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M5s, la debacle di Giuseppi e la linea “o Pd o morte” agita i gruppi parlamentari

In pochi mesi ruoli ribaltati. “O Conte o morte” diceva il Pd a gennaio scorso. “O Pd o morte” sembra dire ora il capo dei 5 Stelle. La base grillina non è convinta e rifiuta la subalternità. Qualcuno mette in giro un appunto impietoso: ovunque è andato nel suo tour prelettorale, Conte ha perso una media dell’83% dei consensi

Claudia Fusanidi Claudia Fusani        
Giuseppe Conte (Foto Ansa)
Giuseppe Conte (Foto Ansa)

Il “caso” Conte prende forma nei numeri, nelle parole dei parlamentari 5 Stelle, sui social. Se il Movimento ha bruciato 476 mila voti rispetto alle amministrative del 2016,  Giuseppe Conte non solo non ha portato un voto in più ma ovunque è andato nel suo tour italiano pre elettorale ha segnato un crollo dell’84 per cento dei consensi. I deputati 5 Stelle non fanno mistero dei tanti loro dubbi e di alcune perplessità. Una tra tante: “Sono partiti in tre per andare a Napoli a festeggiare una vittoria che non è nostra. Manfredi non è stata la nostra scelta, è roba Pd a cui ci siamo accodati”.   I social fanno i social. Ieri Giuseppe Conte era in Sicilia perchè nel fine settimana si vota in ben 46 comuni  (su un totale di 316)  e ha postato una foto della piazza colma di gente. I commenti sono arrivati subito e tra qualche “non mollare” sono arrivati molti “Ah Giusè, poi tanto ti votano quattro gatti”.

Il caso Conte

Il caso Conte ha a che fare con un tema a quanto pare mai risolto nel Movimento: identità politica,  e quindi posizionamento e programmi, e leadership.

Certo, l’ex premier ha potuto prendere in mano la situazione solo a giugno e ha avuto poco tempo per lavorare sulla rifondazione del Movimento. Ma continuare a dire, come sta facendo, che “questo è il tempo della semina, poi arriverà quello del raccolto, in tempo per le politiche del 2023” è una frasetta che ha sempre convinto poco e ora, a urne chiuse, ancora meno. “Seminare che cosa se è stato a palazzo Chigi quasi tre anni e il suo consenso è ancora così alto? Dovrebbe trasferire tutto questo su di noi ma il travaso non non c’è stato e, ancora peggio, non ha funzionato minimamente da argine all’emorragia di voti. Ci si chiedeva ieri nei vari capannelli mentre in aula prevedeva la discussione sulla Nadef (approvata anche con voti Lega): “Ma dove ci sta portando la semina di Conte? A diventare la stampella sbiadita del Pd? Credo che dovremmo parlarne un attimo di questo. Il Movimento non è nato per essere subalterno e in scia di altri”. Ecco, come si può capire, non è un problemino da poco. Il bilancio di questo voto - che non è paragonabile al voto politico ma questa volta lo è per il contesto e la campagna elettorale - consegna la seguente fotografia: il Movimento è quasi azzerato nel nord Italia (a Milano si ferma sotto il 3% e non entra neppure in consiglio comunale) e sopravvive al centro sud (al netto di Roma) con percentuali che mai arrivano alla doppia cifra. Che fare di tutto ciò? Ripartire da qui per una nuova storia, nuove battaglie e identità? Oppure consegnarlo al Pd per scomparire del tutto? e, infine, siamo sicuri che Giuseppe Conte “abbia il phisique du role” per affrontare tutto questo?  

Il rebus ballottaggi

L’ex premier e attuale leader del Movimento è quindi, come minimo, un osservato speciale in queste settimane prima dei ballottaggi. Un’altra verifica importante. Al di là di Roma e Torino dove regna il caos più totale visto che i grandi alleati  Pd-M5s si sono giurati odio e guerra eterna e il Pd è ai ballottaggi in entrambe le città, Conte sta cercando di barcamenarsi come può con sintesi però poco convincenti. Del resto, è vero che l’ex premier ha preso la guida del Movimento quando le decisioni erano già state prese. Dai territori e non dalla “segreteria nazionale” del Movimento.     Conte cerca di dare alcuni punti fermi. L’imperativo categorico è “mai con la destra”. Un secondo principio sembra essere: per i ballottaggi “faremo valutazioni” ma “gli apparentamenti sono da escludere” perché “gli elettori non sono pacchi postali e non vogliamo dire votate Tizio o Caio”. Ma è difficile definire la linea quando è il tuo alleato - il Pd- a sbatterti la porta in faccia. Lorusso a Torino non chiede i voti 5 Stelle (7%) che pure gli farebbero comodo e non si sa quindi se andranno a qualcuno e a chi. Gualtieri a Roma ha detto e giurato la stessa cosa e ha fatto tutta la campagna parlando dell’incompetenza di Virginia Raggi. Ma pure Gualtieri ha bisogno di voti al ballottaggio: parte tre punti sotto e il 20 per cento di Calenda è una variabile fuori controllo. Il vero vincitore di queste elezioni - che ieri ha detto che voterà Gualtieri “ma è una sua valutazione personale perchè i voti ricevuti non sono miei” - non chiede posti di assessore e comunque è incompatibile con i 5 Stelle “il male assoluto e la rovina di Roma”. 

Ma Gualtieri e Michetti strizzano l’occhio ai 5s

I due finalisti nella Capitale però sono costretti a guardare ai voti dell'elettorato grillino per vincere la partita finale. E qui il Movimento va in cortocircuito dando segnali come minimo contraddittori. Da una parte la sindaca uscente Virginia Raggi ha accettato l'invito di Michetti per un caffè in Campidoglio, tenendosi in contatto, allo stesso tempo, anche con lo sfidante Gualtieri. Dall’altra Conte durante il suo tour in Sicilia, esclude nettamente “la possibilità di potere collaborare con un'eventuale giunta di centrodestra” ma non spiega cosa farà M5S con Gualtieri. Pungolato da Carlo Calenda, l'ex ministro dell'Economia ha affermato che in una sua ipotetica Giunta non entreranno i grillini. “Gualtieri non ha detto nulla di meno o di più di quello che riteniamo: non avendo chiesto nulla e non avendo mai pensato di avere assessori, non era all'ordine del giorno” ha replicato Conte dalla Sicilia usando uno dei suoi giochi di parole. Ha poi voluto dire a Calenda quello che pensa: “E’ all'inizio di un cammino politico nazionale, e quindi dettare condizioni agli altri mi sembra quanto meno autoreferenziale e arrogante”.  Su tutte le furie con entrambi, tanto Calenda quanto Gualtieri, è Roberta Lombardi, assessora alla Transizione ecologica in Regione Lazio, che subito dopo il voto aveva aperto al candidato del centrosinistra. “Interessante che mentre il M5S dà ampia dimostrazione a tutti i livelli di essere pronto al dialogo e al confronto sulle idee e le progettualità con tutte le forze politiche - ha detto Lombardi - Calenda e Gualtieri si affannino a commentare su un fantomatico ingresso in Giunta del M5S. Cosa peraltro mai chiesta e mai ipotizzata”. Purtroppo, ha aggiunto Lombardi, “una certa sinistra radical chic continua a guardare a noi con senso di superiorità”.

“Caro Giuseppe, così non va…”

A parte Roma e Torino, in generale - se ne parla molto anche nelle chat -  viene denunciato un eccessivo appiattimento sul Pd da parte del capo politico. “Conte ha già deciso la nostra alleanza strutturale col Pd. Ma a quali condizioni?  Di sicuro non può chiederci di appoggiare i dem laddove al primo turno siamo andati divisi. Se non ci siamo presentati assieme, un motivo ci sarà…” ragionano i più posati. Altri la mettono così: “Non voglio diventare la stampella del Pd per preparare il posto a Conte  e a qualche suo pupillo”. Altri ancora: “Se siamo destinati a diventare una forza del sud, con la stella polare dell’ambiente e della transizione ecologica, una forza simile ai verdi tedeschi, allora un leader lo abbiamo già e si chiama Di Maio”.  Ecco perchè, ad esempio, un po’ tutti chiedono a Conte di definire subito la composizione della squadra che dovrà affiancarlo. Vogliono la cabina di regia e non la decisione di uno solo.   

La denuncia

La situazione è seria se c’è chi ci mette la faccia per chiedere “chiarimenti urgenti” e “cambi di rotta”.  Il deputato Gianluca Vacca, ad esempio, ha denunciato la situazione parlando con l’agenzia Adnkronos. “Il M5S ha una identità sbiadita, la gente non ci vota perché non si riconosce più in determinati valori. Rincorriamo il Pd sul campo dei temi e molti preferiscono votare il Pd anziché noi. E’ chiaro - ha aggiunto il parlamentare abruzzese - che nel momento in cui non si riesce a trovare una nuova identità anche gli eletti si sentono smarriti e vanno altrove”. Conte respinge le critiche: “Il M5S ha una chiara identità, forse prima poteva esserci qualche incertezza nel vecchio corso perché non c'era la carta dei valori e dei principi”. E predica calma: "Proseguiamo il nostro cammino di semina stiamo annunciando il nuovo corso ed è un progetto politico che richiederà del tempo per avere effetto”. Ma il tempo corre. Conte cerca il conforto delle piazze e dei social. Ma anche quello gli si ritorce contro. In Sicilia per la campagna elettorale pubblica foto di piazze piene. In effetti molta gente arriva per vederlo e sentirlo. E’ successo anche nel tour in terra ferma. Peccato che poi non lo abbiano votato. . “Giusse, dai, ammettiamolo: questi sono tutti un po' str@nzi: vengono a salutarti in massa e poi ti votano in quattro gatti” scrive Moles Ardimmo. “Ma com'è che poi nessuno vi vota?” chiede Silvia. “Piazze piene, urne vuote” osserva Giuseppe Corsaro. C’è anche chi arriva in soccorso; “Forza Presidente”, “grande Presidente”, “non mollare”. Del resto la stoffa del leader di dimostra nei passaggi difficili e non in quelli in cui va tutto bene. 

L’appunto

Gira anche un appunto. Cattivissimo. Un think tank che si occupa di analisi del voto ha preso le piazze del Conte Tour di agosto/settembre e accanto, in distinte, in due  distinte colonne ha messo i voti ottenuti dai 5Stelle nel 2018 e nel 2021. Nella terza colonna c’è il cosiddetto “delta”, la differenza. Una colonna infame per Conte. Da Merano (-82%) a Eboli (-87,7), da Trieste (-85,2%) a Nardò (-96%), una sessantina di città con una media dell’83% dei voti persi.  Va bene seminare, ma qui sembra proprio mancare il terreno. I numeri sono da debacle. Il caso Conte è un’altra variabile per il governo Draghi perchè comunque resta il gruppo più numeroso in Parlamento. Da dove, con questo andamento, vorrà uscire il più tardi possibile.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani        
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