sessione di bilancio che si apre subito dopo e che impegna le Camere, di fatto, fino a Natale.

Anche qui, la Lega di Salvini e l’M5s di Conte potrebbero alzare di molto le loro pretese, in merito alla manovra economica, architrave di ogni governo che si rispetti, chiedendo l’impossibile (riforma delle pensioni e taglio delle pensioni la Lega, superbonus e altro i 5Stelle), rompendo la maggioranza e mandando sotto il governo. La Lega è attesa da un dirimente momento clou interno, il ‘pratone’ di Pontida, a metà settembre, dove Salvini annuncia sfracelli, e i 5Stelle dai loro rivolgimenti interni, dopo la scissione di Di Maio, e da decisioni clou come quella sul limite al tetto del terzo mandato che potrebbero mandare in fibrillazione il governo. Detto che, il 24 settembre, matura il diritto al vitalizio (dopo 4 anni e sei mesi di legislatura) per i parlamentari al primo mandato, e che a quel punto mancherebbero solo sei mesi alla sua fine naturale, si entrerà di certo in ‘terra incognita’. Ove, invece, il governo dovesse superare le tante prove che lo attendono, resterà un solo busillis: quando si andrà a votare, se la scadenza della legislatura sarà ‘naturale’? Per una serie di complicati calcoli la data delle elezioni politiche (che va indetta tra 45 e 70 giorni seguenti alla fine della legislatura) potrebbe tenersi agli inizi (il 7) come alla fine (massimo il 23) di maggio 2023. Anche questa, però, non è solo una scelta tecnica, ma politica, che può incidere sulle future elezioni. Infatti, dare ai partiti, e alle coalizioni, più o meno tempo, per organizzarsi, ai fini delle elezioni – e a prescindere da quale sarà la legge elettorale con cui si voterà, se il Rosatellum attuale o una nuova legge di tipo proporzionale – può dare chanches al centro di organizzarsi in un terzo polo o alle due coalizioni ‘classiche’, centrodestra e centrosinistra, di ricompattarsi e tirare le fila, togliendo voti a questo terzo Polo.