[Il ritratto] “Di Maio è meglio di Calenda”. Il metodo Emiliano, nemico in casa del Pd pronto a candidarsi ancora

Da pm di Bari mise sotto inchiesta la missione Arcobaleno di Massimo D’Alema, ma poi del lider Maximo divenne un beniamino. Diceva peste e corna di Berlusconi, spingendosi persino a presentarsi come testimone d’accusa nel processo contro Marcello Dell’Utri, ma nel 2013 srotolò uno striscione sulla piazza dove doveva parlare il cavaliere: «Caro Silvio, bentornato a Bari». E dopo la sua assoluzione in Cassazione disse che la procura di Milano avrebbe dovuto scusarsi con lui. Nel 2017 era il più accanito avversario di Renzi alla segreteria, arrivando a rivoltare i vecchi complimenti in offese, perché «è napoleonico e anaffettivo», disse, «e non ha capito il Meridione». Ma quando i dissidenti se ne andarono lui annunciò che restava

[Il ritratto] “Di Maio è meglio di Calenda”. Il metodo Emiliano, nemico in casa del Pd pronto a candidarsi ancora

Prima magistrato, poi dieci anni da sindaco di Bari e infine presidente della Regione. Prossimamente, ancora candidato al governo della Puglia. Ma Michele Emiliano è soprattutto la voce contro nel pd. Lo è da un pezzo, dopo essere passato da renziano appassionato all’inizio della fulgida scalata del Rottamatore, arrivando persino a definirlo Matteo Bonaparte: «Renzi come energia e come voglia di cambiare il Paese ricorda il primo Napoleone e non mi stupisce se quella appena cominciata fosse la prima tappa di un lungo ventennio». Nel pd, come insegna Fassino, a far le previsioni sono delle Cassandre al contrario. Il ventennio è durato lo spazio di un referendum. E anche il suo amore per Renzi ha fatto inversione di marcia in fretta. Già alle Europee del 2014 quando il Presidente del Consiglio gli levò da sotto il naso il posto da capolista in Puglia, a vantaggio di Pina Picerno, il rapporto era bell’e che in frantumi.

Col «bamboccio di Rignano sull’Arno», come lo chiamava lui molto poco amichevolmente, la guerra all’inizio era solo a tweet a schicchere. Ma di lì a breve le bordate sarebbero state un po’ più serie, e mica solo per lui. Al referendum dichiarò il suo voto per il No. Ed era solo l’inizio. Da Gentiloni a Calenda, al pd intero, ce ne sarebbero state per tutti: «Quelli si fanno delle belle cene mentre la gente soffre». Prima del 4 marzo annunciò la sconfitta con toni ancora più pesanti: «Renzi è un segretario che non ha mai mostrato particolare attenzione ai luoghi della sofferenza. Bisogna lavorare per cambiare il pd, per riportarlo a essere il partito delle persone che non contano niente, e non di petrolieri, finanzieri e banchieri. Siamo stati interessati solo ai potenti e all’establishment».

Magari stavolta non s’era sbagliato. Ma lui in ogni caso ha sempre mostrato una grande capacità di correzione. Bello grosso, con la faccia piena, i modi amicali e l’aria impetuosa da uomo del Sud,  con quel suo accento marcatamente pugliese, riesce a spiazzare direzione proprio per la sua velocità a cambiar direzione. Da pm di Bari mise sotto inchiesta la missione Arcobaleno di Massimo D’Alema, ma poi del lider Maximo divenne un beniamino. Diceva peste e corna di Berlusconi, spingendosi persino a presentarsi come testimone d’accusa nel processo contro Marcello Dell’Utri, ma nel 2013 srotolò uno striscione sulla piazza dove doveva parlare il cavaliere: «Caro Silvio, bentornato a Bari». E dopo la sua assoluzione in Cassazione disse che la procura di Milano avrebbe dovuto scusarsi con lui. Nel 2017 era il più accanito avversario di Renzi alla segreteria, arrivando a rivoltare i vecchi complimenti in offese, perché «è napoleonico e anaffettivo», disse, «e non ha capito il Meridione».

Ma quando i dissidenti se ne andarono lui annunciò che restava. Eppure c’è della logica in quello che dice e che fa. Come sindaco è stato molto bravo. Una volta è stato votato come il terzo sindaco d’Italia più amato, e l’anno dopo come secondo, anche se nel suo curriculum c’è pure una valanga di pesce che gli avevano regalato due imprenditori che poi sarebbero stati accusati di frode per alcuni appalti del Comune: «Dovevo riportare tutto indietro. Accettare quei regali è stato il più grande dolore della mia vita». Furono polemiche ma niente di più. in politica, comunque, la sua liaison d’intenti con i Cinque Stelle è abbastanza datata. Appena eletto governatore di Puglia, nel 2015, tentò subito di aprire al Movimento: «Per loro c’è l’assessorato l’ambiente». E nonostante il rifiuto dei grillini, cercò sempre di abbozzare un dialogo. E quando dopo il 4 marzo toccò al presidente della Camera Fico fare un giro di consultazioni, cercò di spingere in tutti i modi per arrivare a farci un governo insieme.

Ma lui è sempre stato una voce contro. Lo fu anche in quel momento. Carlo Calenda ha chiesto persino la sua espulsione con un tweet: «Hai passato gli ultimi anni ad accusare i nostri governi di qualsiasi nefandezza con insulti vergognosi. Fai politica per un altro partito». Ma c’è da dire che Calenda era uno dei suoi bersagli preferiti. Al concertone alternativo del primo maggio 2017 chiese la chiusura dell’Ilva, proprio in contrapposizione ai desideri del ministro che invece voleva salvare l’acciaieria più grande d’Europa con ventimila dipendenti. Disse che «il cantiere del Tap sembra Auschwitz». Quando poi Salvini e Di Maio si misero al tavolo per fare il contratto di governo, lui li elogiò e affermò che il loro programma gli piaceva molto, che l’avrebbe sottoscritto dalla prima all’ultima clausola e che «è compatibile con le istanze di progresso».

Anche la cacciata dei richiedenti asilo e l’allargamento della legittima difesa?, gli chiesero dal pd. Lui non rispose. Ma in tempi non sospetti, a un dibattito con Salvini sull’occupazione delle case popolari gli dette ragione: «Io ho fatto sgomberare tutti gli abusivi dalle case popolari di Bari». E poi, appena nato il governo del cambiamento, s’è sperticato in complimenti per Di Maio, levandosi pure qualche sassolino contro un suo nemico storico: «Con lui ho una cortesia istituzionale e umana. E soprattutto gli riconosco una lucidità politica nell’individuare la soluzione, che non è neanche paragonabile a Calenda. Di Maio ha una connessione col territorio infinitamente superiore a Calenda».

Nella lite senza fine con il segretario del suo partito non perde occasione per dare attestati di stima agli avversari più accaniti del Rottamatore: «I Cinque Stelle sono diventati più bravi di quelli del Partito Democratico, che hanno alla guida Willy il Cojote. Renzi è un Willy il Cojote che insegue il bip bip senza mai riuscire a prenderlo. Dietro di lui c’è un io esageratamente ipertrofico. E’ convinto che il pd sia stato il migliore dei partiti possibili e che quindi gli italiani torneranno a casa. Che gli altri non sanno governare come lui. Ora, la Lega governa le due regioni più importanti d’Italia e lo fa bene». Il 5 marzo disse: «Anche molti che avevano votato per me stavolta hanno scelto i Cinque Stelle, pure i miei familiari». Ma se uno gli chiede perché non vai da loro, visto che ne parli così bene, lui risponde che è impossibile: «Dopo due giorni mi caccerebbero via appena mi metto a criticare qualcuno dei capi». Perché lui è così. Preferisce attaccare che difendersi.

E dopo il sì al Tap e l’Ilva ha dimenticato tutti i complimenti: «E’ devastante quello che hanno fatto. Ricordo i comizi di Di Battista e della Lezzi nei quali dicevano che se avessero vinto avrebbero cancellato il Tap. Non hanno avuto il coraggio di fare quello che avevano promesso. Il M5S è al governo e anche su Ilva la loro ritirata è stata assolutamente indegna nei confronti del loro elettorato, che spero rifletta». A stretto giro di posta sono arrivate pesanti accuse dall’altra sponda. L’idillio se mai c’è stato è già finito. Ma l’impetuoso e sanguigno Emiliano non ci sguazza male se deve tirare fuori il petto. Una volta che uno studente lo avvicinò per chiedergli come mai non chiudeva le scuole visto che era in arrivo un maltempo da polo artico, lo squadrò subito in pugliese verace: «U chiù trimòn di tutt sì tu», gli disse a brutto muso, il più sega di tutti sei tu. «Vid ce va alla scol sfalzìn!». Vedi di andare a scuola, sfaticato. Perché con lui mica si scherza.