Di Maio fa fuori Casaleggio e Bonaccini apre a Renzi e Bersani: grandi manovre 5 Stelle e Pd per il dopo voto

Il ministro degli Esteri ha messo le mani avanti e ha blindato, insieme con Grillo e Conte, il Movimento. Il piano è una leadership collegiale contro la scissione. Sarà “una governance legittimata dal voto”. Grande attesa oggi per l’intervento di Zingaretti alla festa de L’Unità dopo gli attacchi di Saviano e delle Sardine. Ieri è stato preceduto da Bonaccini, sempre più in aria di segreteria. Che un progetto già lo ha: “Allargare e far tornare dentro chi se n’era andato”.

Giuseppe Conte, Beppe Grillo e Luigi Di Maio
Giuseppe Conte, Beppe Grillo e Luigi Di Maio

Blindarsi. Evitare esplosioni nucleari e big bang di partito. O di Movimento. Scongiurare l’assalto di rivali interni o vere e proprie fronde bellicose. Garantire il futuro del governo così come è anche perhè, ripetono e lasciano intendere i leader di M5s e Pd, “sono in arrivo circa 300 miliardi dall’Europa, va preparato il Recovery Plan, c’è la sessione di bilancio e qualcuno non penserà mica, veramente, di cambiare macchina e conducente?”. A una settimana dall’election day il Nazareno da una parte e la ritrovata terna Grillo-Conte-Di Maio dall’altra sono all’opera per gestire il post 21 settembre. Che non vuol dire occupasi di 841 mila posti di lavoro perduti, soprattutto giovani e donne, di selezionare i progetti e i relativi cronoprogrammi per dimostrare al paese, al di là dei tempi di consegna a Bruxelles, che esiste un piano di ripartenza e non solo di assistenza. No, le gradi manovre in corso sono tutte e per lo più finalizzate a tutelare l’esistente. Alla faccia delle scatolette da svuotare.

Il terrore della batosta elettorale

Ieri Luigi Di Maio ha dato corpo e voce ai retroscena che vengono pubblicati da qualche settimana nel silenzio assordante dei vertici del Movimento. E’ necessario uscire allo scoperto ora - e lo ha fatto con un’intervista a SkyTg24 - perchè farlo dopo le urne potrebbe essere troppo tardi per evitare di mandare tutto a scatafascio, Movimento e governo. Nello staff di Di Maio si coltivano due certezze: una con terrore ed è la batosta elettorale; l’altra è la vittoria del Sì al referendum e dunque che “Luigi sarà alla fine di questo giro l’unico che potrà cercare di dare le carte”. Il punto dunque è cosa fare del Movimento quando il 21 pomeriggio la media “nazionale” del consenso nelle sei regioni potrebbe non superare il 10% (questa la linea del disastro). Leadership unica o condivisa, decisa da Rousseau o meno, è la principale linea di frattura nel Movimento. Poi ci sono le correnti: i dimaiani; i contiani; i fichiani più o meno tutte sfumature di un gruppo che riconosce Beppe Grillo come punto di riferimento, vuole stare al governo ed evitare una vera e propria scissione. Gli ultraortodossi, i duri e puri, cioè Casaleggio e Di Battista, sono invece ormai convinti che non sia più possibile tenere tutto insieme. E sono pronti, a caro prezzo, ad andare per conto proprio. Grillo vuole invece tenere ancora tutto insieme, a modo suo, e venerdì a Roma ha benedetto e affidato la missione a Conte e Di Maio.

La leadership condivisa

Ecco dunque come Di Maio immagina il post 21 settembre: leadership condivisa ma direttivo legittimato da un voto degli iscritti. E’ il tentativo di ricomporre la frattura che tra i 5 Stelle tra quanti chiedono la convocazione degli Stati Generali per definire la nuova struttura del Movimento e quanti vorrebbero semplicemente demandare a Rousseau la scelta del nuovo capo politico. “Il giorno dopo le elezioni - ha spiegato Di Maio a SkyTg24 - dobbiamo metterci subito al lavoro per una leadership forte, che non vuole dire il leader, ma vuol dire una governance. E' chiaro ed evidente che abbiamo bisogno di un gruppo di gestione, di controllo e che porti avanti il Movimento nella maniera il più possibile partecipata, però che prenda decisioni legittimate. Affinchè queste decisioni siano legittime devono essere legittimate da un voto, quindi dobbiamo eleggere il nostro gruppo di persone che porterà avanti il Movimento nei prossimi anni, darci dei nuovi obiettivi e andare avanti e correre”.

Un colpo al cerchio e uno alla botte

Insomma, un colpo al cerchio e una alla botte, come chiede Beppe Grillo che vuole evitare fratture nel Movimento in un momento delicato per il suo futuro e per quello del governo. Del resto, è opinione condivisa in modo trasversale che Di Maio sia colui che nel Movimento incarna più di tutti le doti non solo del leader ma del politico, di colui che ascolta un po’ tuti, senza pregiudizi ciechi e alla fine tenta la sintesi. Che poi è il nocciolo dell’arte di governare. Al di là di qualche gaffe - vedi tagliare i fondi della cooperazione alla Tunisia in piena crisi economica- politica e migratoria - ed esibizione di troppo (la comunicazione via social sempre molto pressante e ripetitiva via social), è un fatto che le segreterie e i leader degli altri partiti, maggioranza e opposizione, tengano i contatti con Di Maio. Non certo con Crimi. O Di Battista. Di Maio sa che deve gestire questa fase senza scossoni, spiegando e ripetendo, per evitare alla fine di essere accusato di “aver fatto tutto questo, uscire di scena a gennaio, solo per tornare più forte di prima e dopo aver tolto di mezzo qualche prima donna di troppo”.

L’asse Di Maio-Grillo-Conte

Dunque è fondamentale, almeno in questa fase, dare l’idea che al vertice ci sia un gruppo compatto, senza tensioni. “Io e Grillo siamo abbastanza in sintonia” ha detto ieri confessando il tentativo di ricucire con il fondatore dei 5 Stelle avviato ormai da tempo e suggellato in questi giorni in cui Grillo è venuto a Roma. E’ stata scelta la presentazione del dossier Ufficio dogane - diretto dall’amico Pasquale Minnenna, ex Consob ed ex consulente della Raggi in Campidoglio - come occasione per scattare alcune eloquenti foto opportunity: Conte, Di Maio e Grillo insieme, a due e due, e poi in tre, tutti rigorosamente con mascherina (quella di Grillo aveva riprodotta la faccia di Grillo, diventerà una moda, è sicuro). I messaggi sono chiari. Quelli diretti: blindarsi dagli attacchi interni guidati da Casaleggio; avanti con il Pd e questo governo. Quello obliquo, rivolto a Dibba, Casaleggio, Bugani e la fronda bellicosa dei puristi identitari e custodi dei business della Casaleggio: quello al governo è un gruppo compatto, nulla e niente ci separerà. Anche se in politica il futuro è solo il presente. “Evitare follie” è il messaggio che ha consegnato Grillo. Mentre Conte ci ha tenuto a rimarcare - siamo sempre a venerdì - che “la mascherina non mi ha impedito di parlare con Beppe”. Chiarito tutto questo, Di Maio indossa perfettamente i panni del capo che unisce e non divide, che lascia sempre una porta aperta. Rispetto a Davide Casaleggio, ha detto il ministro degli Esteri ieri a Sky, “è chiaro ed evidente in questo momento che il Movimento ha visioni differenti al proprio interno”. Però, aggiunge, “vogliamo tutti bene al Movimento e abbiamo bisogno di tutti. Lavoriamo in quella direzione”.

Il silenzio di Dibba

Si scrive la scaletta delle cose da fare e da dire dopo il 21 settembre. Il concetto è chiaro e più volte ripetuto: “Il voto delle regionali è un voto locale dove il Movimento ha difficilmente espresso il meglio di sè per vari motivi. Dunque è un voto che non può in alcun modo pesare sul governo”. Dopodiché, invece, la batosta rischia di essere forte. Ingestibile se dovesse vincere il No al referendum. Il capo politico in carica Vito Crimi ripete che “subito dopo le elezioni regionali e il referendum ci sarà il percorso degli Stati Generali che però è difficile possano essere fatti in presenza”. Solo a quel punto i due schieramenti, perchè dei tanti se ne faranno “solo” due, usciranno allo scoperto. Intanto Alessandro Di Battista, sempre silente e ormai da settimane, parla poco e solo sui social. A chi gli chiede se non ritenga che il Movimento abbia “tradito il povero Casaleggio che si starà rivoltando nella tomba” replica: “Io rispondo per le mie azioni. Non per quelle altrui”. Il borsino di chi gli chiede di tornare attivo e di quelli che lo accusano di aver “abbandonato” è sempre molto vivace. E prevale la prima.

Oggi parla Zingaretti

Alla Foto-opportunity di venerdì alla Direzione Dogane c’erano anche, e sedevano vicini, Goffredo Bettini, consigliere politico di Zingaretti, e Conte. Perchè se il Movimento ha i mal di pancia, il Pd non sta meglio. Anzi: la spaccatura sul Referendum con sempre maggiori fette di elettorato deciso a votare No; le accuse di Saviano di aver accettato tutto questo “solo per andare a governare” che sono poi anche quelle delle Sardine eppure chiamate in fretta e furia perchè in Toscana i conti non tornano; le accuse a Zingaretti e Franceschini di aver accettato la subalternità politica rispetto ai 5 Stelle pur di stare al governo. E insomma, il partito del Nazareno ha passato momenti migliori. E comunque in linea con quanto visto in questi anni: l’eterno, continuato e perenne fuoco amico, la malattia incurabile del centrosinistra. Oggi il segretario dem, chiudendo la Festa dell’Unità a Modena, risponderà a Savino e a tutti coloro che nel Pd hanno già deciso che il suo mandato è finito. Che è tempo di lasciar spazio, ad esempio, a Stefano Bonaccini. Parlerà, Zingaretti, a Conte e ai 5 Stelle per dettare il suo piano delle riforme, in tre punti (superamento del bicameralismo perfetto; sfiducia costruttiva e velocizzazione iter delle leggi), estremo e tardivo tentativo di spiegare in qualche modo il Sì’ e di intestarsi almeno un po’ la battaglia del riformismo. Che oggi è malamente inteso in testa a Di Maio che continua a trattare i parlamentari come costi vivi da tagliare. Appunto. Però Di Maio e i 5 Stelle in questi anni hanno riempito di amici e conoscenti i consigli di amministrazione di quelle partecipate che dovevano tagliare.

Il No in crescita

Il No sta crescendo, oggi nelle piazze italiane è il turno dei Comitati del No. Un decano di queste battaglie come Felice Besostri chiuderà la campagna in Valle d’Aosta dove hanno scoperto che con il taglio dei parlamentari rischiano di perdere la rappresentanza alla Camera. Dettaglio finora taciuto. Venerdì 18, ultimo giorno di campagna elettorale, il Comitato del No fa scendere in piazza a Milano una squadra di big di tutto rispetto: Emma Bonino, Carlo Calenda, Marco Bentivogli, Benedetto Della Vedova, Giorgio Gori, Matteo Richetti, Deborah Bergamini, Carlo Cottarelli, Elena Grandi, Pierfrancesco Maran, Tommaso Nannicini. Il No cresce anche nella Lega e l’endorsement di Giorgetti significa molto anche per l’era Salvini, non più intoccabile e probabilmente neppure insostituibile. A questo clima di regolamenti di conti e tensioni interne, ha già risposto ieri Bettini in un’intervista al Corriere della sera: “Le critiche contro di noi sono ingiuste. Comunque o il governo fa un salto di qualità o ne prenderemo atto. Non siamo disposti a restare al governo a tutti i costi”. E’ il solito, più volte richiesto, cambio di passo che però non arriva mai. Ieri rimbalzano voci che “adesso Zingaretti si fa un proprio corrente per blindare se stesso e Conte”. Lo sentiremo oggi.

La reunion di Bonaccini

In attesa di Zingaretti, ieri sempre dal palco della Festa dell’Unità ha parlato Stefano Bonaccini. “Al Pd non può bastare il 20%, serve un'identità. Io voglio recuperare i milioni di voti perduti”. Magari non è un atto d'accusa o di sfiducia nei confronti di Zingaretti ma di sicuro è la rappresentazione di un'idea molto diversa di partito. Un partito dove, “per recuperare i milioni di voti perduti, bisogna che tornino leader come Renzi e Bersani”. Immediate le bordate dal Nazareno per bocca di Bordo e Pinotti, fedelissimi di Zingaretti e Franceschini. Ma per fortuna sono poi gli elettori a decidere. Ecco, in attesa delle parole molto attese del segretario oggi, intanto Bonaccini ha spiegato la via emiliano-romagnola del Pd.