[L’analisi] L’enorme debito italiano che che ci soffoca è nato quando Di Maio cercava il biberon. Ed è tutta colpa del Caf

Il peso di un debito pari al 130 per cento della ricchezza nazionale ci pone in uno stato di perpetua inferiorità. Il Grande Buco Italiano si forma negli anni ’80, quelli del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), della Milano da bere, del binomio Dc-Psi. L’esplosione è raccolta in dieci anni. Il debito si gonfia all’inizio degli anni ’80 e si ferma all’inizio dei ’90. Ma, da allora, non siamo più riusciti a smaltirlo. L’aria cambierà negli anni ’90: Amato, Ciampi, Prodi, la retorica delle finanze in ordine, dei deficit contenuti, dell’imperativo anti-debito ha egemonizzato l’ultimo quarto di secolo. Anche Berlusconi e Tremonti, almeno formalmente, sono stati attenti a rendere omaggio ai dogmi dell’austerità, dell’ortodossia, del rigore finanziario. Per Monti e Letta è stata una ragione di esistenza. Per Renzi un vincolo. La cesura arriva oggi dal governo gialloverde

Un'immagine risalente agli anni '80 con Craxi, Andreotti e Forlani

Schuld, in tedesco, vuol dire sia “debito”  che “colpa”. Questo la dice lunga sulla cultura economica tedesca, ma, per restare nell’atmosfera di oltre Reno, si può individuare un colpevole del debito italiano? E chi è? E’ una responsabilità pesante, perché la montagna di debito pubblico che ci portiamo appresso è una sorta di peccato originale che macchia, zavorra, imprigiona la politica, l’economia, la società italiana. Al di là delle Alpi non si farebbe così facilmente grossolana ironia sui meridionali con le tasche bucate che svernano al sole su una panchina, se non fossimo un popolo di questuanti. Il peso di un debito pari al 130 per cento della ricchezza nazionale ci pone in uno stato di perpetua inferiorità: la Francia può fare un deficit al 2,8 per cento sollevando solo qualche sospiro, come un giovanotto che fa tardi la notte. Se noi andiamo al 2,4 per cento, si apre il finimondo, come se reclamassimo le chiavi di casa ancora alle elementari. 

D’altra parte, come giudicare un capofamiglia, costretto, per pagare il conto del supermercato, a raggranellare ogni mese, fra amici e vicini, una cifra pari ad un quarto del suo stipendio? Questo fa il Tesoro italiano, rastrellando sui mercati 400 miliardi di euro ogni anno. Affari suoi, potrebbero dire gli altri europei, guardando con riprovazione il vicino spendaccione, come in un vecchio film di Totò. Ma non è così. Quel cumulo di cambiali in precario equilibrio, rischia di rovinare anche sui condomini. Un attacco speculativo sul debito italiano si ripercuoterebbe sugli spagnoli, sui portoghesi, sui greci, una bancarotta del Tesoro farebbe franare l’intero edificio dell’euro. Logico che tutti i condomini guardino con apprensione la famiglia italiana.

Dunque, di chi è la colpa? Luigi Di Maio e Matteo Salvini, impegnati a scardinare  i paletti posti dalla Ue intorno alla finanza pubblica italiana, dovrebbero prestare un orecchio più attento alle cassandre che ripetono: attenti, il disavanzo e il debito di oggi si scaricano sulle generazioni future, voi spendete, i vostri figli pagheranno. Perché le cassandre hanno già avuto ragione: i quarantenni Salvini e Di Maio sono già, appunto, quelle generazioni future. I debiti che paghiamo oggi, infatti, non sono roba fresca: noi paghiamo ancora i debiti contratti negli anni in cui Salvini andava a scuola con il grembiule e Di Maio cercava il biberon.  Il Grande Buco Italiano si forma negli anni ’80, quelli del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), della Milano da bere, del binomio Dc-Psi. L’esplosione è raccolta in dieci anni. Il debito si gonfia all’inizio degli anni ’80 e si ferma all’inizio dei ’90. Ma, da allora, non siamo più riusciti a smaltirlo.

A scorrere i dati, si ha l’impressione di un brusco passaggio dalla parsimonia parrocchiana dell’antica Democrazia cristiana ad una smania spendereccia della stessa Dc, ora che ha incontrato il Psi di Craxi. Nel 1982, con Spadolini al governo, il debito pubblico oscilla intorno al 60 per cento del prodotto interno lordo, quello che oggi viene individuato dalla Ue come il livello virtuoso, l’obiettivo da raggiungere. Fra il 1983 e il 1987, invece, schizza al 90 per cento. Lo smottamento diventa inarrestabile, il debito va fuori controllo. De Mita, Goria, Fanfani, Andreotti, con gli ultimi governi della Prima Repubblica, il debito sfonda il 100 per cento del Pil. E’ il 1992 e il debito è arrivato al 115 per cento: arriva la manovra “lacrime e sangue” di Amato, con la più grossa stangata nella storia della finanza pubblica italiana, ma l’onda lunga dei debiti accumulati continua a montare, fino ad invertirsi solo due anni dopo con Ciampi, cominciando la discesa da quota 120 per cento. Discesa lenta e faticosa che riesce per un attimo a toccare, più di dieci anni dopo, il 100 per cento con Prodi, prima che Berlusconi e Tremonti lo riportino al punto di partenza e, con la crisi dell’euro, ai livelli di oggi.

E’ vero, insomma, che le colpe dei padri ricadono sui figli. Gli anni ’80 sono stati difficili, con una inflazione galoppante, anche al 20 per cento,  che gonfiava i tassi d’interesse e il costo del debito. Ma gonfiava anche i fatturati e il Pil nominale: il denominatore del rapporto debito/Pil, dunque, saliva e avrebbe dovuto contrastare l’effetto dell’inflazione sul debito.Storicamente, del resto, quel debito avrebbe potuto essere riassorbito con la crescita dell’economia. Quello che manca, in effetti, dagli anni ’90: da allora, in media, non siamo riusciti a crescere più dello 0,5 per cento l’anno e il debito ci è rimasto sul groppone. Ma nel tramonto della Prima Repubblica c’era anche una spiccata indifferenza verso il problema del debito. L’aria cambierà negli anni ’90: Amato, Ciampi, Prodi, la retorica delle finanze in ordine, dei deficit contenuti, dell’imperativo anti-debito ha egemonizzato l’ultimo quarto di secolo. Anche Berlusconi e Tremonti, almeno formalmente, sono stati attenti a rendere omaggio ai dogmi dell’austerità, dell’ortodossia, del rigore finanziario. Per Monti e Letta è stata una ragione di esistenza. Per Renzi un vincolo. La cesura arriva oggi: il “Noi tireremo dritto”, debito o no, rivolto da Salvini alla Ue è come un salto indietro alla sottovalutazione di 30 anni fa.

Non è l’unica similitudine fra lo scenario di oggi e quello dell’Italia craxiana. Anzi l’aria nuova del Governo del Cambiamento sa, per molti versi, di stantio. Gli anni ’80 sono gli anni pre-euro a cui molti, nella maggioranza di governo, guardano con nostalgia, anche se l’Italia stava a galla solo grazie a pesanti svalutazioni a ripetizione della lira, che facevano impazzire l’inflazione. Sono anche gli anni in cui, dall’America reaganiana viene la curva di Laffer, ovvero la teoria che, se tagli le tasse, l’economia cresce tanto da compensare la riduzione delle entrate. L’esperienza reaganiana mostra che non è vero, ma i profeti attuali della flat tax sono tornati a brandire quella teoria. Anche le tentazioni di statalismo, di nazionalizzazione, di economia teleguidata, piuttosto che stimolata e pungolata fanno venire in mente le ultime stagioni del Cipe, della pianificazione e il rutilante tramonto dell’Iri, delle Partecipazioni statali e dei boiardi di Stato, certo assai più ossequiosi dei tecnici indipendenti sparsi oggi nella burocrazia , come quella del Tesoro, e nelle autorità indipendenti come la Consob. Come con l’ascesa del craxismo negli anni ’80, si avverte, del resto, la convinzione nei quadri pentaleghisti di una pagina che si gira, di una svolta, come accade quando c’è la presa del potere da parte di una nuova classe dirigente e di una nuova cultura politica. Non è una novità: la stessa cosa è avvenuta dopo Tangentopoli e, poi, con Berlusconi. Qualche volta, però, è un abbaglio. Gli anni ’80 sembravano l’inizio di una nuova era della politica e, invece, erano la fine della Prima Repubblica.