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[Il ritratto] Salvini con il coltello in mano e Di Maio al governo o morte. La strana coppia al potere

Se Salvini ha dimostrato di essere davvero un ottimo animale politico, Di Maio sembra essersi incartato nella convinzione che questa fosse la sua unica occasione del tipo governo o morte: l’accordo sembra più un programma della Lega che il suo, come se avesse dovuto rinunciare a molte cose pur di accettare l’alleanza 

[Il ritratto] Salvini con il coltello in mano e Di Maio al governo o morte. La strana coppia al potere

Quando Matteo Salvini cantava «Napoli colera» era una vita fa. Gli uomini cambiano, come i voti. «Il miglior politico degli ultimi vent’anni, anzi, mi correggo: degli ultimi trenta», come lo ha definito Claudio Amendola, attore romano storicamente di sinistra, non ha solo costruito il suo successo partendo dal 4 per cento e dalle inchieste giudiziarie che avevano costretto Umberto Bossi alle dimissioni.

I raporti fra Salvini e Berlusconi

E’ riuscito a compiere il parricidio che nessuno era stato capace di fare. L’avellinese Luigi Di Maio l’aveva detto ai suoi: «Diamogli tempo per far fuori Berlusconi». Non importa come. Il fatto è che mentre andava ripetendo in continuazione rassicuranti proclami di lealtà verso l’ex Cavaliere, l’Opa della Lega su Forza Italia è proseguita inesorabile. I sondaggi oggi sono traumatizzanti: gli azzurri appena sopra il dieci per cento e gli uomini dei nuovi lepenisti italiani attorno al 25. Se un’alleanza fra la strana coppia Salvini-Di Maio ha senso, si può fare ancora adesso. Domani è un’altra storia, sarà l’uno contro l’altro. Ma oggi sono come Walter Matthau e Jack Lemmon, così diversi e così uguali, due star inseparabili sotto il segno del successo. La prima e unica che l’aveva capito in tempi ancora non sospetti, molto prima del 4 marzo, era stata Lucia Annunziata che su La Stampa il 4 gennaio aveva già parlato di un’alleanza inevitabile: «Nelle incertezze della vigilia elettorale la più semplice soluzione alla impossibilità di formare un governo sarebbe proprio la somma di Lega e Cinque Stelle», un accordo fra gli emergenti giovin signori del malpancismo e della rivolta, «i leader dello scontento e della estraneità alle istituzioni».

La strana coppia

La strana coppia comincia da qui, da questo malumore popolare che li rappresenta e da queste caratteristiche  populiste che li accomunano, dallo stesso segmento di base elettorale a cui si rivolgono, mosso alla fine da sentimenti e ambizioni molto simili. Con le dovute differenze, ovvio. Se Salvini ha dimostrato di essere davvero un ottimo animale politico, Di Maio sembra essersi incartato nella convinzione che questa fosse la sua unica occasione del tipo governo o morte: l’accordo sembra più un programma della Lega che il suo, come se avesse dovuto rinunciare a molte cose pur di accettare l’alleanza. Il fatto è che Salvini sta seduto su una bella poltrona con il coltello in mano, avendo tutte le carte: i sondaggi lo danno in volo, mentre Di Maio in ritirata, è tornato Berlusconi e il governo ora può farlo anche con lui o andare al voto e prenderesi tutto.

La campagna elettorale

In campagna elettorale si erano inseguiti e smentiti, in un gioco equivoco pieno di promesse e dinieghi, in modo da lasciare sempre una porta aperta, come avevano fatto fino adesso, perché prima o poi al voto si torna, e allora questa volta conteranno soprattutto le lontananze, per accentuare i difetti dell’altro. Nel processo di trasformazione del sistema politico che è iniziato con la crisi del debito sovrano nel 2011, loro due non hanno solo riempito il vuoto lasciato dagli apparati dei partiti nati con la Seconda Repubblica, basati essenzialmente sui due pilastri, la destra identificata con Berlusconi e la sinistra col pd, che si erano già abbondantemente imbevute della spinta antipolitica generatasi con Tangentopoli, senza mai riuscire a superarla. Ora questo malumore è riesploso più forte, con il declino politico di Berlusconi, avviato con i bunga bunga, la condanna per evasione, la non eleggibilità del Cavaliere e le maggioranze spurie tutti dentro. Nel 2013 il Cavaliere aveva retto solo perché la Lega Nord era arrivata a quelle elezioni molto debole, fiaccata dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie, comprese quelle regionali sui rimborsi spese. Ma già nel 2015 i sondaggi annunciavano una considerevole inversione di tendenza. E dal 4 marzo in avanti questa inversione è diventata un vento che spinge sempre più forte. Gli analisti del voto hanno sottolineato il fatto che in questo ultimo turno elettorale il centrodestra ha mantenuto il 90 per cento dei consensi ricevuti nel 2013. E questo significa che la Lega, diventata partito nazionale, molto più di destra di quello del Cavaliere e molto più radicale, ha cominciato semplicemente a prosciugare il serbatoio di Forza Italia, ereditando poco alla volta tutto quel voto antipolitico che Berlusconi aveva raccolto senza cambiarne l’anima.

Il percorso del M5S

Il Movimento 5 Stelle ha compiuto solo in parte lo stesso percorso, nei confronti del pd. Ma nel suo contenitore ci stanno anche molte altre espressioni, più vicine ai leghisti di quanto si pensi. Questa è la prima contraddizione della strana coppia. La Lega è un partito governista sin dalla nascita della Seconda Repubblica, che faceva suo l’ammonimento di uno dei suoi ideologi maggiori, Gianfranco Miglio, che soleva ripetere che era pronto ad allearsi anche col diavolo pur di ottenere dei risultati. I Cinque Stelle invece sono nati come antisistema e il governo con la Lega glielo chiedono i suoi elettori. Ma in un futuro non troppo lontano la Lega potrebbe rimangiarsi i voti che ha prestato al Movimento nel 2013 e assorbire una grossa fetta anche del suo elettorato. Due populismi non possono convivere, non esiste. Tra Salvini e Di Maio ci sono aree di grande vicinanza, anche se con qualche distinguo, dall’immigrazione al polemico rapporto con l’Europa, dove i Cinque Stelle passano dalla richiesta del referendum a una posizione più conciliante, ma comunque di opposizione. Per Salvini valgono le sue parole. Uno: «L’euro è un crimine contro l’umanità». Due: «Questa Ue è da abbattere a bastonate». La strana coppia ha in comune, oltre all’amore dichiarato per Putin, la stessa area popolare che sopravvive spaventata fra le pieghe del globalismo feroce.

Ma le differenze restano

Poi ci sono le differenze, e sarà curioso vedere come riusciranno a conciliarle con la nascita di un possibile governo. Se Salvini ha promesso la flat tax, Di Maio aveva usato toni che avrebbero potuto far pensare a una possibile patrimoniale, anche senza mai nominarla, evocata come uno sparacchio giorni fa da Berlusconi («vedrete che la faranno»). E soprattutto bisognerebbe capire come si fa a mettere insieme gli interessi del Nord imprenditoriale sempre più lanciato verso l’Europa e un Mezzogiorno molto indietro, dove il tasso di disoccupazione resta fra i più alti del Continente, e che proprio per questo ha premiato con i voti la proposta del reddito di cittadinanza. Certo, Salvini non è più quello che diceva che «l’euro al Sud non se lo meritano. La Lombardia e il Nord se lo possono permettere. Il Sud è come la Grecia. Non può». E neppure quello che diceva «ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno». Era una vita fa. Oggi dice che non le ha mai dette quelle cose. La verità, però, alla fine è che questo programma dei sogni che hanno firmato sembra fatto apposta per farsi dire di no da Mattarella e andare al voto. Ci rimetterebbe Di Maio e ci guadagnerebbe solo Salvini. Se invece per qualche motivo il governo dovesse partire ci guadagnerebbero tutt’e due. Se l’elettorato ha punito Berlusconi e Renzi proprio perché volevano allearsi (quel genio di Renzi è l’unico che non l’ha capito), la loro alleanza, al contrario, servirà proprio per cancellare definitivamente i due leader della seconda Repubblica. In uno dei primi film di successo del duo Lemmon Matthaw, Jack Lemmon faceva proprio la parte diun marito che divorziava. I casi della vita. Salvini e Di Maio non hanno nessuna intenzione di far ridere, però. Uno può vantarsi di aver preso un partito regionale, «al margine della vita politica e gravato da scandali, trasformandolo in un partito nazionale che governa le più ricche e produttive regioni italiane e conquistando la leadership della sua coalizione», come gli ha riconosciuto Amendola. L’altro ha convinto pure l’establishment, partendo dal niente. Rappresentano benissimo questa Italia decaduta, in tutti i sensi. Anche nel male. Uno, Di Maio, sbaglia i congiuntivi a ogni pié sospinto. L’altro, Salvini, aveva avvisato tutti già in tempi non sospetti: «Arriverà prima la Padania della mia laurea». Stiamo freschi.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore      
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