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Il decreto “Primo Maggio” illude e delude. I sindacati: “Servono misure strutturali, basta bonus”

Meloni cerca l’effetto festa dei lavoratori ma nel detto Coesione ci sono tante promesse e poca realtà. Oggi i sindacati Cgil, Cisl e Ui a Monfalcone che chiedere che la nuova Europa mette il lavoro sicuro e con salari giusti al centro dell’agenda

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Il ministro dell'Economia, Giorgetti, e la premier, Meloni (Ansa)
Il ministro dell'Economia, Giorgetti, e la premier, Meloni (Ansa)

Sbarra chiede di "investire di più sulla sicurezza del lavoro" e "una nuova politica dei redditi che aiuti ad aumentare i salari dei lavoratori". Ci sono quattro numeri che raccontano la crisi italiana. Il primo: circa trecentocinquanta morti sul lavoro nei primi quattro mesi dell’anno. Circa tre al giorno, in media con il 2023. Il secondo: i salari in Italia sono tra i più bassi dell’Unione. Non è un fenomeno dell’ultimo anno e mezzo, non può dunque certo essere attribuito a questo governo, che però non riesce a cambiare la tendenza nonostante annunci e bonus. L’andamento dei salari in Italia dal 1991 registra un aumento dell’1% in netto contrasto con la crescita del 32.5% nell’area OCSE. Dal 1991 ci sono state curve positive di crescita poi però subito assorbite da lunghi periodi di stagnazione salariale come succede dal 2018.

Il terzo: + 351 mila, che sono gli occupati in più contati dall’Istat a febbraio 2024 rispetto a febbraio scorso. Vale la pena qui ricordare che la condizione di “occupato” è definita dall’aver lavorato “almeno un’ora nella settimana di riferimento” e non è in alcun modo legata alla paga.  Il quarto numero è stato rilasciato ieri dall’Istat: +0,3 la crescita del pil nel primo trimestre del 2024 rispetto all’ultimo trimestre del ’23; la crescita anno su anno è pari a 0,6. Un trend che tiene lontana l’Italia dalla crescita stimata nel Def di tre settimane fa e che era +1%. Significa che le casse sono vuote e sarà difficile, molto, fare la manovra 2025 a cui, e solo per confermare le misure dello scorso anno, servono  tra i 15 e i 20 miliardi. 

Il governo ci prova ma …

Celebrare in modo corretto il Primo Maggio, festa dei lavoratori e del lavoro, vorrebbe dire trovare soluzioni a questo quadro di stime e tendenze. Ieri mattina il governo ci ha provato e ha approvato alcune misure che però rispondono molto poco ai quattro numeri/problemi di cui sopra. Per gli stessi sacrosanti motivi stamani Cgil-Cisl e Uil saranno in piazza a Monfalcone, in Friuli, città di confine e città simbolo di tante sfide: immigrazione, integrazione, lavoro buono e lavoro sicuro. Una città che mette al centro l’Europa a 20 anni esatti dal raduno nazionale dei confederali a Gorizia nel 2004. Allora si festeggiava lo storico allargamento a est dell’Unione. Oggi il mondo del lavoro guarda all’Europa chiedendo un maggiore protagonismo nella ricostruzione di un futuro all'insegna della pace e della giustizia sociale.

Il pacchetto del governo, dunque. Diciamo subito che il bis è stato molto più fiacco della prima volta. L’anno scorso Meloni convocò il cdm il Primo maggio per approvare il taglio del cuneo fiscale per redditi fino a 35 mila euro, un taglio una tantum e che dovrà essere rifinanziato nel 2025 (servono 5-6 miliardi). Ieri la premier si è dovuta accontentare di promesse ma nulla di concreto subito. E anche il bonus di 100 euro già volte annunciato nel scorse settimane da erogare a dicembre con la tredicesima è stato rinviato, di un mese, a gennaio perchè i soldi non ci sono (parliamo di qualche centinaio di migliaia di euro) e non può essere fatto altro deficit nel 2024. 

Il decreto

In sostanza ieri è stato approvato il decreto Coesione che è una delle sette nuove riforme concordate con l’Europa da inserire nel Pnrr (al posto di altre, ovvio), uno degli obiettivi da raggiungere per ottenere le sesta rata. Il ministro Fitto, che dopo la riunione è sceso in conferenza stampa, ha parlato di riforma che serve da “trait d'union tra il Pnrr e i Fondi di sviluppo e coesione” che l’Europa elargisce all’Italia, come ad altri paesi Ue, ogni cinque anni ma che noi non riusciamo quasi mai a spendere. Soprattutto per insufficienza degli uffici e eccessi di burocrazia. Il ministro ha parlato di una partita che vale ben 75 miliardi di euro tra risorse continentali (45 mld) e cofinanziamento nazionale e regionale nel periodo 2022-2027. “Abbiamo voluto creare le condizioni per avviare una riforma importante” ha spiegato Fitto. “Abbiamo individuato alcuni settori di intervento, che sono quelli previsti dalla Commissione europea e vincolanti per l’utilizzo di queste risorse: dissesto idrogeologico, ciclo integrato dei rifiuti, programma di interventi sulle risorse idriche e interventi in campo energetico del sistema delle imprese”. Inoltre sostegno allo sviluppo e all’attrattività delle imprese e transizioni digitale e verde. Tra i capitoli del decreto Coesione c’è anche il lavoro, sgravi fiscali e bonus. L’obiettivo è far parlare Pnrr e i progetti finanziati dai Fondi coesione e portarli avanti insieme. Unica la regia, ancora una volta il ministro Fitto che non a caso ha già iniziato la battaglia per allineare i tempi del Pnrr (in scadenza a giugno 2026) con quelli dei Fondi di coesione (fine 2027). Diciotto preziosissimi mesi in più. Poi un giorno sarà interessante misurare il potere e i fondi che sono stati centralizzati in questi diciotto mesi di governo sotto Fitto. 

Fondi di spesa e promesse 

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ad esempio, introduce lo strumento dei “Mini contratti di sviluppo” con una dotazione iniziale di 300 milioni di euro. Si tratta di un nuovo strumento per sostenere gli investimenti produttivi di media dimensione finanziaria, tra 5 e 20 milioni di euro, realizzati da imprese piccole, medie o grandi e legati alle tecnologie “critiche” in base al nuovo regolamento Ue. La misura, riservata al momento solo al Mezzogiorno, è destinata al sostegno, allo sviluppo e alla fabbricazione di tecnologie digitali e “deep tech”, oltre che green e biotecnologie. Altro punto importante riguarda gli 1,2 miliardi di euro destinati a interventi di recupero dei siti industriali per la realizzazione di investimenti nelle aree industriali produttive ed artigianali localizzate nei comuni superiori a 5mila abitanti nelle regioni del Sud e per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Al Mef viene istituito il Fondo perequativo infrastrutturale di 890 milioni agibile però dal 2027 al 2033. E poi tre miliardi per sostenere la rigenerazione urbana, contrastare il disagio socio-economico e abitativo nelle aree caratterizzate da rilevanti criticità sociali ed economiche e promuovere la mobilità green, l’inclusione e l’innovazione sociale. L'iniziativa è rivolta alle 14 città metropolitane e alle 39 città medie del sud. Sono saltati fuori un miliardo e 200 mila per la bonifica di Bagnoli. Altre norme destinano soldi per la riqualificazione energetica dei luoghi della cultura. 

Il lavoro

Lo stesso Decreto, sempre di più una specie di cesto delle meraviglie, prevede una lunga serie di sgravi per chi assume. Tre grandi capitoli: incentivi per il lavoro autonomo, sgravi per le assunzioni di donne e giovani soprattutto al Sud, aiuti per favorire l’autoimprenditorialità. Con il bonus giovani ci saranno sgravi contributivi al 100% (nel limite massimo di 500 euro mensili) per due anni, per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani con età inferiore a 35 anni e, nelle regioni della Zona Economica Speciale unica del Mezzogiorno, anche agli over 35 disoccupati da almeno ventiquattro mesi.

Il decreto prevede anche un bonus donne in favore delle lavoratrici svantaggiate, con l’esonero dal 100% dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro per un massimo di 24 mesi nel limite di 650 euro su base mensile per ciascuna lavoratrice assunta a tempo indeterminato. Il bonus si applica alle donne di qualsiasi età, con un trattamento di maggior favore per le donne residenti nel Mezzogiorno.

C’è poi il bonus Zes che ha l’obiettivo di sostenere lo sviluppo occupazionale nella Zes unica del Mezzogiorno attraverso uno sgravio contributivo del 100% per un periodo massimo di 24 mesi nel limite di 650 per ciascuno lavoratore assunto, per i datori di lavoro di aziende fino a 15 dipendenti uno.

Un’altra misura vuole favorire l'autoimprenditorialità e le libere professioni nei settori strategici per lo sviluppo di nuove tecnologie e la transizione al digitale ed ecologica, con l'esonero del 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, per la durata massima di 3 anni, nel limite massimo di 800 euro su base mensile per ciascun lavoratore assunto a tempo indeterminato. Infine il tanto atteso bonus da cento euro. Verrà erogato a gennaio 2025 (prima non era possibile) e solo a lavoratori dipendenti con reddito complessivo fino a 28 mila euro, con coniuge ed almeno un figlio a carico o nel caso di famiglie monogenitoriali. Importante: i cento euro non saranno dati ai lavoratori dipendenti che, pur avendo coniuge e figlio a carico, hanno un reddito inferiore a 8500 euro. Il motivo? Si tratta di una fascia di reddito già destinataria di altri sconti e sgravi.

La delusione

Ora, con tutte le buone intenzioni, si capisce però perchè sindacati e associazioni di  categoria hanno accolto con molto tepore per non dire delusione il pacchetto delle misure. Il più plastico è il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri che giorno prima, dopo il lungo pomeriggio a palazzo Chigi al tavolo con il governo,  aveva detto: “Abbiamo fatto l’incontro con il presidente del Consiglio e il risultato è questo: un chilo di carne 25 euro, un litro di olio 12 euro e un chilo di parmigiano 25 euro, per un totale di circa 60 euro: è la cifra che il governo promette come premio per gennaio prossimo. C’è solo questo. Servono invece politiche industriali e interventi strutturali. E i pensionati sono rimasti esclusi”.

La Cgil chiede misure strutturali “perchè non si può andare con i bonus, non si capisce nulla e ogni anno dobbiamo trovare i soldi per finanziare queste misure”. Un pacchetto “deludente e insufficiente” perchè non interviene sui salari minimi. Persino Luigi Sbarra (Cisl), il più dialogante dà “un quattro e mezzo politico”. Quello che serve sono “investimenti sulla sicurezza del lavoro” e “una nuova politica dei redditi che aiuti ad aumentare i salari dei lavoratori”.Li sentiremo oggi tutti insieme i segretari dei tre più grandi sindacati sul palco di Monfalcone.  E Buon Primo Maggio a tutti.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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