[Il caso] Di Maio ministro anti-impresa: la guerra ad Arcelor e Atlantia per recuperare consensi

Il ministro gioca la carta "luddista" per recuperare consensi interni e lo spirito delle origini. La Lega è invece molto morbida con il gruppo Benetton perchè lo vorrebbe coinvolgere in Alitalia. Con flat tax e autonomie, ecco i nuovi fronti di crisi interna

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

In 48 ore ha sferrato un attacco alle grandi imprese degno del peggior luddismo, il più cieco e fuori dalla storia. Per Luigi Di Maio un colosso come Atlantia, la società quotata in Borsa di cui la famiglia Benetton è capofila e che tra i vari asset ha Autostrade e gli aeroporti, è diventata “un’azienda decotta”. Definizione che, pronunciata dal ministro per lo Sviluppo economico nonché capo politico di una forza di governo, è costata un tonfo in Borsa e la perdita secca di qualche decina di milioni di euro. Da comprendere la preoccupazione di 31 mila lavoratori che hanno a che fare direttamente e indirettamente con il gruppo. Nelle stesse ore sempre Di Maio ha risposto picche ad Alcelor Mittal, il gruppo siderurgico indiano che ha acquistato Ilva e pretende che siano onorati i termini dell’accordo già sottoscritto tra cui l’immunità penale su eventuali reati ambientali per i propri dirigenti alle prese con la bonifica dell’area e il recupero della produzione. Il punto è che il giustizialismo grillino ha deciso che quel punto era da cancellare e così ha fatto inserendo una norma nel decreto Crescita. Se le cose non tornano come prima, i vertici di AlcelorMittal hanno spiegato che lasceranno Taranto il 6 settembre e con la città anche 25 mila posti di lavoro tra diretti e indotto.

Il “pregiudizio” di Di Maio

In un illuminante commento ieri sul Corriere della Sera, la firma dell’economia Dario Di Vico, dopo aver analizzato “il pregiudizio di fondo di Luigi Di Maio nei confronti dell’impresa e della libera iniziativa” ha concluso che “il sentimento antiindustriale che agita Di Maio è evidentemente più forte delle normali cautele che un uomo di governo dovrebbe osservare”. L’inizio, del resto, era stato già un forte indizio: il primo tavolo convocato appena nominato ministro fu con i rider del cibo a domicilio per garantire sacrosante migliori condizioni di lavoro. Un anno dopo, le condizioni di lavoro sono le stesse e i manager del gruppo Foodora se ne sono andati dall’Italia. E se la Caporetto del governo giallo verde fosse la grande industria? Coloro che per Salvini sono “imprenditori che garantiscono milioni di posti di lavoro” e che invece Di Maio definisce “prenditori” e “poteri forti”? Se così fosse, si tratterebbe di una frattura insanabile. Tra le tante intraviste in questo anno di governo del cambiamento, la più seria.

Il corpo a corpo su Atlantia

Anche ieri il capo politico del M5S è stato impegnato nel corpo a corpo con i casi Ilva e Atlantia, quest’ultimo intrecciato al terzo dossier bollente sul tavolo del governo. Nell’ottica leghista, infatti, Atlantia è l’unico gruppo che può salvare dal baratro Alitalia che dal 15 luglio, concluso l’ennesimo prestito e rinvio (la compagnia in vent’anni è già costata agli italiani tra i 7 e i 9 miliardi) rischia di lasciare a terra gli aerei. “Ed è chiaro che se chiedi ai Benetton un favore come questo, in cambio devi dare loro qualcosa, come farla finita con questa storia della revoca delle concessioni autostradali come punizione per il crollo del ponte Morandi” spiegava ieri una fonte leghista di governo vicina ai tre dossier. Intuita la mossa, Di Maio da giorni ha iniziato a picchiare duro contro Atlantia fino a definirla “azienda decotta” a mercati ancora aperti con conseguente crollo in borsa, reazioni durissime da parte dell’azienda e la Consob che potrebbe a sua volta intervenire.

La promessa: revoca entro il 14 agosto

Il vicepremier 5 Stelle è tornato alla carica con i vecchi tormentoni anti casta sbandierati subito dopo il crollo del ponte e che certamente fruttarono all’epoca un forte consenso. “Revocheremo subito le concessioni” fu la promessa mentre ancora non s’era finito di contare i morti della tragedia. Il punto, chiarito quasi subito, è che ogni ipotesi di revoca di quelle concessioni deve arrivare alla fine di un iter amministrativo e comporterebbe il pagamento del valore intero della concessione. Una spesa per le casse dello stato di circa 20 miliardi. Questo se si vogliono fare le cose “subito” come hanno promesso Toninelli e Di Maio. Un anno fa. E certo non possono permettersi di far passare dodici mesi ed essere ancora tutto come prima.

Salvini più soft

Diverso è invece se uno attende la fine del processo che dovrà trovare i responsabili del crollo. E poi valutare, oltre alla pena, anche la sanzioni e i danni. Insomma, servirebbe un approccio più morbido nei confronti dell'attuale gestore delle autostrade italiane. Che è quello che chiede Salvini. “Stiamo parlando - ha detto ieri il leader della Lega cercando tenere bassi i toni - di una società che dà milioni di posti di lavoro, è quotata in Borsa e fattura decine di miliardi di euro. Prima di dare giudizi sommari quando ci sono di mezzo posti di lavoro, io sono sempre attento”. E l’opposto di ciò che fa Di Maio. “Non dimentichiamolo - ha ringhiato ieri dopo il crollo totale del ponte - quelle persone sono morte perché qualcuno non ha fatto manutenzione per questo ponte”. Sottinteso: il Movimento, che sogna “autostrade gratis come in Germania”, andrà avanti con la revoca perchè stracciare quel contratto è un dovere per chi sta “dalla parte dei lavoratori e dei cittadini”.

Le punzecchiature

E in questa punzecchiatura continua che è proseguita tutta la giornata, prima a Genova, poi sui social e via radio, Di Maio ha attaccato tre volte Salvini. La prima su Alitalia: “Sto riparando ai disastri del governo Lega-Berlusconi del 2008. Con Matteo Salvini lavoriamo bene, ci vogliamo bene, ma mi dispiace quando perde la memoria e non ricorda la stagione dei Capitani Coraggiosi (il primo salvataggio, ndr) che costò agli italiani 4 miliardi di euro”. La seconda sui tavoli di crisi (Di Maio ne ha ben 158 aperti al Mise) che Salvini si è augurato vengano “affrontati, gestiti e risolti”. “Ma non si risolvono a colpi di tweet” ha tagliato corto il vicepremier 5 Stelle. “Ci lasciassero lavorare per dare Alitalia a un partner solido, per rilanciarla e non per affondarla” ha aggiunto. Promettendo di chiudere il dossier il 15 luglio. E di revocare le concessioni ad Atlantia “entro il 14 agosto”. Altrimenti “nessuno vada a fare passerelle politiche per l’anniversario del crollo del ponte”. La terza punzecchiatura è stato un vero affondo sulla flat tax: “I 15 miliardi necessari non si pretendono, si trovano”.

Confindustria e sindacati contro M5s

Il Di Maio luddista, anticasta e radicale che espelle la senatrice Paola Nunes, spera di rintuzzare Di Battista e di sedare i dissidi interni sempre più inquieti, si trova contro il numero 1 di Confindustria Vincenzo Boccia (“sarebbe il caso che in merito a società quotate e non solo, ci fosse una valutazione più a freddo del linguaggio da usare”) e i sindacati: “Basta con dichiarazioni che rischiano di danneggiare la stabilità di una delle poche aziende solide del Paese. Di Maio si occupi invece di risolvere le centinaia di crisi aziendali già in atto, per salvaguardare economia ed occupazione del Paese”.

Il terrore di Conte e Tria

L’eco di tutto questo ha fatto tremare i polsi al premier Conte e al ministro Tria che si sono “immersi” a Osaka nel dossier più delicato (i conti pubblici) e tornano dal G20 con la promessa di un rinvio della procedura di infrazione. Il terrore che le tensioni tra i vice possano far saltare la fragile tregua conquistata è sempre molto alto. L’ottimismo delle delegazione italiana è legato a due ipotesi: una sospensiva, in vista della manovra di ottobre; la chiusura del dossier con una serie di garanzie sulla previsione di spesa sul 2020. Una sorta di blindatura sulle uscite future. Un'ipotesi questa che se da una parte salva l'Italia rispetto a Bruxelles, aprirebbe però nuovi fronti interni. Salvini non molla sulla flat tax. E non sarebbe neppure troppo contento di chiudere il dossier dei conti pubblici visto che la minaccia della crisi fortifica la Lega e destabilizza ogni giorno di più i 5 Stelle. Tutto sommato è stato “utile” che il leader della Lega in questi giorni sia stato impegnato nel duello con la Sea Watch e la sua comandante. Con buona pace delle questioni umanitarie, almeno non ha acceso tensioni sul resto. E Di Maio ha riconquistato qualche titolo di giornale con la guerra alle grandi imprese. Magre consolazioni.

Road to 20 luglio

Vedremo la prossima settimana. Lunedì ci sarà il consiglio dei ministri che dovrà approvare l’assestamento di bilancio con i nuovi numeri che promuovono l’Italia. Tra martedì e mercoledì ci sarà il nuovo tavolo sulle Autonomie. Con Ilva e Atlantia, le occasioni per far saltare il tavolo prima del 20 luglio, ultima data per evitare il voto a settembre, sono ancora tante.