Il difficile mandato di Giuseppi, tra Draghi, legge di bilancio e i mai sopiti malumori interni

Il leader 5 Stelle parla molto e si contraddice su Presidenza della Repubblica, fine della legislatura, legge elettorale e ruolo di Draghi. Movimento “poco incisivo” sulla legge di Bilancio. Ignorato il cash back di Conte. Eppure è suo il pacchetto di voti più pesante (233) per l’elezione del Capo dello Stato

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte (Foto Ansa)

La bomba di giornata è a grappolo e la sgancia il numero 2 della Lega. Giancarlo Giorgetti affida il suo piano alla strenna natalizia per eccellenza che è il libro di Bruno Vespa. “Draghi subito al Colle - spiega - e al voto in ogni caso nel 2023. Tanto può guidare il convoglio anche dal Quirinale”. Un semipresidenzialismo di fatto e senza scandalizzarsi neppure troppo visto che dal 2006 a oggi molto è già stato fatto in questa direzione. E questo è nulla rispetto al fatto che “la svolta europeista di Salvini è molto parziale” e che sarà “compiuta solo quando entrerà nel Ppe”. Salvini che, secondo il suo numero 2, “non ha ancora capito se vuole fare Bud Spencer a vita o essere Meryl Streep”. Diciamo che ce ne sarebbe abbastanza per far saltare il partito e l’alleanza. Ma il segretario la chiude così: “Io lavoro ad un partito europeo nuovo che riunisca le destre e oggi comunque mi occupo di pensioni e taglio delle tasse”.

A ciascuno il suo

Il Pd non è messo molto meglio: dopo la sbornia amministrative, il segretario è convinto di aver già concluso la “camminata nel deserto” che molti nel 2018 vedevano lunghissima. Tiene il punto su Draghi al governo fino a fine legislatura perché la casella Quirinale è ambita da almeno 5-6 big di area, da Gentiloni a Prodi, da Franceschini a Rosy Bindi. E a palazzo Chigi Letta, tutto sommato è convinto di poterci andare lui. Altro che l’alleato Giuseppe Conte: la coalizione, se ci sarà, avrà “un campo largo” dove possono entrare tutti tranne Matteo Renzi e l’unico perno nel Pd. Gli altri saranno più o meno gregari. Forza Italia rinvia l’implosione a dopo l’elezione del Capo dello Stato, ormai ha iniziato la partita sul Cavaliere e cerca, al momento, di fare massa critica con il centro destra. Occorre allora concentrarsi sul Movimento 5 Stelle e il suo leader Giuseppe Conte che sta battendo a tappeto salotti televisivi di prima serata. L’incognita maggiore nel risiko presidenziale è e resta il Movimento 5 Stelle, 233 voti decisivi per leggere il Capo dello Stato. Se fossero uniti e compatti, però. Cosa che al momento risulta solo per un obiettivo: concludere la legislatura e portarla fino a scadenza naturale. Uno su tre, se va bene, tornerà in quei palazzi, tanto vale sfruttare fino in fondo indennità e benefit.

Incognita Conte

L’ex premier parla e si muove come un leader consumato. Dà la linea, convoca riunioni, fa le nomine. Il problema è che scontenta tutti. A cominciare dal Quirinale per finire sulla legge di Bilancio. In mezzo c’è un po’ di tutto. E’ come se la linea di miele tra Conte e i suoi parlamentari si fosse consumata. E non da ora. Le nomine dei cinque vice - Taverna, Gubitosa, Turco, Todde e Ricciardi - e l’esclusione di tutti gli altri da ospitate tv ha aggiunto nuovi malumori e ne ha rinnovato di vecchi. Rispetto a Conte e alla sua leadership. Che corre il rischio di essere spazzata via da una sentenza civile. Un gruppo di ortodossi al verbo originale del Movimento, ha fatto ricorso chiedendo di annullare le votazioni della scorsa estate che hanno portato al nuovo Statuto e alla nuova leadership. La decisione è stata rinviata al 22 novembre.

Il test del Senato

Il nuovo corso di Giuseppe Conte avrà oggi un test a palazzo Madama dove sarà scelto il nuovo capogruppo. Il sardo Ettore Licheri, avvocato come l'ex premier e considerato fra i 35-40 contiani di ferro tra i 74 senatori, punta alla riconferma. E’ tra i più convinti sostenitori dell’ex premier che in ogni intervento definisce “scippato” della carica di premier nonchè il vero salvatore del paese perchè se non c’era Conte al governo chissà che fine avremmo fatto durante la pandemia. Il punto è che l’elezione di Licheri non è più così scontata. La sfidante Mariolina Castellone sarebbe la prima donna a ricoprire la carica in questa legislatura. Più di un senatore si attende un testa a testa. La vittoria della dottoressa campana, ricercatrice in campo oncologico, aprirebbe un fronte interno. Comunque un esito diverso dal previsto - Licheri capogruppo - andrebbe a misurare la presa di Conte sul partito che, al di là delle narrazioni della comunicazione Casalino, non è nè compatta nè scontata. A volte persino mal sopportata. Conte smentisce ogni difficoltà: “Non vedo le spaccature di cui parlano i giornali. Al contrario, passo molto tempo in Parlamento e parlo molto con gli eletti. Vedo tutti quanti favorevoli a questo nuovo corso, c’è un entusiasmo diffuso”. Si vota oggi dalle 8 alle 20. Se non c’è maggioranza assoluta, ci sarà un secondo turno.

Magro bottino sulla legge di Bilancio

C’è un retroscena che si conferma dopo ogni riunione del Consiglio dei ministri: i tre ministri 5 Stelle - Di Maio, Patuanelli, D’Incà - non citano quasi mai il loro segretario Giuseppe Conte durante le riunioni di governo. Sono presenti, discutono ma non difendono le proposte di Conte. Clamoroso quanto è successo sul cash back: l’ex premier aveva giusto auspicato alla vigilia la conferma del cash back utilissimo per combattere l’evasione. Pare ne avesse parlato al telefono direttamente con Mario Draghi con cui “si vedono e si sentono spesso”. Del cash back però non c’è traccia. Morto e sepolto: non ha funzionato e alla fine ha premiato più i ricchi dei poveri. Il testo della legge di bilancio (espansiva, 24 miliardi in deficit di cui ben 12 per il taglio delle tasse) arriverà al Senato entro la fine della settimana. Fino ad allora nessuno potrà dire cosa diventerà effettivamente il Reddito di cittadinanza: quando scatta l’obbligo di accettare il lavoro offerto pena l’esclusione dal sussidio; di quanto sarà il decalage (taglio del mensile) dopo il primo rifiuto; l’obbligo o meno dei lavori socialmente utili dal momento stesso che uno entra nel programma. “Il governo ha accettato le proposte da me, da noi presentate” ha detto Conte. Molti 5 Stelle raccontano invece che il Reddito è stato “nei fatti svuotato e diventerà una misura a sostegno dei poveri. Il resto sarà lentamente trasferito nel capitolo politiche attive e riforma ammortizzatori sociali. Allo stesso modo il Movimento rischia di perdere o comunque vedere molto ridimensionata un’altra sua bandiera: bonus facciate (ridotto al 60% e solo per un Isee molto basso) e Bonus 110%. “Dobbiamo essere più incisivi nella difesa dei nostri dossier” ha detto Conte ieri mattina riunendo il Dipartimento economico del partito dove siedono Castelli e Gubitosa. Sul bonus ad esempio “occorre allargare la platea”. Conte aveva anche lasciato trapelare “un incontro in giornata con Draghi proprio per mettere a fuoco le misure 5 Stelle sulla manovra”. Ieri sera poi, a Porta a Porta, ha spiegato che l’incontro non c’è stato ma ci sarà occasione nei prossimi giorni. In fondo “ci sentiamo spesso”.

L’attacco di Confindustria

Sussidi o investimenti? Assistenzialismo o impresa? Lo scontro è sempre sullo stesso punto in questi ultimi dieci anni, da quando in Parlamento prima e al governo poi ha preso campo l’uno vale uno e la decrescita felice. Abbagli durati poco ma che lasciano sempre strascichi. Ieri ci è messa anche Confindustria insoddisfatta dei miliardi “buttati” su Reddito di cittadinanza e pensioni mentre quello che serve è “un energico taglio contributivo” soprattutto per aiutare “giovani e donne” a trovare lavoro. I partiti di maggioranza intanto discutono sul fisco e come impiegare gli 8 miliardi destinati al taglio delle tasse. Matteo Salvini mette in cima alle priorità “partite Iva, autonomi e artigiani” e annuncia che in settimana tornerà dal premier proprio per “definire a chi e quanto tagliare le tasse”. Il Pd, come Leu e M5s vorrebbe invece un intervento concentrato sui lavoratori dipendenti, che riduca il cuneo fiscale. Bisogna “evitare di passare ogni giorno a pensare come 8 miliardi in un modo diverso", ribatte Luigi Marattin di Iv, invitando il governo a convocare al più presto un tavolo “permanente” sul fisco anche per coordinare gli interventi con quelli della delega fiscale, che inizierà il suo iter alla Camera la prossima settimana.

Con il Pd o anche da soli?

Ma in questi giorni Conte sta dando segnali contraddittori anche sul tema alleanze e sulla legge elettorale. Il feeling con Letta è forte. I due si vedono e organizzano colazioni di lavoro. E però Conte nelle ultime ore si sta in qualche modo smarcando. Parla di legge elettorale di tipo “proporzionale con sbarramento al 5%” e la Commissione alla Camera presieduta dal grillino Brescia è pronta a discutere un testo già depositato. Parlare di proporzionale vuol dire abbandonare lo schema del maggioritario e, quindi, dell’allena larga col Pd. Così come contraddittorio Conte è stato su Draghi: subito al Quirinale, si perchè no, però occhio a decantare ogni cosa che fa visto che parecchie le sbaglia. Ad esempio il G20, non come organizzazione ma come agenda. “Conte si contraddice perchè deve parlare e rassicurare tutti noi che abbiamo però opinioni e posizioni diverse” spiega un senatore 5 Stelle. Tranne su un punto: concludere il mandato parlamentare. E infatti Conte è arrivato ad allinearsi con chi dice - Salvini ad esempio - che si può anche pensare al quarto governo della legislatura