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[L’analisi] Le dimissioni farlocche di Renzi e quel che resta del Pd, prigioniero del maleducato di talento

Si è dimesso, è riuscito a star buono due mesi poi si è rituffato nell’agone. La verità è che quando la storia si mette in moto, niente può fermarla. Nemmeno uno spin doctor. Un buon politico se ne rende conto. Ma a che serve il talento se vinci solo per perdere?

[L’analisi] Le dimissioni farlocche di Renzi e quel che resta del Pd, prigioniero del maleducato di...

Il rebus Renzi si sta svelando a poco a poco. Era il rebus di un politico a due facce. Come sindaco di Firenze aveva governato bene, se si è un minimo obiettivi, molto meglio del triste burocrate Dominici e di parecchi altri che erano venuti prima. Aveva chiuso il centro storico al traffico, sollevando la città rinscimentale dal caotico e invivibile traffico che la soffocava. Aveva liberato San Lorenzo dall’assalto accecante degli ambulanti, che ne deturpavano irrimediabilmente l’immagine.

Pur essendo stato costretto ad accettare l’assurda tramvia, aveva impedito che quell’orrendo progetto, voluto dal suo predecessore, arrivasse al Duomo. Aveva sanato i bilanci disastrati delle mucipalizzate, trovando un accordo con gli imprenditori perché ci lavorassero gratis. Grazie a Giorgio Moretti, titolare della Dedalus, leader in Europa dei software sanitari, che aveva miracolosamente ristabilito i conti della Nettezza Urbana, aveva inventato «Gli Angeli del Bello», unico esempio in Europa di volontari che ripuliscono una città invasa da 11 milioni di turisti l’anno.

Aveva inventato la Leopolda, con la parola d’ordine della rottamazione, un concetto oggettivamente precursore, se si guarda oggi ai nuovi giovani leader che occupano la scena politica. Poi aveva scalato il pd, e quando aveva perso la prima volta alle primarie era rimasto fedele ai vincitori per spirito di partito. Arrivato in cima, aveva cominciato a scaldare i motori.

A parte la gaffe del staiserenoEnrico, che ne consegnava la prima immagine di bulletto, descritto da Grillo «con il giubbotto di pelle da Maria De Filippi», all’inizio era andato tutto bene. Fino alla vittoria clamorosa delle Euopee, a quel 40 per cento di voti che ne gonfiava esageratamente la forza. Il primo errore è stato quello. Un buon politico avrebbe dovuto essere consapevole del fatto che quelle elezioni hanno una valenza molto limitata, e non solo per via dell’assenteismo. Renzi invece s’è convinto che fosse un sondaggio su di lui. Il leader decisionista ha tirato dritto, sicuro di interpretare la volontà della maggioranza degli italiani. Ha cambiato la Costituzione. Alcune cose potevano essere giuste, come l’abolizione del Senato (ma adesso ci dovrebbero spiegare perché uno che voleva abolirlo, alla prima occasione si candida proprio lì).

Era sbagliato, però, pensare di avere gli italiani con lui. Il patto del Nazareno alla resa dei conti non è servito a niente se non a perdere una parte consistente della sua base elettorale. L’appiattimento sulle banche e sulla Boschi, il salvataggio controverso della Banca Etruria, e le polemiche sul padre Tiziano hanno fatto il resto. Proseguendo nell’errore, ha personalizzato il referendum. La batosta del 4 dicembre avrebbe dovuto aprirgli occhi. Il presidente Obama, con cui aveva stretto un buon rapporto, l’aveva consigliato: "Ritirati per due anni. Vieni a lavorare con me, nella mia fondazione. Giri il mondo, ti disintossichi e quando torni ti sei rifatto una verginità".

Un politico avveduto avrebbe dovuto dargli retta. Ma Renzi deve avere un Ego smisurato che lo divora. Si è dimesso, è riuscito a star buono due mesi (il limite massimo di silenzio che conosce), poi si è rituffato nell’agone per le elezioni. Obama - di nuovo - gli ha prestato uno spin doctor che gli ha spiegato che cosa doveva fare: «E’ inutile dare soldi a pioggia. Stai zitto e ascolta gli altri. Poi rilancia». Cioé, quello che hanno fatto tutti. Lui invece ha fatto l’opposto di quel che gli aveva detto.

La verità è che quando la storia si mette in moto, niente può fermarla. Nemmeno uno spin doctor. Un buon politico se ne rende conto. Lui no. Probabilmente, il tracollo del pd avrebbe potuto essere meno grave se lui si fosse messo da parte. E non è neppure detto. Di certo, per evitare il rischio estinzione, oggi lui dovrebbe davvero defilarsi completamente. Invece, mai nemmeno l’ombra di una autocritica. Ha ragione Di Maio, glielo impedisce il suo Ego. Un buon politico è quello che porta a casa risultati. Il risultato più importante che sta portando a casa Renzi per ora è quello della distruzione del partito, che è diventato il suo vero, grande nemico. Prima della comparsata da Fazio, che ha calato le brache a un desolato Maurizio Martina («Il pd rischia di estinguersi, impossibile guidare in queste condizioni»), si sarebbe scambiato un mucchio di messaggini con lo pseudo rivale Salvini, che difatti ha evitato accuratamente di attaccare, come ha rivelato il Corriere della Sera. Quasi a voler dar ragione ad Andrea Scanzi («Renzi è un terzo di Berlusconi, un terzo del peggior Craxi e un terzo di Jerry Calà»), dopo si è vantato con gli amici: «Avete visto come sono stato bravo? Fazio aveva il 14 per cento di share, con me ha fatto il 22,5».

A noi risulta il 18, ma non importa. Quisquilie. In trasmissione, comunque, la sparata contro Di Maio serviva solo a distruggere Martina. L’assemblea del 3 maggio, così, lui è convinto di averla già vinta, perchè l’alleanza con i 5 Stelle è saltata e il reggente difficilmente «avrà il coraggio di far votare qualcosa», comprese le sue dimissioni. Si andrà al 20 maggio all’Assemblea Nazionale, facendo fuori Martina con un’altra reggenza, più a sua immagine e somiglianza: Stefano Bonaccini o Ivan Scalfarotto. Da questo quadro, e da tutto quel che è successo dopo il 4 marzo, si evince chiaramente che le sue dimissioni sono state soltanto farlocche. Il risultato più evidente è che ne fa le spese quel che resta del pd, in continua discesa nei sondaggi, un recipiente pieno ormai di voti in libera uscita verso tutte le  direzioni, compreso l’Udc, che è tutto dire, come si deduce dal voto del Molise. 

Ma anche lui è destinato a pagare un prezzo molto salato. Se è vero, come dicono, che la sua volontà è quella di creare un partito alla Macron, corre il serio pericolo di trovarsi un serbatoio svuotato dai suoi errori e dalla sua ostinazione, finendo per replicare soltanto il disastroso precedente di Mario Monti. Il suo programma attuale, invece, è abbastanza chiaro. Dice che chi ha perso non può governare, ma sta tramando dietro le quinte per un governo del Presidente o delle riforme, con tutti dentro, compreso il pd. Ipotesi abbastanza ardua, perché difficilmente il M5S potrebbe accettare una soluzione del genere. Si può fare un governo lasciando fuori quelli che hanno vinto? Come per enricostaisereno rischia di dire una cosa e fare il suo esatto opposto. «Il caudillo Renzi», come l’aveva definito De Bortoli, sarà anche «un maleducato di talento». Ma a che serve il talento se vinci solo per perdere?

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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