Conte si dimette per andare in fretta al suo ter. Svuotando i renziani. Ma ci sono gli imprevisti delle consultazioni

Stamani le dimissioni. La mossa del cavallo di Renzi. Consultazioni da domani. Occhi puntati su Forza Italia. Berlusconi ha detto sì ad un governo di unità nazionale. Al Colle senza i due alleati? I centristi lo aspettano

Conte si dimette per andare in fretta al suo ter. Svuotando i renziani. Ma ci sono gli imprevisti delle consultazioni
Il premier Conte e il capo dello Stato Mattarella (foto Ansa)

Dimissioni. La comunicazione arriva alle sette di sera dopo un’intera giornata di salite e discese dal Colle, ogni volta puntualmente smentite, attese, fughe in avanti, tattica, tattica e ancora tattica. Che soprattuto questo è diventata da una settimana questa crisi di governo. Pura tattica, di ciascuno rispetto agli altri e viceversa.

Alle 19 e 20, con uno scarno comunicato, palazzo Chigi informa che “domattina (stamani,ndr) alle 9 è convocato il Consiglio dei ministri in cui il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte comunicherà ai ministri la volontà di recarsi al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni”. Finisce così il Conte bis. Quello che arriverà dopo nessuno lo può sapere. Neppure Conte nonostante sia convinto di approdare al Conte ter. Alla sua terza riedizione nella stessa legislatura. “Non ci sarà mai un Conte ter” ha pronosticato più volte il premier a chi, nei mesi e nelle settimane di un governo che prima della pandemia era appena nato e poi dalla pandemia non è più uscito,  scommetteva sull’insuccesso dall’accoppiata giallorossa. 

La speranza di consultazioni lampo

Ora si sa che le consultazioni al Quirinale sono uno dei quei luoghi dove più facilmente si entra “papa” e si esce “cardinale”.

Non sarà il caso di Conte. Lui le immagina “lampo” e il reincarico una pura formalità. Su questo avrebbe a lungo ragionato e si sarebbe confidato con i sui più stretti collaboratori. Che non sono però nei partiti della sua maggioranza. Ma a palazzo Chigi e dintorni dove si è creato in questi anni quell’embrione del partito di Conte molto alto nei sondaggi e comunque pronto al gran debutto elettorale. Una decisione sofferta e incerta fino all’ultimo secondo ma obbligatoria: il Conte 2 anche nella versione bis non ha i numeri (come ha dimostrato la conta di lunedì e martedì della scorsa settimana); non ha la quarta gamba (non ancora almeno) come gli ha spiegato per filo e per segno il primo dei costruttori, Bruno Tabacci (Centro democratico) e come hanno certificato anche ieri a fine mattinata le ultime trattative in questo senso con la chiusura senza se e senza ma dei tre senatori Udc e dei quattro di Idea-Cambiamo (Toti). Infine, la relazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non sarebbe mai stata approvata. Anche se Italia viva avesse tenuto coperte le sue carte fino in fondo (voto contrario, astensione, assenza), il pallottoliere non dava alcuna certezza di superare lo scoglio Bonafede. 

Due su tre

Bisogna essere molto abili con il pallottoliere che non vuol dire solo saper farei conto. Conte e nessuno dei suoi fedelissimi può esserlo per mancanza di materia prima, l’esperienza. Infatti ha sbagliato i conti due volte su due (fiducia e nascita nuovo gruppo politico). La terza era già scritta. 

Ad un certo punto del pomeriggio le agenzie battono la notizia che “Conte sarebbe salito a breve al Quirinale”. Le fonti sono “di maggioranza”. Molto probabile del Pd.  Una ministra come Paola De Micheli dice sicura in tv: “Conte andrà dal presidente Mattarella ma solo per aggiornarlo  sulla situazione e confrontarsi con lui”. E’ la stessa segreteria  Pd che pochi munti dopo deve smentire: “Mai detto che il presidente Conte incontrerà il Capo dello Stato…”. Tutto questo per dire della tensione e dell’indecisionen sul dà farsi. Poi alle 18 Conte, riunito con un gruppo di ministri, Gualtieri, Boccia e Franceschini per il Pd,  Bonafede, Patuanelli e Catalfo per i 5 Stelle spiega finalmente cosa ha in testa. Cosa gli hanno promesso i partiti della sua maggioranza: dimissioni e subito reincarico, magari senza neppure passare dalle consultazioni  o al massimo consultazioni lampo visto che nelle dichiarazioni pubbliche sia Pd che M5s dicono e ripetono da sempre “O Conte o morte” nelle sue varie declinazioni. Verso le 19 Franceschini ha riunito gli altri ministri Pd e altrettanto ha fatto Bonafede con la delegazione 5 Stelle. 

La mossa del cavallo?

Ora, che il “piano” del professore debba coincidere con la realtà, è tutto da vedere. Alcune cose possono però essere dette con certezza. La prima: Conte arriva, è stato alla fine spinto proprio là dove Matteo Renzi lo voleva portare. A partire dal 7 dicembre quando nei fatti ha aperto la crisi contestando il Recovery plan dalla prima all’ultima riga. Il testo del Piano è stato cambiato, “migliorato” perchè alla lunga le critiche di Italia viva erano giuste e fondate e condivise. Così come altre cose sono magicamente successe in questo mese di crisi latente, a cominciare dal nuovo assetto ai vertici dell’intelligence, un’altra battaglia che anche il Pd, non solo Iv, portava avanti da mesi. Segno che le scosse, anche brutali, a volte servono. La seconda: le dimissioni sono il passo che Conte avrebbe dovuto fare, e aveva ricevuto numerosi auspici in tal senso, il 13 gennaio, giorno in cui la delegazione di Italia Viva è uscita dalla maggioranza e dal governo accusando l’esecutivo di cui faceva parte di “immobilismo” e il premier di essere responsabile nella sua gestione della cosa pubblica di  “vulnus alla democrazia”. Se si fosse dimesso subito non avremmo perso due settimane di tempo e il piano di Conte - dimissioni e subito reincarico dopo consultazioni lampo - avrebbe avuto più chance di essere confermato.  Il Professore arriva invece al Colle sfibrato, indebolito, con la il suo nome abbinato in modo indissolubile alla caccia al voto che per quanto palese non è stato affatto nobile viste e considerate le trattative per i posti nel nuovo governo. E’ presto per dire se si siamo di fronte alla “mossa del cavallo” che è stato il titolo dell’ultimo libro di Renzi e uscito a maggio. In fondo era già scritto tutto lì.  Il leader di Italia viva, dato per “sconfitto” e “politicamente morto”, accusato con i suoi parlamentari di essere “inaffidabile”, “irresponsabile”, un “cinico che cura solo i propri interessi” (e che però è l’unico ad essersi dimesso)  sembra portare a casa quello che ha sempre chiesto: la svolta nel governo, nella squadra e nell’agenda. Con o senza Conte.  Giustamente Italia viva ieri sera non ha fatto comunicati, ha taciuto e ha convocato l’assemblea dei gruppi Camera e Senato. 

Il vero piano di Conte: l’irrilevanza di Iv

Il fatto è che oggi con le dimissioni finisce una storia. Subito dopo ne comincia un’altra. Di cui i protagonisti sono convinti di conoscerne l’esito. Ma nessuno in realtà può scommettere un centesimo su quello che succederà. E alla mossa del cavallo di Renzi potremmo assistere allo scacco di Conte: essere alla guida del terzo governo del terzo governo della legislatura giunta al suo terzo anno partendo dalla stessa maggioranza del Conte bis (Pd, M5s, Leu, Iv) ma già da domani allargandone il perimetro ai centristi e rendendo nel tempo irrilevante Italia viva e Renzi. Impedire a Renzi di dettare l’agenda del suo terzo governo, tirarlo dentro per svuotarlo: ecco il piano di Conte. La partita Conte-Renzi dunque non è affatto conclusa. Se fosse un match di tennis, il leader di Iv sarebbe avanti due set, nel terzo conduce 5 a 4 e va a servire per il match.

Certezze, come detto, da ora in poi ce ne sono poche. Anche nella procedura. Tanto che conviene far salire in cattedra il professor Ceccanti, costituzionalista, deputato del Pd e presidente del Comitato parlamentare per la legislazione. Con le dimissioni e l’apertura formale della crisi, “pur non essendoci certezze”, si possono “ipotizzare tre tipi ideali di scenario”. Il primo è che “il Presidente del Consiglio uscente possa dimostrare agevolmente di avere una maggioranza operativa in entrambe le Camere: in tal caso dovrebbe avere un incarico a breve per succedere a se stesso”. Il secondo, “opposto, è che palesemente non abbia i numeri ed in tal caso è da attendersi una gestione più lenta e non facilmente prevedibile in termini di possibili incarichi”. Una terza ipotesi, intermedia, “potrebbe essere quella di una maggioranza intorno al Presidente uscente, ma non del tutto convincente. In casi come questi si ricorre di solito a pre-incarichi (in questo caso sempre all’uscente) o a mandati esplorativi a personalità istituzionali”.

Tutte le crisi sono uguale a se stesse. Ma ciascuna è diversa dalle altre. Questa, per come ci siamo arrivati e per gli scenari che si aprono, è la più diversa di tutte. 

L’ultima chance

In un modo o nell’altro, a partire da oggi Conte si gioca la sua ultima chance di restare a palazzo Chigi. Abbiamo visto che la scelta delle dimissioni non ferma la caccia ai responsabili. E’ chiaro però che d’ora in poi basta un minimo errore per andare a gambe all’aria. Il rinvio delle dimissioni a oggi ha fatto comprare ancora tempo al premier: una sera e una notte intera per convincere gli indecisi a fare il salto. L’indecisione sta però tutta nel fatto che la quarta gamba cosiddetta per nascere, formarsi e dare garanzie vuole vedere cammello. Cioè cosa ottiene da questa partita. Il cammello, cioè la contropartita ministeriale/incarichi,  finora non c’era. Manco c’era la trattativa visto che Conte non era disponibile neppure alle dimissioni, non voleva mettere mano alla squadra e poteva offrire due ministeri, un posto da sottosegretario, qualche nomina nelle partecipate. Insomma troppo poco per gli esperti senatori figli della prima repubblica. La speranza è che ora si facciano avanti visto che - questo è sicuro - il Conte 2 è dimissionario e molte caselle cambieranno.   

I gruppi contiani alla Camera e al Senato “sono in formazione” assicura chi ci sta lavorando in queste ore. A palazzo Madama sarebbero 9-10 parlamentari fortemente tentati di aggiungersi ai due ex di Fi  Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin.  Gli occhi sono sempre puntati su Forza Italia (2-3 gli attenzionati) e i centristi anche se ieri l’Udc ha confermato  di non essere interessata. Neppure la senatrice Binetti già diventata ministro della Famiglia e per le Pari Opportunità negli scenari di questi giorni. 

L’arbitro Mattarella

Coviene azzerare tutto quanto detto e fatto finora. Un secondo dopo le dimissioni, comincia un’altra storia. Unico arbitro della partita diventa il Presidente della Repubblica che da oltre un mese segue la crisi latente giorno dopo giorno, sempre in silenzio e con l’unica arma della moral suasion. Nel segreto delle consultazioni può succedere di tutto. La conferma e la blindatura di Conte, come gli è stato assicurato da più parti, a cominciare dal Pd e dal Movimento. Ma anche la sua uscita di scena. Le consultazioni dovrebbero iniziare domani. Sarà fondamentale capire chi va e con quale formazione. Ad esempio: Forza Italia andrà da sola o con Salvini e Meloni? La leader di Fratelli d’Italia teme una fuga in avanti di Silvio Berlusconi. Che ha sempre detto no al governo Conte, anche ter. Ma ieri ha improvvisamente aperto e in chiaro ad un governo di “unità nazionale”. Mettendo in conto anche di staccarsi per un po’ dalla coalizione-gabbia. Se Forza Italia avrà la forza di fare questo. E di sottrarsi al giogo sovranista e nazionalista degli ultimi due anni, dall’altra parte troverà come alleati gli altri gruppi centristi, da Toti a Quagliariello, da Lupi all’Udc. Piccoli numeri che potrebbero crescere. Del resto dice un senior di Forza Italia, “sarebbe la stessa scelta che Salvini fece nel 2018 quando ci lasciò per fare il governo con i 5 Stelle”.  Centristi i campo con Forza Italia con o senza Conte? La domanda, come si vede,  è sempre la stessa. Esplicito ieri un tweet del senatore Andrea Cangini (Fi): “Conte è stato sovranista con Salvini, populista con Di Maio, europeista con il Pd e ora democristiano con i centristi. Un camaleonte capace di tutto che non crede in nulla”.

I centristi quindi potrebbero tornare in gioco se e quando le consultazioni dovessero cambiare lo schema previsto da Conte e, al momento, supportato da Pd e M5s. Oppure nel caso in cui Conte “dovesse lavorare ad una maggioranza politica e contemporaneamente cercare una maggioranza allargata per un vero piano di riforme”. E’ uno scenario che mette sul tavolo il senatore Gaetano Quagliariello (Idea), uno che al centro sa bene come toccare la palla. 

Le certezze

Occhi puntati anche sui 5 Stelle, assai meno blindati di quello che dichiarano. Ufficialmente il Conte ter è l’unica opzione. “Siamo la colonna della legislatura e siamo convintamente al fianco di Conte” ha ripetuto ieri sera il capo politico Vito Crimi. Ma non sono le sue parole quelle che vanno pesate. Piuttosto quelle di Luigi di Maio che domenica aveva dato “48 ore a Conte per uscire dallo stallo”.  E quelle di molti altri parlamentari 5 Stelle convinti che comunque “il Conte bis è al capolinea. Doveva muoversi prima. Intorno a lui non c’è una maggioranza ed è completamente ingessato”. I parlamentari 5 Stelle hanno mal sopportato una settimana di trattative per conquistare qualche voto in qua e in là.

E occhi puntati anche sul Pd. Importante, anche in questo caso, capire chi salirà al Colle per le consultazioni. Ci sarà Franceschini? E Bettini? Tecnicamente no. Però…. Dopo almeno tre giorni passati ad attaccare Matteo Renzi “inaffidabile”, “irresponsabile” e nelle cui trame “c’è l’omicidio politico del Pd” nella speranza di spaccare i gruppi e conquistare voti, ieri è andato in confusione totale e si è mosso su almeno tre direttrici diverse. Ulteriore riprova del malcontento interno e di chi non ha mai avuto dubbi che “tra Conte e Renzi, sia meglio l’ex segretario”. C’è la linea Bettini-Zigaretti “Renzi dentro ma ammettendo gli errori fatti”. C’è il Pd che deve fare marcia indietro rispetto al grido “al voto al voto” lanciato nell’ultima settimana nella speranza di conquistare indecisi e spaccare i gruppi di Iv salvo poi essere stati ripresi proprio dal Quirinale. Un gruppo di deputati e senatori si muove, al di là dei diktat della segreteria, verso una ricomposizione della maggioranza e una nuova agenda per i restanti due anni di legislatura.  “Conte dovrebbe dimettersi, aiuterebbe a sbrogliare la matassa e rafforzerebbe anche lui” ha detto il senatore Tommaso Nannicini, il più attivo in questi giorni per una ricucitura.

Rimangiare le cose dette

Poche cose sono certe. Tra queste il fatto che la giustizia - la relazione di Bonafede che a questo punto salta -  ha fatto saltare i piani di Conte. E non è solo una coincidenza: un anno fa Iv era già a un passo dalla crisi per la prescrizione di Bonafede e il giustizialismo grillino;  difficile che Bonafede possa tornare in via Arenula. E’ certo che adesso l’azione del governo starà ferma per almeno una settimana, dieci giorni. Tutti, prima di tornare eventualmente insieme allo stesso tavolo, dovranno rimangiarsi parecchie delle cose dette. E anche per questo ci vuole tempo. Tempo che l’Italia purtroppo non ha.