[L’esclusiva] Ecco il decreto fiscale: il condono c’è, sotto i 200 mila euro. Via le cartelle sotto i mille euro. Savona: “Mattarella? Meglio se non parlo”

Lega e 5 Stelle, avanti divisi ma uniti. I 5 Stelle: “Mai condoni”. Ma il condono c’è. Ecco i 30 articoli, dovrebbero consentire un gettito una tantum di 3/4 miliardi. Ma la bozza è al centro di un aspro confronto. Prorogata di un anno la cassa integrazione. Anche a Termini Imerese. Nelle pagine del decreto anche soldi per Genova, 10 milioni per l’autotrasporto e 15 per il fondo porti. Savona show in aula da vero ministro dell’Economia: “Questa manovra come il newdeal di Roosvelt…”. Assente Tria impegnato al G20, il professore è l’uomo dei numeri del governo  

[L’esclusiva] Ecco il decreto fiscale: il condono c’è, sotto i 200 mila euro. Via le cartelle sotto i mille euro. Savona: “Mattarella? Meglio se non parlo”

Avanti, divisi ma uniti. E “con gradualità” nei tempi di introduzione delle misure più discusse, la riforma della Fornero e il reddito di cittadinanza. Il governo incassa a mani basse il via libera alla Nota di aggiornamento del Def e allo scostamento del deficit. Al Senato la maggioranza perde per strada 8 voti (161 sì contro i 169 previsti) , alla Camera è un’ovazione (331 voto a favore). Incurante dello spread fisso ormai sopra 300 (ieri a 304) e con la Borsa che anche ieri ha perso 1,8 (-21% da maggio), impermeabile ai moniti del Presidente Mattarella in difesa di Bankitalia e per mettere in guardia rispetto al “potere che inebria”, la maggioranza giallo-verde punta adesso a un decreto fiscale dove il pezzo forte è quella pax fiscale che i 5 Stelle chiamano “ravvedimento operoso” ma altro non è che un condono ad uso e consumo soprattutto dell’elettorato leghista. 

Lunedì la pax fiscale

“Lo porteremo lunedì al Consiglio dei ministri, insieme alla manovra” rassicurano un paio di uomini di governo della Lega. “Si sta lavorando per convincere i nostri partner”, cioè i 5 Stelle, aggiungono i due, un ministro e un sottosegretario, “che non è un condono, che ci devono lasciare spazio di finalizzare queste misure”. In queste ore stanno girando varie bozze di decreto fiscale. Da cui dovrebbero arrivare allo Stato, misura una tantum, 3, 5 miliardi di tasse non incassate, una fetta importante di quegli 8 miliardi di entrate di cui ancora si sa poco per non dire nulla. Qualcuno più ottimista, in quota Carroccio, arriva ad azzardare persino “10 miliardi”.

Impronta leghista

Nei 30 articoli è, al momento almeno, predominante l’impronta leghista, quasi un attacco a tre punte: la pace fiscale vera e propria; il saldo e lo stralcio delle cartelle di Equitalia con importi contenuti; la definizione agevolata delle liti fiscali pendenti. Da questo momento in poi la differenza è soprattutto nelle scelte delle parole. Perché se il concetto non cambia - lo Stato dice addio per sempre a tasse che doveva incassare - cambiano le parole per dirlo. “Non è un condono tombale” sottolineano anche i leghisti (ma sa tanto di scelta lessicale per non scatenare l’etica 5 Stelle) perché si tratta di un meccanismo che permetterà al contribuente di presentare una dichiarazione integrativa (per gli anni dal 2013 al 2017) all'Agenzia delle Entrate con cui potrà denunciare nuove somme sulle quali pagherà però solo il 15%. Si parla di "emersione" di nuove somme che, però, non devono essere frutto di illeciti o frodi fiscali. Anche il tetto dovrebbe essere molto ridimensionato: qualche settimana fa si parlava di un milione, un paio di giorni fa era sceso a 500 mila euro, ora si dovrebbe attestare intorno a 200 mila. I grandi evasori dovrebbero quindi essere esclusi dal maxisconto e resterebbero in piedi le soglie che attualmente fissano i reati di evasione e elusione. 

Sofferenza a 5 Stelle

In casa 5 Stelle c’è molta sofferenza. Sanno che l’elettorato non potrebbe mai perdonare il classico condono travestito con qualche belletto lessicale. La distanza principale con la Lega è sulla natura dei redditi a cui applicare la pace fiscale. I pentastellati sono d'accordo sul tetto dei 200mila euro ma vogliono limitare l'operazione ai soli redditi già dichiarati al Fisco. Se un contribuente, a fronte di una dichiarazione di 100 mila euro non è riuscito a pagare tutte le tasse dovute, ora lo potrebbe fare con un grosso sconto.  Ma questo è un nodo ancora molto caldo della trattativa. La bozza di ieri mattina era ancora piena di puntini di sospensione.

Colpa di spugna su micro cartelle

Una misura su cui ieri sera Lega e 5 Stelle si sono trovati d’accordo riguarda lo stralcio totale, cioè la cancellazione, delle minicartelle sotto i mille euro tra il 2010 e il 2017.  In questo modo si farebbe soprattutto ordine nel magazzino della ex Equitalia perché verrebbero cancellate il 25 per cento delle cartelle.

Il criterio per seguire le modifiche in corso ai 30 articoli è il bilanciamento di ciò che chiede l’elettorato leghista da una parte e quello stellato dall’altra. E’ certamente una misura che parla all’elettorato di entrambi l'ampliamento del Fondo centrale di garanzia delle banche che avrebbero difficoltà a reggere l'urto dei mercati. Una sorta di compensazione per gli istituti in sofferenza e alleggerirli dai titoli in ribasso e a rischio spazzatura. E’ anche un modo, senza dubbio, per provare a ridare fiato ad un settore, quello bancario, che ha molti titoli di stato in cassa ed è il più esposto all’instabilità dello spread. E’ in discussione un nuovo rinvio, nei fatti, per l’obbligo della fatturazione elettronica: chi la emette in ritardo, ma entro i tre mesi, non avrà alcuna sanzione.

Proroga della Cigs e soldi a Genova

Trova casa nel decreto una delle promesse elettorali di Luigi Di Maio: proroga di 12 mesi per la mobilità in deroga nelle aree di crisi e la scomparsa della soglia minima di 100 lavoratori come requisito per usufruire della cig straordinaria. Beneficeranno della proroga anche i lavoratori di Termini Imerese. Nelle pagine del decreto anche soldi per Genova, 10 milioni per l’autotrasporto e 15 per il fondo porti. Stop alla Lega, invece, sugli appalti. Il Carroccio vorrebbe abolire la soglia di 40 mila euro per l’affidamento diretto prevista dal Codice degli appalti. Il viceministro del Mef Massimo Garavaglia (Lega) ipotizza di adeguarsi ad alcuni paesi europei dove la gara è obbligatoria con importi superiori ai 200 mila euro. Sarebbe una concessione gravissima alla corruzione e la negazione della concorrenza.

Gradualità a… primavera

C’è un fine settimana intero per trovare la quadra sul decreto fiscale e sulla pax fiscale che però verrebbe inteso soprattutto come una vittoria della Lega. Nella legge di bilancio dovrebbero essere previsti un paio di miliardi (presi nel monte del deficit) per garantire la copertura del decreto che entrerà subito in vigore a differenza di tante misure inserite nella manovra o nei disegni di legge collegati.

La maggioranza ha infatti accettato la moral suasion del presidente Mattarella che mercoledì, nel tradizionale pranzo con premier, vicepremier e ministri prima del Consiglio europeo, e dopo la fitta agenda di incontri “economici” avuti negli ultimi dieci giorni (tra cui anche il n°1 della Bce Mario Draghi) ha suggerito “la gradualità” della messa a regime di riforme ad alto impatto sui bilanci dello Stato. A cominciare dalla riforma della Fornero e da quota 100 che impattano sulla manovra per 7-8 miliardi. La richiesta-suggerimento trapelata da cariche istituzionali è quella di non fare nulla per i primi tre mesi. E rinviare ad aprile le nuove regole per le pensioni. Proprio ieri il presidente dell’INPS Boeri ieri ha stimato un aumento di 100 miliardi il peso sul debito eliminando la Fornero e introducendo la quota 100.

La gradualità è nei fatti per il reddito di cittadinanza e gli altri 11 disegni di legge collegati inseriti nella manovra ma con un iter di approvazione diverso. Il disegno di legge collegato infatti deve fare tutto l’iter in entrambi i rami del Parlamento Non c’è una data di inizio e neppure di fine. Tutto questo dovrebbe poter raffreddare la speculazione dei mercati sull’Italia. Ma la verità è che Lega e 5 Stelle hanno accettato la “gradualità” per due ottimi motivi: è un ottimo alibi se poi a marzo si dovesse allungare ancora un po’ nel tempo; è un timing perfetto per usare le due misure nella campagna elettorale per le Europee.

Savona show

Questa idea della “gradualità” assomiglia tanto ad un compromesso accettabile soprattutto rispetto all’Europa e ai mercati per cui sempre il presidente Mattarella ha auspicato in questi giorni “il dialogo” e “toni più bassi”.  Ed è stata rivendicata anche dal ministro per gli Affari Europei Paolo Savona protagonista ieri di un show nell’aula della Camera. Probabilmente non casuale a giudicare dal applausi ricevuti. “C’è stato il rimpasto di governo e non ce ne siamo accorti” ha denunciato subito il Pd. E’ successo infatti che le dichiarazioni del governo sul Def sono state affidate proprio a Savona, il professore del “Piano B” per l’uscita dall’euro a cui il Quirinale sbarrò la strada a maggio. Il titolare Giuseppe Tria è impegnato a Bali per il G20. Regola vuole in questi casi che la parola in aula sia affidata al viceministro (era presente Laura Castelli) o ad altri sottosegretari. E invece ha preso la parola Savona, oltre venti minuti in cui ha assunto i panni del titolare del Mef per glorificare la scelta del deficit a 2,4 e tutto l’impianto della manovra.  Un'arringa di convinta difesa delle misure previste dalla nota di aggiornamento, assai più di quanto abbia fatto Tria in questi giorni.

Terza colonna dell’esecutivo

Savona si è conquistato sul campo i galloni di terza colonna dell'esecutivo, accanto ai due vice premier. La maggioranza lo ha sottolineato applaudendo più volte.
“La sfida di questa manovra è sugli investimenti - ha detto il professore - su questo mi pare che siamo tutti d’accordo. E’ necessario ripetere quello che fece Roosvelt con il newdeal e le riforme, quando mise insieme il nord industrializzato e il sud agricolo. Questo governo sta facendo un poderoso sforzo per un’Italia unitaria dove gli interessi del nord avanzato e del sud arretrato, non certo culturalmente, possano coincidere. Se il governo fallisce su questo, allora ci giudicherete sul piano politico”. Agli ex ministri Padoan (Pd) e Brunetta (Fi) protagonisti degli interventi più critici e seri, Savona ha risposto da professore: “Se facciamo la disputa sui modelli econometrici non ne usciamo più perché tanti sono quelli che sostengono una tesi e altrettanti quelli che la sostengono contraria”. Parole convinte anche sul reddito di cittadinanza: “E’ una misura diretta ed esclusiva per la povertà. Può avere delle controindicazioni ma vedrete quali contromisure saranno prese perché la gente non si metta a sedere e smetta di cercare lavoro”. Qualche brusio quando ha affermato che “in Italia c’è un eccesso di risparmio per 50 miliardi che deve essere assorbito”. E quando ha osservato: “Per quanto mi risulta lo Stato dai pensionati incassa circa 50 miliardi, che è una somma superiore a quello che lo Stato dà, i pensionati si autofinanziano”.  Padrone dell’aula, della scena e dell’eloquio - è andato a braccio -, Savona s’è concesso anche un paio di passaggi più sarcastici che ironici. Ad un certo punto non riusciva a dire Ufficio parlamentare di bilancio che ha bocciato l’aggiornamento del Def e la manovra. “Mi confondo - ha spiegato - perché ero uno dei candidati ad una posizione che poi non mi fu assegnata, evidentemente ho rimosso”. Ad un certo punto ha chiesto un bicchiere d’acqua. “Scusate, io vado ad acqua…” dove molti hanno colto l’allusione al presidente della Commissione Juncker che il governo ha accusato di “parlare da ubriaco”.

“Mattarella? Meno parlo e meglio è”

Il Pd ha criticato e ironizzato. “Per la replica del governo su Nadef -scrive su Twitter il deputato Enrico Borghi - parla il vero artefice, il ministro Savona. Che si presenta con umiltà come il nuovo Roosevelt italiano. Tria esiliato a Bali, al G20, a dire cose a cui nessuno crederà”. La viceministra Castelli, la più alta in carica del Mef, ha preso la parola solo per mettere in votazione il documento. Ma è riuscita a sbagliare numero.

Savona ha lasciato l’aula da solo, è uscito da Montecitorio da solo, senza la corte di assistenti, segretari e altro. “Ho parlato io perché ero stato chiamato in causa da Brunetta…sono anche dovuto andare a braccio” ha sorriso. Non è vero, era tutto preparato. Il Presidente Mattarella aveva da poco consegnato il suo pensiero sul “complesso sistema di pesi e contrappesi che si articola nella divisione dei poteri” e “impedisce che uno solo abbia troppo potere”. La riflessione sulla “storia che insegna che l’esercizio può far inebriare…”. Professor Savona, come commenta?  “Meno parlo e meglio è” è stata la replica.