Tre giorni di ostruzionismo alla Camera e il discorso marxista di Giorgetti

Continua l’ostruzionismo del centrodestra al Dl sicurezza. Quello che fa infuriare i leghisti è il fatto che quelle leggi furono approvate dall’esecutivo di cui era presidente del Consiglio Conte e questa che sostanzialmente le abroga è firmata dal secondo governo Conte

Giancarlo Giorgetti
Giancarlo Giorgetti

Come se – per un giorno, anzi per tre giorni e oggi sarà il quarto – in Italia fosse tornata l’opposizione. Come se, dopo i DPCM, i dibattiti sulle libertà negate, varie ed eventuali, gli scostamenti di bilancio e tutto ciò che in qualche modo era legato al Covid, fosse tornata la voglia di lottare in Parlamento e le opposizioni abbiano trovato un argomento di discussione su cui lottare, appassionarsi, fare le barricate.

E hanno individuato tutto questo in una cosa che si chiama tecnicamente – e mi scuso anticipatamente per costringervi a leggere tutto questo titolo – così: “Disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modifiche agli articoli 131-bis, 391-bis, 391-ter e 588 del codice penale, nonché misure in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici ed ai locali di pubblico trattenimento, di contrasto all'utilizzo distorto del web e di disciplina del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”.

Detto in modo più semplice è la legge che abolirà i decreti Salvini sulla sicurezza e quello che scatena soprattutto i leghisti (Forza Italia e Fratelli d’Italia erano già all’opposizione) è il fatto che quelle leggi furono approvate dal governo di cui era presidente del Consiglio Giuseppe Conte e questa che sostanzialmente le abroga è firmata dal secondo governo di cui è presidente del Consiglio Giuseppe Conte e che la maggior parte dei voti a favore delle prime arrivarono dai parlamentari del MoVimento Cinque Stelle e la maggior parte di quelli che le abrogano arrivano e arriveranno dagli stessi parlamentari del MoVimento Cinque Stelle che le avevano votate.

Quindi, ricapitolando: venerdì 27 novembre sei ore e cinquanta lorde di seduta e sei e quaranta nette: dalle 10 alle 16,50, con pause dalle 12,40 alle 12,45, dalle 16,35 alle 16,40.
Lunedì 30 novembre sei ore e cinque lorde di seduta e cinque ore e cinquantacinque minuti netti: dalle 13,05 alle 19,10 con soli dieci minuti di sospensione dalle 14,30 alle 14,40. Fra l’altro, su questa legge il governo ha già incassato la fiducia, ma l’ostruzionismo è sulla presentazione di ordini del giorno, che servono a poco o niente, ma aiutano a blindare i deputati in aula. E quindi anche ieri raffiche di ordini del giorno: partenza alle 9,30, sosta dalle 13 alle 15, 05, nuova sosta dalle 19,35 alle 21,15 e poi via a quella che tecnicamente dopo le 21 si chiama seduta notturna e che è finita a mezzanotte in punto, come previsto, un po’ come accade a Cenerentola. Totale lordo della seduta di ieri 14 ore e mezzo, netto 10 e 45 minuti. Ma stamattina si riprende alle 9 in punto. Tre i vicepresidenti impegnati in questa maratona: Ettore Rosato di Italia Viva, Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia e la pentastellata Maria Edera Spadoni.

Moltissimi gli espedienti dell’opposizione – come è legittimo che sia in ogni ostruzionismo – per allungare il brodo: interventi sull’ordine dei lavori, chiamate in causa per richiami al regolamento, addirittura correzioni plurime della Lega sul processo verbale, sfruttando un precedente ideato da Roberto Giachetti, che è di Italia Viva ma viene da una scuola radicale che dell’ostruzionismo, quello serio, ha fatto una missione: l’ostruzionismo da record del mondo, quello di Marco Boato che ha il record del discorso più lungo contro la proroga del fermo di polizia previsto delle leggi Cossiga sull’ordine pubblico con 18 ore e cinque minuti. “E avrei potuto continuare – raccontò – ma molti colleghi di tutti i gruppi mi scrissero che dovevano tornare a casa e c’era nebbia. Mi intenerii”.

E così appare quasi un dilettante il leghista bergamasco Daniele Belotti, storico capo degli ultras atalantini, che lunedì aveva usato espressioni non finissime nel suo discorso e ieri ha spiegato sarcastico: “Non avendo dormito tutta la notte, tormentato dai rimorsi di coscienza per le espressioni poco consone proferite ieri in questo sacro emiciclo, chiedo, ove possibile, una modifica al verbale laddove, alla pagina 57, dichiaro testualmente: “le vostre discussioni in ‘sti cazzo di salotti snob”. Presidente, sono affranto, nonché consapevole che si può pensare che i salotti radical-chic siano del cazzo, ma non lo si può certo dire in questo contesto”.

Poi, a un certo punto, un altro leghista, Gualtiero Caffaratto, fra gli applausi dei suoi compagni di gruppo, dice a tutti coloro che hanno intenzione di votare la legge: “Siete degli schifosi, traditori, nullafacenti!”. Parole che, anche comprensibilmente, fanno andare su tutte le furie il pentastellato Sebastiano Cubeddu, che chiede rispetto.
Ed è un altro leghista, Rossano Sasso, ad approfittarne per un altro sfoggio di ostruzionismo, chiedendo di parlare sull’articolo 8 del regolamento della Camera, quello che regola il buon andamento dei lavori: “Per prendere in qualche modo le distanze dal mio collega Caffaratto, perché evidentemente ha sbagliato termine. Io, al suo posto, avrei detto rinnegati. Cito dal vocabolario: “rinnegato: chi ha tradito un'idea, una fede, un accordo precedentemente preso, traditori””. Buon andamento dei lavori.

Insomma, diciamo che la Lega usa tutta la fantasia parlamentare di cui dispone. Compreso il discorso marxiano e marxista di uno che non ti aspetti, perché non è un esponente di Leu, ma è un leghista ed è Giancarlo Giorgetti, accusato al massimo di democristianità, ma mai di “komunismo!”. E vale la pena di fare una visita guidata nel discorso di Giorgetti, perché è veramente notevole a partire dall’incipit.
L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio è uno che parla poco, ma dice sempre molto: “Grazie, Presidente. Le confesso che avevo dei dubbi se intervenire in questa discussione sugli ordini del giorno, anche perché, essendo abbastanza “vecchio dell'Aula”, mi è passato il furore giovanile di quando, entusiasta, circa vent'anni fa, mi venivano approvati gli ordini del giorno e pensavo che servissero a qualcosa; ero rimasto legato ai miei ricordi degli studi storici, in cui un ordine del giorno del 1943 contribuì… (…) Detto ciò, però, l'intervento lo faccio, anche perché vorrei prendere la questione dell'immigrazione, in termini provocatori, nei confronti degli amici della ex sinistra, che hanno dimenticato qualsiasi fondamento e qualsiasi base teorica del loro approccio, sotto l'aspetto economico. E in particolare, ricorrerei a Carlo Marx, che, devo dire, in questi tempi, deve essere assolutamente rivalutato e letto, ovviamente, insieme a Keynes, perché, altrimenti, perdiamo un po' la trebisonda.

Allora, sulla questione dell'immigrazione, tra le tante cose, Marx ha scritto anche delle cose molto interessanti e, a mio giudizio, condivisibili. In particolare, sulla questione irlandese, la famosa lettera sulla questione degli operai irlandesi, che, sostanzialmente, facevano concorrenza agli operai inglesi e che, quindi, in base alla nota teoria, permettevano, sostanzialmente, ai salari di essere compressi verso il basso e che, quindi, sostanzialmente, erano l'utile strumento, loro, del capitalismo inglese, per tenere sotto schiaffo la classe operaia inglese.
Con le dovute proporzioni, con le dovute proporzioni, inseguendo, naturalmente, nobili teorie di diritti, la sinistra, che ha abdicato completamente a qualsiasi tipo di rivendicazione sociale e ha sposato totalmente, negli ultimi vent'anni - perché io in quest'Aula c'ero, e loro hanno sempre votato tutte le teorie che arrivavano dall'Europa, le cosiddette teorie ordoliberali; le hanno votate loro, perché non avevano nessun'altra ideologia che quella - in funzione delle quali la immigrazione è un potente calmieratore di quelli che sono i salari e le retribuzioni dei lavoratori. E non è un caso che da vent'anni i salari e gli stipendi reali dei lavoratori italiani non aumentino: ma è ovvio che non aumentano, perché neppure i sindacati possono contestare quello che il loro riferimento politico al Governo ha sostanzialmente instaurato, perpetrato, coltivato, anzi esaltato.

Allora, qui viene la contraddizione rispetto anche a quello che sta succedendo, e su cui io, in qualche modo, mi interrogo, perché tutta questa moneta che viene, diciamo così, sparsa a mani larghe in tutto il mondo, e anche in Italia, mi chiedo come mai nessuno pensi si possa tradurre in inflazione. Ma è evidente che non si tradurrà in inflazione perché l'inflazione nasce quando l'economia riparte e i fattori produttivi e, in particolare, il fattore lavoro, e cioè i lavoratori, chiedono maggiori salari, chiedono maggiori stipendi e li ottengono. In questo caso, l'esercito di riserva del capitalismo, cioè i disoccupati del mondo della globalizzazione, saranno sempre utili per i capitalisti di tutto il mondo per tenere calmierate le retribuzioni, per tenere calmierato l'eventuale influsso del fattore lavoro. E, quindi, di inflazione, tranquilli, non ce ne sarà mai, perché i lavoratori italiani prenderanno sempre lo stesso stipendio e, se lo oseranno contestare, ci sarà l'esercito di riserva che arriva da fuori, al servizio del capitalismo, non dei diritti che vengono qui teorizzati. Al contrario, quello che si dovrebbe fare - e ho finito - è andare a portare sviluppo a casa di questi popoli perché quello è lo sviluppo vero”. Oggettivamente, il discorso più alto di tutta la giornata di ostruzionismo, anzi di tutte e tre le giornate. Premiato con un tripudio di interruzioni e applausi da parte dei deputati leghisti. Che non sentivano un discorso così meravigliosamente marxista da quando Matteo Salvini era il capo dei Comunisti padani e riuscì ad essere eletto nel Parlamento del Nord sotto il simbolo di falce e martello. Ma falce e martello padani, of course.