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"Dipartimento mamme" è una parola orrenda. Ma il problema esiste ed è serio.

In Italia esiste una relazione diretta fra calo delle nascite, difficoltà di accesso al mondo del lavoro e precarietà delle donne lavoratrici. Per aiutare le mamme serve più inclusione

Paola Pintusdi Paola Pintus   
'Dipartimento mamme' è una parola orrenda. Ma il problema esiste ed è serio.

Che paese è quello che negli ultimi due anni ha registrato le peggiori performance di sempre nel saldo fra nascite e decessi, con valori che oscillano tra 162 mila e 134 mila unità in meno? E che paese è, ancora, quello in cui il livello minimo delle nascite, già sotto quota 500mila nel 2015, tocca un ulteriore record negativo di appena 474 mila nuovi nati del 2016? Un paese in cui in media le donne arrivano a fare il primo figlio ben oltre i 31 anni d'età, in cui la tendenza all'invecchiamento è compensata soltanto dal saldo migratorio estero (+135 mila nel 2016), con un livello analogo a quello dell'anno precedente ma, rispetto a quest'ultimo, con un maggior numero di ingressi stranieri (293 mila), e una sempre più inarrestabile fuga di italiani: in 157 mila l'anno scorso hanno deciso di fare le valige e cercare lavoro fuori dai confini nazionali.

Ecco, un paese così, che non si interroga su come invertire questa devastante tendenza demografica e su come fare fronte all'inevitabile default dei conti previdenziali (a prescindere dall'apporto dei migranti tutto da valutare nel lungo periodo, con buona pace di Boeri) è un paese sprofondato in un declino senza speranza

Per questo, al di là della locuzione francamente brutta, appare un pò stucchevole la polemica sul "dipartimento mamme", nome scelto dal segretario Matteo Renzi per definire il gruppo di lavoro che all'interno del PD dovrà occuparsi di definire una strategia in grado di conciliare e rendere finalmente compatibili nella vita delle donne italiane la scelta del lavoro e quella della maternità. Perchè al di là di quella parolina facile facile, e diciamocelo, un pò furbetta, si nascondono delle problematiche profonde, per troppo tempo rimosse, e di cui vivaddio è ora che si ricominci a parlare dentro e fuori dal Pd. 

Donne e lavoro: se la chiave che scioglie il nodo della maternità si chiama inclusione

Perchè sì, è vero: quel linguaggio semplificato, smaccatamente centrato su una parola chiave di sapore fortemente emozionale, finisce col diventare persino irritante davanti a un'opinione pubblica ormai stanca di titoli e slogan, di sondaggi e tecniche di marketing. E' altrettanto vero però che esiste, nel nostro paese, una relazione diretta fra calo delle nascite, difficoltà di accesso al mondo del lavoro e precarietà delle donne lavoratrici. E che tutto questo si ricollega in modo più ampio con il graduale ma inesorabile disinvestimento nel sistema di welfare del paese. 

Lo ha spiegato bene, la sociologa Chiara Saraceno, nel suo ultimo libro "Il lavoro non basta": in Italia il tasso di attività femminile è tra i più bassi a causa dell’insufficiente sostegno per la conciliazione lavoro-famiglia e per l'idea invalsa che il welfare sia troppo costoso e determini alla fine uno spreco di risorse pubbliche. Invece, come ben evidenzia una ricerca Ocse di qualche anno fa, esiste una relazione diretta fra il Pil di un Paese e il ruolo delle donne: più aumenta il tasso di occupazione femminile, più cresce il prodotto interno lordo, quindi i fondi in cassa per lo Stato e per il welfare. E più cresce il tasso di natalità. Insomma: più un'economia è dinamica, più è inclusiva, più le donne riescono a realizzarsi in quanto lavoratrici e più contribuiscono alla crescita, anche demografica, del loro paese.

In Italia esiste un enorme potenziale inespresso dalle donne a causa del corto circuito che si traduce nell'incrocio tra bassa partecipazione al mondo del lavoro e bassa fecondità. La nostra percentuale attuale è di 1,34 figli per donna. Nel 2015 era a 1,35, nel 2012 a 1,42. La media europea è attorno all’1,6. Occorre invertire questa tendenza.

Detto che i Paesi dove si fanno più figli sono oggi quelli che hanno indici di occupazione femminile più alti, bisogna ricreare una relazione naturale e positiva tra i due poli della vita di una donna: professione e maternità. Laddove la libera scelta di procreare, insieme alla valorizzazione dei talenti, diventa anche la chiave di volta per arrestare il declino e per riequilibrare un sistema di welfare oggi troppo sbilanciato sulle pensioni a sfavore degli interventi sulle famiglie. 

Si spera che, a prescindere dal nome che gli si vorrà dare, il neo dipartimento del Pd vorrà entrare nella discussione concreta di queste problematiche, contribuendo a indicare percorsi e soluzioni praticabili, nel rispetto delle libere scelte individuali e magari includendo, nel sostegno più generale alla maternità consapevole, anche quello di una paternità attiva e non sussidiaria all'interno del progetto familiare.

 

 

 

 

Paola Pintusdi Paola Pintus   
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