Tiscali.it
SEGUICI

[L’analisi] Altri 170 miliardi di deficit oppure via dalla moneta unica. Il ricatto di Savona e Salvini all’Europa ha spaventato Mattarella

La lista della spesa preparata per il nuovo governo Lega-Cinque Stelle oscillava secondo le diverse valutazione, fra i 100 e i 170 miliardi di euro. Un deficit non del 3, ma del 7 o del 10 per cento del Pil. Una prospettiva immaginabile e proponibile solo a condizione di essere pronti ad abbandonare l'eurozona. Ecco perché a Salvini serviva tenere sul tavolo la minaccia e sulla sedia di fronte a quel tavolo un uomo che avrebbe potuto provarci come Savona

Paolo Savona, Sergio Mattarella
Paolo Savona, Sergio Mattarella

Il problema con Savona era Savona. Il suo carattere, la sua personalità,  la sua storia, forse anche prima delle sue idee. Umorale, un po' bilioso, molto competente, magari un po' frustrato dalla sensazione che, nonostante una carriera più che ricca, il paese non gli avesse riconosciuto quello che meritava. Una miscela pericolosa, che l'orgoglio intellettuale e la voglia di dimostrare di poter vincere sfide impossibili avrebbero potuto accendere, spingendolo a tentare anche quel triplo salto mortale, logisticamente e tecnicamente complicatissimo e dall'esito più che incerto, che sarebbe una uscita dall'euro.

Critiche già espresse da altre voci autorevoli

E' quello  che Salvini deve aver annusato nell'antico enfant prodige della Banca d'Italia di Guido Carli, fino a convincerlo a fare della sua nomina a ministro dell'Economia il Sì o No del governo. Il punto, infatti, non sono le critiche di merito che Savona rivolge alla gestione dell'euro. Sono quelle che abbiamo sentito da economisti liberal come Krugman e Stiglitz, ma anche da buona parte della sinistra italiana, così come le ricette: una banca centrale che si occupi anche di crescita e non solo di inflazione, meccanismi che consentano di aiutare i paesi in difficoltà, regole di bilancio non improntate solo all'austerità. La controprova viene dall'atteggiamento di simpatia che parte della sinistra radicale italiana, da Sergio Fassina al Manifesto, ha mostrato in questi giorni verso Savona.

Il dialogo che non ci sarà

Il punto, però, è il come. Una cosa è avviare un dialogo, una trattativa, un confronto anche serrato con gli altri partner dell'eurozona per arrivare ad un accordo che modifichi, dove possibile, regole e norme. Sia pure con toni più morbidi, è quello che ha già fatto Emmanuel Macron con le sue proposte di riforma dell'eurozona e che fanno continuamente politici ed economisti che avanzano idee e suggerimenti. La politica, a Bruxelles come al parlamento di Strasburgo, è quotidiamente intessuta di questi dibattiti.

La bocciatura

Un'altra è battere i pugni sul tavolo, sventolando la minaccia di un piano B che, portando l'Italia fuori dalla moneta unica, dinamiterebbe l'intero edificio dell'euro. Savona, dunque, serviva a Salvini per rendere credibile la minaccia. E quella minaccia credibile è anche il motivo per cui il presidente della Repubblica, pur accettando il governo Lega-5Stelle guidato da Giuseppe Conte, ha ritenuto di doverne bloccare la nomina  al ministero dell'Economia. I giuristi spiegheranno che, nel far questo, Mattarella ha esercitato le proprie prerogative istituzionali, proteggendo la collocazione europea dell'Italia, recepita dalla stessa Costituzione all'articolo 117, e i trattati di cui è firmataria.

Dentro e fuori dall'Europa

La partecipazione all'Unione europea, innanzi tutto. Un percorso prestabilito di uscita dall'euro, infatti, non c'è e al Quirinale sanno che, sulla base della norme attuali, non si può uscire dall'euro e restare nella Ue. Si esce anche d'Europa. Probabilmente, Mattarella si aspettava da Savona un intervento che sciogliesse i dubbi e dissipasse il fantasma del piano B. Dopo giorni di silenzio, Savona ne ha avuto l'occasione con il suo comunicato di ieri pomeriggio, ma ha preferito non coglierla. La nota ribadisce l'adesione di principio ai valori europei, ma si guarda bene dall'escludere una rottura finale: il piano B resta nel cassetto. Il presidente della Repubblica ne ha preso atto e ha posto il veto alla nomina.

Il diktat del deficit

Al di là della riluttanza a smentirsi, nella scelta di Savona di tenere il punto c'è un ragionamento politico – probabilmente anche più di Salvini che suo – che non sarà sfuggito a Mattarella, alimentandone i dubbi. L'ambizioso programma su cui doveva nascere il governo Conte, infatti, ha posto da subito un quesito assai semplice. O le misure previste sarebbero state smussate, annacquate, rinviate o qualsiasi equilibrio di bilancio sarebbe saltato. Oggi, l'Italia è impegnata a mantenere il proprio deficit pubblico entro l'1,5 per cento del Pil. E' improbabile, ma non impossibile che una trattativa serrata possa portare ad allargare questo margine al 3 per cento, il vecchio tetto di Maastricht, interrompendo il processo di graduale avvicinamento al pareggio di bilancio. Altri paesi, nei fatti, si sono comportati così. Ma questo darebbe al governo un margine di spesa di una ventina di miliardi circa. La lista della spesa preparata per il nuovo governo oscillava, invece, secondo le diverse valutazione, fra i 100 e i 170 miliardi di euro. Un deficit non del 3, ma del 7 o del 10 per cento del Pil. Una prospettiva immaginabile e proponibile solo a condizione di essere pronti ad abbandonare l'eurozona. Ecco perché a Salvini serviva tenere sul tavolo la minaccia e sulla sedia di fronte a quel tavolo un uomo che avrebbe potuto provarci.

Il piano B che terrorizza i mercati

Altrimenti non si spiegano i ripetuti e vistosi errori di comunicazione compiuti in questi giorni. Chiunque segua la politica delle banche centrali sa con quale cura, alla Fed e alla Bce, si pesino e si misurino le parole e le virgole di dichiarazioni e comunicati. Un esercizio sistematico di analisti e giornalisti è esaminare parola per parola i comunicati delle banche centrali e sottolineare l'importanza dell'assenza o meno di una frase come “nei prossimi mesi”. Era ovvio che i mercati si sarebbero lanciati come lupi su fantasmi belli grossi come il piano B. Nei prossimi mesi di una campagna elettorale che si annuncia come una delle più roventi della storia del paese, sentiremo evocare spesso i mercati e le congiure della grande finanza. Salvini e Di Majo devono però accettare che i mercati e i condizionamenti che provocano sono il risultato diretto della libera circolazione dei capitali. Se vogliono tornare al controllo dei capitali alle frontiere, dovrebbero dirlo.

Andare via, restare o essere espulsi

Del resto, è quello che dovranno fare se, vinte eventualmente le elezioni, Lega e 5Stelle riprenderanno a baloccarsi con l'idea di una uscita dall'euro, in nome di una ripresa economica, drogata dalla svalutazione. Tenendo presente che dall'euro si può uscire in due modi. Uno – mai immaginato, tutto da inventare, comunque pieno di incognite – è un ritiro concordato, ordinato, favorito anche dall'atteggiamento e dalla collaborazione degli altri paesi. L'Italexit che a qualcuno, probabilmente, nel Nord Europa neanche dispiacerebbe. L'altro è quello di esserne cacciati, sull'onda di una speculazione selvaggia, spinti nell'imbuto di un default sul debito pubblico, strangolati dalla fuga dei risparmiatori, nell'arco di un drammatico weekend di banche chiuse e bancomat spenti. Fra i due, in questo momento, sarebbe molto più probabile il secondo.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
I più recenti
Forza Italia blocca Consiglio del Lazio,'ora rimpasto'
Forza Italia blocca Consiglio del Lazio,'ora rimpasto'
Dl liste attesa, Meloni: passi avanti per diritto alla salute
Dl liste attesa, Meloni: passi avanti per diritto alla salute
Carceri, Benzoni (Azione): Rinviare Pdl Giachetti significa non volere affrontare emergenza
Carceri, Benzoni (Azione): Rinviare Pdl Giachetti significa non volere affrontare emergenza
Magi (+Europa): Serve un coordinamento tra opposizioni basato su proposte alternative alle destre
Magi (+Europa): Serve un coordinamento tra opposizioni basato su proposte alternative alle destre
Teleborsa
Le Rubriche

Alberto Flores d'Arcais

Giornalista. Nato a Roma l’11 Febbraio 1951, laureato in filosofia, ha iniziato...

Alessandro Spaventa

Accanto alla carriera da consulente e dirigente d’azienda ha sempre coltivato l...

Claudia Fusani

Vivo a Roma ma il cuore resta a Firenze dove sono nata, cresciuta e mi sono...

Claudio Cordova

31 anni, è fondatore e direttore del quotidiano online di Reggio Calabria Il...

Massimiliano Lussana

Nato a Bergamo 49 anni fa, studia e si laurea in diritto parlamentare a Milano...

Stefano Loffredo

Cagliaritano, laureato in Economia e commercio con Dottorato di ricerca in...

Antonella A. G. Loi

Giornalista per passione e professione. Comincio presto con tante collaborazioni...

Carlo Ferraioli

Mi sono sempre speso nella scrittura e nell'organizzazione di comunicati stampa...

Lidia Ginestra Giuffrida

Lidia Ginestra Giuffrida giornalista freelance, sono laureata in cooperazione...

Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli...

Giuseppe Alberto Falci

Caltanissetta 1983, scrivo di politica per il Corriere della Sera e per il...

Michael Pontrelli

Giornalista professionista ha iniziato a lavorare nei nuovi media digitali nel...