Salvini ha tutto l’interesse a restare al Governo, Di Maio tentato dalla crisi vuol staccare la spina

Il mutismo dei vertici pentastellati dopo il voto abruzzese è segno di un bivio difficile e dell’indecisione rispetto a ciò che si vuole fare;

Di Maio e Salvini
Di Maio e Salvini

Tutti lì a guardare Salvini, a fare l’esegesi degli sguardi scambiati oppure no durante la conferenza stampa insieme a Berlusconi e Meloni, a misurare il fatto che quella foto non l’ha postata sui social e che quindi non ci sono i cuoricini che sprizzano dallo sguardo.

E poi, tutti lì a guardare il calendario di Salvini per cercare di capire se il circoletto rosso del giorno in cui “staccare la spina” sarà prima o dopo il lunedì di fine maggio in cui si conosceranno i risultati delle elezioni europee. E ancora, tutti lì a sfrucugliare i peones della Lega che ti dicono – tutti, a patto di non essere citati “perché poi magari Matteo si arrabbia” – che “con questi qui non si può andare avanti, è una follia”. Ma, forse, come spesso accade, per capire davvero, occorre cambiare il punto di vista e ribaltarlo.

Perché Salvini ha tutto l’interesse a restare al governo con il MoVimento Cinque Stelle, visto che – ogni giorno che passa – ne svuota un pezzo e ne prosciuga un po’ il bacino, buttando in campo pentastellato bombe nucleari che deflagrano smantellando tutti i dogmi di fede che hanno nutrito negli anni il MoVimento, dalla Tap (se si votasse oggi in Puglia sarebbe un altro bagno di sangue per i grillini) al salvaCarige, passando per le politiche dell’immigrazione e per le grandi opere, Tav esclusa. Per ora. E già il fatto che si stia discutendo seriamente se votare sì o no all’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini sul caso Diciotti, introducendo cavilli giuridici e dotte argomentazioni giuspubblicistiche in gruppi parlamentari e in un popolo che ha sempre mangiato pane e tintinnar di manette è già una sconfitta per l’ortodossia pentastellata.

E allora, davvero, può essere utile ribaltare completamente il punto di vista. E, anziché guardare la cosa dal punto di vista di Salvini, guardarla dal punto di vista di Di Maio, prigioniero di un governo che ogni giorno gli fa perdere consensi e simpatie di un popolo cresciuto per fare opposizione e non per governare.

Il mutismo dei vertici pentastellati dopo il voto abruzzese è segno di un bivio difficile e dell’indecisione rispetto a ciò che si vuole fare; le letture minimaliste degli esponenti locali che confrontano il voto regionale con quello di cinque anni fa sono surreali, roba che nemmeno i socialdemocratici in era Cariglia; e il vero dramma per il MoVimento è stato che nemmeno la pesante discesa in campo di Alessandro Di Battista ha portato nulla.

Anzi, il valore aggiunto di Dibba è stato probabilmente a somma algebrica negativa, con i militanti in rivolta anche per frasi come quella su “Toninelli, uno dei migliori ministri che abbiamo…”. A questo punto, è il ragionamento che si fa strada nel MoVimento, “converrebbe che fossimo noi a staccare la spina, ponendo fine a questa agonia che ci prosciuga ogni giorno il bacino elettorale”. E dopo, però?

Le strade sono due: o un cambiamento in corsa dello statuto, con un voto lampo sulla piattaforma Rousseau per eliminare la regola dei due mandati e ridare un ruolo anche alle prime linee del MoVimento, da Di Maio a Fico. Oppure, puntare tutto sulla vittoria di Nicola Zingaretti alle primarie del Pd, sapendo che fra le sue truppe sono in moltissimi quelli che vedrebbero di buon occhio il dialogo con i pentastellati per tornare in gioco. E che fra i parlamentari grillini sono in moltissimi quelli che appoggerebbero qualsiasi governo per non andare a casa.

Insomma, tutto porta verso una crisi di governo aperta dai grillini per fermare la quotidiana e inarrestabile perdita di voti, con i leghisti a prosciugare tutto il loro bacino. Manca solo l’attentato di Sarajevo per poter dichiarare la guerra. Il voto del Senato sulla Diciotti e Salvini può assomigliarci moltissimo.