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Le Ong sono importanti, ma lo Stato ha diritto di chiedere la loro collaborazione

Per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale l'Italia è esposta direttamente in un delicato scenario di instabilità mediterranea. Ecco perché abbiamo diritto di chiedere trasparenza totale a chi opera davanti al mare libico

Paola Pintusdi Paola Pintus   
Le Ong sono importanti, ma lo Stato ha diritto di chiedere la loro collaborazione

“Le ONG salvano vite umane” è un’affermazione perentoria che esclude a priori qualsiasi dubbio o argomentazione, anche quelle più neutrali e circostanziate che provengono dalla magistratura italiana, pena l’essere assimilati automaticamente alla controparte leghista. Come se chiedere di fare luce sulle modalità di lavoro di alcune organizzazioni, come oggi fa dalle colonne del Fatto Quotidiano un inappuntabile conoscitore di questi temi, il procuratore Nicola Gratteri, equivalesse a chiedere di buttare i migranti a mare. Come se domandare collaborazione alle stesse ONG nel governo dei flussi in ingresso, nell’ambito di una complicatissima crisi internazionale, non fosse un legittimo diritto-dovere da parte di uno stato sovrano, quale l’Italia è.

E così, anche il dibattito sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo si è trasformato nell’ennesima occasione di scontro all’interno della sinistra italiana. Una sinistra ideologicamente divisa tra “pragmatisti” e “umanitaristi”, a prescindere dai numeri, dal contesto, dalle forze in campo. Indipendentemente dal fatto che il nostro paese si trova, volente o nolente, ad affrontare per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale uno scenario di instabilità mediterranea che la coinvolge direttamente in Libia e che la costringe, come ancora dice Gratteri, a considerare la priorità assoluta della “sicurezza nazionale, al di là degli approcci ideologici”.

Si tratta di capire quindi, di fronte a scenari tanto complessi e tenuto conto della scarsissima propensione europea a condividere il peso dell’accoglienza, così come le responsabilità e i costi della stabilizzazione mediterranea, quale debba essere l’approccio complessivo del nostro Stato, quale l’obbiettivo finale a cui tendere. Dobbiamo decidere fra l’altro, se gestire il problema che abbiamo davanti come  un qualsiasi capitolo di politica interna, fissando di volta in volta sempre nuovi tetti all’accoglienza dei comuni e approntando nuovi progetti Sprar, oppure se non occorra piuttosto tentare di arrivare alla radice, considerati i limiti oggettivi di una situazione in cui la solidarietà europea, per l’appunto, non esiste ed è ben al di là da venire.  

In quest’ottica, la strategia inaugurata dal nostro governo è stata finora coerente e lungimirante, perché tenta di costruire un rapporto collaborativo con le forze del governo legittimo di Tripoli e con i principali attori regionali, non soltanto libici, per provare a fermare il traffico di esseri umani salvaguardando  le esigenze di soccorso e di tutela umanitaria e non ultimo, le legittime aspirazioni allo sviluppo dei paesi d’origine dei migranti.  In quest’ ottica si inserisce per la prima volta l’inedito tentativo italiano di coinvolgere a livello operativo sul campo le agenzie internazionali specializzate nella gestione dei rifugiati, come l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, e l'Oim.

E’ evidente che la scelta che ci troviamo davanti non è fra “salvare vite in mare” o “non salvarle”. Bisogna piuttosto decidere se continuare a incoraggiare gli interminabili viaggi della speranza che iniziano ben più a monte delle spiagge di Sabratha, oppure scoraggiarli, provando a strappare il governo dei flussi migratori dalle mani dei trafficanti, e riconsegnandolo nelle mani degli stati sovrani: la Libia e l'Italia, per l'appunto. Non è un obbiettivo impossibile. Si può fare, si sta già tentando di fare, mediante la strategia del “Piano Migranti" approntato nell’aprile 2015 dall’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini che, seppur lentissimamente, sta facendo passi avanti. Il piano, recentemente rimodulato con l’apporto del nostro Paese, prevede per l'appunto la creazione in Libia di un centro di salvataggio a mare, la creazione di punti di raccolta e smistamento dei richiedenti asilo nel paese africano sotto l'egida delle Nazioni Unite, il rientro agevolato nei paesi d'origine per quanti dovessero ottenere un diniego alla partenza, un nuovo piano di cooperazione internazionale per i paesi africani.

Pretendere collaborazione e chiarezza dalle Ong che stazionano nel Mediterraneo è un tassello di questa strategia più ampia, che l'Italia faticosamente sta mettendo in campo, con l'avvallo della Commissione e nonostante le resistenze, al limite del boicottaggio, di alcuni partners europei interessati all'egemonia nel Mediterraneo più che all'interruzione del "movimento strutturale" dall'Africa verso l'Europa. La partita che si sta giocando insomma, non merita di essere ridotta al solito gioco di tifoserie fra chi è pro o chi è contro Medici senza Frontiere. E se proprio bisogna tifare, per una volta varrebbe la pena di tifare per gli sforzi del nostro Governo sul fronte, davvero complicatissimo, della crisi libica e mediterranea.

Paola Pintusdi Paola Pintus   
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