[Il caso] Di Maio corregge Conte: “Può convivere con Draghi.  E non sapevo gli avesse offerto la Presidenza Ue…”

A tredici giorni dal voto e alla vigilia dell’apertura del cantiere sul Recovery fund la maggioranza litiga. Zingaretti pretende risposte sul Mes. Che non arrivano. Conte: “Nè Sì nè No, vediamo i flussi di cassa”. Tensioni in Parlamento anche sui progetti del Recovery plan. La maggioranza: “Sia chiaro che non votiamo nulla a scatola chiusa. Vogliamo vedere e discutere i progetti”   

Conte con Di Maio
Conte con Di Maio

 Come sta la maggioranza alla vigilia dell’apertura del grande cantiere del Recovery fund? E a tredici giorni dal doppio voto? Litiga. A momenti in punta di fioretto, ad esempio Conte che varca tra gli applausi le porte della festa dell’Unità a Modena (dove era scattato da ore il coprifuoco, complice le misure di sicurezza anti Covid) e blandisce un po’ tutti, da Mattarella ai soci di maggioranza con un memorabile: “Ci stiamo amalgamando sempre di più e meglio”.  In altri momenti con veri e propri frontali come nel botta e risposta Zingaretti-Crimi sui 5 Stelle che “non eleggono mai nessuno”. O quando il segretario dem chiama in causa il premier sul Mes: “Tocca al premier trovare la sintesi sull’utilizzo dei miliardi destinati alle spese sanitarie messi a disposizione dal rinnovato Fondo Salva Stati”. Sottotitolo, basta chiacchiere e scarica barile, Conte decida e dia le risposte che il Pd sollecita da mesi.  

Siluro a freddo

Si litiga anche utilizzando siluri a freddo, inaspettati, uno per tutti quello di Luigi Di Maio nei confronti di Conte quando sono già le dieci di sera e uno pensa che per la giornata può bastare così. “Non sapevo che Conte avesse offerto a Draghi la presidenza della Commissione europea. In effetti, ci avrei pensato anch’io” ha detto l’ex capo politico dei 5 Stelle ospite a Di Martedì quando Floris gli ha chiesto lumi e dettagli di quando, ai tempi del governo gialloverde, Conte già premier ha raccontato di “aver lavorato per creare consenso intorno alla candidatura di Draghi alla presidenza della Commissione. Ma lui declinò perchè mi disse che era stanco”.  La rivelazione di Conte risale a sabato scorso, il giorno del ritorno in pubblico dopo 19 giorni di silenzio. Di Maio parla come sempre con toni gentili e tratti del volto distesi. Il giovane leader è un dissimulatore nato. Ma si tratta di una delle smentite più feroci che Conte potesse aspettarsi. Peggiore di questa ci sarebbe solo quella di Draghi. La Commissione Ue è stata rinnovata a maggio scorso e la nuova presidente Ursula von der Leyen è stata designata il 2 luglio 2019. A Roma era ancora in carica il governo giallo verde, i 5 Stelle avevano consumato lo strappo più grosso rispetto agli alleati leghisti lasciando in Europa i sovranisti ed entrando nella “maggioranza Ursula” ma nulla lasciava ancora presagire il colpo di mano di Salvini. Un’operazione di “creazione di consenso” per Draghi, come quella descritta da Conte, non poteva non essere condivisa a livello di governo almeno con Di Maio con cui i rapporti erano allora ancora di quotidiana complicità. 

Draghi e Conte

Il premier e il “suo” ministro degli Esteri si sono parlati a distanza ieri sera. Ufficialmente hanno entrambi allontanato ipotesi di rimpasto post voto o, ancora di più di crisi di governo. Se Conte a Modena spiegava come “rimpasto di governo” sia un termine “logoro e vecchio”, Di Maio a Di Martedì ha insistito sul fatto che “le regionali non sono un test per il governo”. In realtà Conte teme un “ridimensionamento” del proprio ruolo dopo le regionali, magari perchè potrebbe tornare il vecchio schema del premier messo sotto tutela dei due vicepremier (Zingaretti e Di Maio?). Il ministro degli Esteri lavora incessantemente ad un nuovo assetto del Movimento (“stimo Crimi ma il Movimento deve urgentemente darsi una nuova organizzazione e leadership”)  e mette a sua volta in campo l’ex presidente della Bce. “Non capisco quale sia il problema - ha detto ieri sera - Draghi è una risorsa per il Paese e in momenti di crisi come questo può benissimo convivere con Conte”. Poi ha aggiunto, a scanso di equivoci: “Con questo non voglio dire che debba cambiare il Presidente del Consiglio…”. Quindi Draghi al Colle nel 2022? Ancora uno sgarbo a Conte: il premier infatti, oltre ad aver detto che l’ex n.1 della Bce “è stanco e sarebbe meglio non tirarlo per la giacchetta”, aveva anche lanciato Sergio Mattarella “per un secondo mandato che vedrei proprio bene”. E doppio sgarbo, da parte di entrambi - Conte e Di Maio - a Dario Franceschini, ministro della Cultura, capo delegazione Pd al governo, che coltiva il sogno segreto di una candidatura al Colle quando sarà il momento. 

Il Mes, sempre lui, e i Ni di Conte

Il Presidente del Consiglio si astiene da fare campagna sulle regionali e sul referendum.  “Non mi permetto di dare indicazioni di voto - ha detto - avevo fatto appello al dialogo a livello territoriale per dare continuità all’esperienza di governo. Ci sono state valutazioni differenti (il centrosinistra rischia di perdere Puglia e Marche per i candidati 5 Stelle, ndr) e non voglio certo intromettermi”.         

Ma non può evitare l’ennesima discussione sull’utilizzo del Mes. Zingaretti insiste e non passa giorno senza ricordare a palazzo Chigi che “quei soldi servono e servono subito per affrontare adeguamenti e investimenti nella Sanità”. E’ stato un punto centrale lunedì nella relazione in Direzione. “E’ contraddittorio non prendere quei 36 miliardi per la nostra Sanità. E’ una line di credito vantaggiosa” ha ripetuto ieri. Secca e immediata la replica del Movimento: “No, no  ancora una vota No” ha detto Vito Crimi,  “non sono cambiate le condizioni e mi sono anche stufato di dover ripetere sempre le stesse cose”. Il ministro Boccia (Pd) gli ha fatto sapere che “se lui è stanco di parlarne, il Pd no”. Poiché Crimi è un capo politico un po’ logorato, è tornato sul punto anche Di Maio: “Nessuna apertura sul Mes”. E ha però lasciato una porta aperta: “Quei soldi ci potrebbero servire se avessimo degli ammanchi di cassa che però non mi pare siano stati evidenziati. Non al momento almeno”.

Zingaretti in serata ha rimesso la palla nelle mani di Conte. “Inutile andare avanti a dichiarazioni incrociate, il Presidente del Consiglio deve trovare l’accordo”. E il premier se l’è cavata ancora una volta con un rinvio. “Conosco la posizione di Zingaretti, persona corretta con cui non c’è mai stato uno screzio, e sono consapevole che c'è un dibattito in corso, non lo nego. Il mio - ha aggiunto - è un atteggiamento molto laico, non è Mes Sì Mes No a prescindere. Stiamo elaborando dei progetti, elaboriamoli, vediamo cosa serve alla sanità. E poi come un buon padre di famiglia, valutiamo i flussi di cassa e decidiamo di conseguenza. In questo momento nè io nè Gualtieri ci sentiamo di dire sì o no”. Il Piano sanitario del ministro Speranza vale intorno ai 30 miliardi. Poiché sarà molto difficile fare altro deficit dopo i cento miliardi appena deliberati, non si capisce dove prendere questi soldi se non dal Mes che li può erogare subito. 

Sfide e missioni del Recovery fund

Comunque, non è certo una questione questa che Conte può risolvere prima del voto. E lui può declinare il rinvio in mille modi. Ciò che invece non può essere rinviata è la discussione sui progetti che devono essere presentati per avere il finanziamento di 209 miliardi. Oggi saranno discusse a palazzo Chigi le Linee guida del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza al Ciae (Comitato interministeriale per gli affari europei), “quattro sfide e sei missioni” che danno vita ad una serie di azioni che nel “medio-lungo termine” puntano a raddoppiare crescita e occupazione raggiungendo i livelli europei. Nelle 28 pagine di slide si spiega come  “migliorare la resilienza e la capacità di ripresa dell'Italia; ridurre l'impatto sociale ed economico della crisi pandemica; supportare la transizione verde e digitale; innalzare il potenziale di crescita dell'economia e la creazione di occupazione”. Ma anche “ridisegnare il fisco italiano”, riducendo la pressione “sui ceti medi e le famiglie con figli” e tagliando il costo del lavoro per consentire maggiore competitività alle imprese ma anche una revisione degli ammortizzatori sociali nell'ambito di una riforma del lavoro organica. 

Ma ci sono già tensioni

Un sacco di belle parole ma nessuna traccia dei progetti che per essere accettati dalla Commissione europea dovranno avere cronoprogrammi tassativi. “La nostra sfida ora è non sprecare neppure un euro di quei fondi che, come ha detto Mattarella, non dovranno andare persi in mille rivoli ma seguire un progetto Paese e riforme strutturali” ha promesso Conte.  Che da oggi dovrà subito fare i conti con i mal di pancia della maggioranza. E alcuni avvertimenti precisi: “Da mesi siamo costretti a votare decreti legge, se sul non tocchiamo palla c'è il rischio serio di un inciampo in Parlamento”. Il governo - spiegano fonti parlamentari della maggioranza - vorrebbe allegare il piano, o almeno una parte, alla Nadef, la Nota di aggiornamento che deve essere presentata entro il 15 ottobre. “Ma non è possibile, non ci sono i tempi e stavolta non voteremo nulla a scatola chiusa”. Si parla, ad esempio,  di un documento di 2189 pagine con progetti ben precisi su cui però non c’è stata alcuna interlocuzione con i gruppi.