[Le carte] Tutti i segreti della dynasty dei Genovese. L’interrogatorio: “Quella montagna di soldi? Per pagare i regali di matrimonio”. Il giudice: “Non sono noccioline”

Decine di milioni di euro in Svizzera e a Montecarlo. Una ricchezza smisurata passata padre in figlio

Luigi e Francantonio Genovese

C'è Dinasty, una soap familiare di persone garbate e spregiudicate, nelle 218 pagine di word che il Tribunale di Messina ha scritto per emettere il decreto di sequestro del sontuoso patrimonio dei Genovese, il padre Francantonio, deputato finito in carcere, e passato prontamente dal Pd (che lo ha abbandonato al suo destino) a Forza Italia, che lo ha accolto a braccia aperte; il figlio Luigi, 21 anni, appena eletto consigliere regionale in Sicilia e già oggetto di attenzione della magistratura. E poi soldi in contanti che passano la frontiera, conti correnti a Montecarlo, ville di lusso, società, trame, espedienti per nascondere i capitali, e una santissima alleanza di sangue tra marito, moglie, figlio, cognati. Tutto in famiglia, proprio come una di quelle saghe americane dove i buoni hanno la faccia cattiva e i cattivissimi il viso d'angelo

Serie di stratagemmi

I reati ipotizzati per padre, figlio, mamma, cognato, in quest'ultimo filone di indagine, sono relativi al tentativo di sottrarsi al pagamento delle imposte per un ammontare complessivo di 16 milioni di euro. Tentativo portato a termine con vari strumenti, tra cui aumenti di capitale definiti artificiosi, passaggi di mano del padre in favore del figlio, polizze finanziarie sottoscritte in Svizzera, case passate di proprietà da una società al ragazzo neo consigliere regionale, conti correnti a Montecarlo e perfino soldi contanti portati personalmente all'estero. Insomma, una serie infinita di stratagemmi per occultare denaro, in modo da lasciare a bocca asciutta le casse dello Stato, che rivendicavano il recupero delle cifre.

Gravità eccezionale

“La personalità e i ruoli degli indagati – scrive il Gip nell'ordinanza di sequestro -, gravi fatti pregressi in qualche modo collegati, il contesto nazionale e locale in cui si incastonano i reati ascritti, il livello delle somme e beni oggetto di richieste e la costante valenza penale dei comportamenti, forniscono un quadro di una gravità eccezionale. (…) II quadro è univoco: circa 20 milioni di euro sottratti allo Stato e  oggetto di riciclaggi ed evasioni sistematiche,  conti offshore, ruoli parlamentari, mezzi ed introiti enormi, e peraltro, ciò, effettuato con indifferenza”.

Il conto svizzero

Il primo elemento su cui si è concentrata l'indagine è l'esistenza di conti in Svizzera. Ne spunta uno intestato ai coniugi Genovese. E' da lì che, in effetti, parte tutto. La Guardia di Finanza, nel 2013, indaga su Credit Suisse life, e in particolare sulle polizze Unit Linked, con la segnalazione di 351 clienti italiani. Tra queste una intestata a Genovese, creata dal capostipite Luigi, poi passata al deputato Francantonio. Su di esse, secondo il Gip, si “vede operare una dinastia, con tre generazioni implicate, di cui il primo indagabile (teorico) è Luigi Genovese senior, in realtà deceduto ed il fatto sarebbe prescritto”. Il conto, infatti, sarebbe stato aperto decenni fa, quando lo stesso Francantonio era un bambino. Questa, la circostanza che lui invoca per affermare la sua estraneità. Ma il Gip la smonta.  “Risibile è la dichiarazione – scrive il giudice - che fa Genovese Francantonio, che la esportazione avviene quando ha un anno e non ne sa molto. Innanzitutto i soldi, a differenza delle noccioline, sono cosi tanti e di cosi tanto valore, che non si potrebbe pensare mai, almeno da una certa età, che vi sia stata una detenzione inconsapevole (smentita peraltro dalle operazioni effettuate), e se tutto inizia con Genovese Luigi senior, il reato prosegue e tanti ne fa derivare e fanno capo al figlio, con moglie e figlio e parenti”.

Tanto denaro

Sul conto svizzero arrivano molti, molti soldi, nel corso degli anni. “A fronte di una capacità redd ituale media per anno (convertita in euro) di 117. 034,00 – dice il Gip -,  avrebbe accumulato la somma d i 16 milioni di euro in modo esterno adogni le gale acquisizione, fondando il  giudizio che tali sommesiano  state oggetto e frutto di evas ione fiscale.” E altri soldi escono. Da qui, l'idea che fosse una provvista in nero per le aziende. “La Guardia di Finanza – si legge nell'ordinanza -, il perito, la procura, evidenziano come siano somme non percepite (nel senso che non risultano percepite) negli anni dal padre per quanto emerge dal raffronto nelle dichiarazioni redditi, ma anche che questo tesoretto illecito e in nero, di converso, subisce prelievi che appare impossibile spendere pure per una famiglia altolocata ricca o ricchissima”.

La spiegazione

Ma Genovese la spiegazione per tutte quelle spese (non per le entrate) ce l'ha, ed è che la politica costa. "Io conducevo – dichiara ai magistrati - una vita dispendiosa ed anche abbastanza generosa nei confronti degli altri, tenuto conto anche del mestiere che facevo". E qui fa riferimento a regali di matrimonio, banchetti, iniziative, pranzi, riunioni e quant'altro atteneva alla funzione di rapporto con persone e territori.  “Esigenze familiari e personali – dichiara Genovese in un interrogatorio -, esigenze familiari di mia moglie, dei miei figli, di mio padre, ristoranti, matrimoni, regali.. lo devo dire che conducevo una vita con relazioni molto  elevate. Credo di avere ricevuto almeno cinquanta inviti l'anno di matrimonio. Sicuramente quattro giorni la settimana nel ristorante. Poi vestiti, ovviamente, sia per me sia per la mia famiglia e sia per tutti. Fra regali, gioielli, regali a mia moglie e, per dire, mobili antichi, quadri, potrei stare qui all'infinito. Oltretutto, vi erano esigenze familiari personali, mio padre, mia sorella. Affrontavo pure le spese della famiglia“. Ragioni che non convincono il Gip, che invece ritiene i prelievi frequenti un modo per sottrarre soldi allo Stato una volta che di quel conto si era venuti a sapere.

La spoliazione

Prende il via, così, secondo gli inquirenti, una spoliazione di Genovese, che si libera di tutti gli averi. “Inizia – si legge nell'ordinanza - una impressionante attività di dismissioni, avvalendosi appunto di figli e nipoti (non potendosi certamente fidare di estranei)”. Non con la donazione, mezzo in genere usato per atti di generosità (ma revocabile e attaccabile giuridicamente), ma con quelli che il Gip definisce “una serie di sotterfugi, anche geniali”.  Nascono così  compravendite che vengono considerate finte dagli inquirenti, e che hanno come beneficiario, curiosamente, proprio Luigi, il rampollo di casa Genovese, quello eletto a furor di popolo al Consiglio regionale con migliaia di voti, pur essendo alla prima candidatura e avendo solo 21 anni. “A Genovese Luigi – scrive il Gip - passa un patrimonio enorme, sostanzialmente non spendendo denaro, con operazioni finanziarie,  prestiti e sostanziali pagherò”. “E cosi dal nulla si staglia la figura di  Genovese Luigi junior – scrive ancora, con involontaria ironia, il Gip -, che diventa consapevolmente, firmando atti e partecipando alle manovre del padre, ricchissimo”. Gli atti  sono organizzati a tavolino da persone esperte “rimaste nell'ombra e forse – nota il giudice - con la connivenza di banchieri, in cui comunque nessuno dei partecipi, per la presenza e gli effetti, si può dire inconsapevole e chiamare fuori”.

Una dinastia solida

Un padre chirurgico, quindi, nel mettere soldi da parte e poi nel disfarsene, una rete di complicità illuminate e furbe, un figlio giovanissimo che diventa, nelle disavventure del padre, il contenitore di tutti i beni di famiglia: denaro, casa, e anche il pacchetto di preferenze, visto com'è andata alle ultime regionali. Un pacchetto di voti fisso, immobile, tra i 18 e i 20mila a Messina e provincia, che premiano chiunque decidano i Genovese. Francantonio, il cognato, e ora Luigi, un ragazzo catapultato al centro della scena. E prima ancora, il successo politico del padre di Francantonio, anche lui Luigi, senatore sei volte, e a sua volta cognato di Nino Gullotti, il “principe di Messina”, che aveva il 41% delle tessere Dc di tutta la Sicilia, otto legislature alla Camera, otto volte ministro.  Da lui fino al rampollo appena eletto in Regione. Senza fine.

Una idea di società

“La circostanza della ricchezza improvvisa del Genovese Luigi – fa notare, infine, il Gip - , il suo notorio ingresso in politica, il modo spregiudicato  di acquisizione della ricchezza, danno la probabilità, sia pur per la visione cautelare di protezione dei beni e dei soldi dovuti allo Stato, che si verifichi la stessa attività dispendiosa del padre”. Da qui la necessità di sequestrare tutto. Conti per oltre 16 milioni in Svizzera, soldi portati da spalloni per oltre dieci milioni a Montecarlo e depositati su un altro conto, società, ville, appartamenti, garage, immobili di varia natura. “Una ricchezza smisurata – scrivono gli inquirenti – ma illegale”. Frutto di business su cui un tribunale si è già pronunciato, condannando Genovese. In realtà questo è solo l'aspetto monetario, e penale, di un fenomeno che, prima di individuare un reato, profila una idea di società. Voti a migliaia che restano intatti nel tempo. Nonni, figli, nipoti che si passano consenso, tessere, candidature, seggi. E tutti restano a guardare. I partiti politici dicono sì, accettano, candidano, gli elettori votano, decidono, sostengono così le trame di potere e affari, e lo scettro passa di mano in mano senza colpo ferire. Proprio come in una soap familiare, dove a perdere è solo chi guarda.