[Il caso] CSM, tormento senza fine: dubbi su uno dei giudici che deve rientrare nel plenum

Estraneo ai fatti, è stato però il compagno di una avvocatessa appena condannata per spaccio. Pressing sul quinto magistrato per farlo dimettere. ANM: “No a forme punitive”. Sedici candidati per due posti da Pm

Bruno Giangiacomo, 62 anni, presidente dal 2015 del tribunale di Vasto
Bruno Giangiacomo, 62 anni, presidente dal 2015 del tribunale di Vasto

Il rischio è che la pezza sia peggiore del buco. E che il tentativo, faticoso assai, di riportare il plenum del Csm su binari di un'ordinaria dialettica dopo lo tsunami dell'inchiesta di Perugia, inciampi in un incidente che di questi tempi sarebbe consigliato evitato. Con buona pace dei protagonisti. Succede infatti che il giudice Bruno Giangiacomo, primo dei non eletti nella quota giudici di merito, dovrebbe subentrare automaticamente nel plenum al posto di Paolo Criscuoli. Il togato di Mi era presente la sera del 9 maggio nella hall dell'hotel a Roma in cui cinque membri togati del CSM, il pm di Roma Luca Palamara -  la toga che, forte dei suoi precedenti incarichi all'Anm e al Csm per conto di Unicost curava il dossier nomine e incarichi - e i deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti definivano il grande accordo politico per la nomina dei procuratori di Roma, Firenze, Palermo e Torino, alcuni tra gli uffici giudiziari più importanti d'Italia. 

Il problema è che Bruno Giangiacomo, 62 anni, presidente dal 2015 del tribunale di Vasto, una carriera soprattutto nel penale e soprattutto a Bologna dove è stato a lungo anche gip, potrebbe essere a sua volta destinatario a breve di un procedimento disciplinare alquanto imbarazzante: per quattro anni ha avuto una relazione con un'avvocatessa di Bologna che nelle scorse settimane è stata condannata in primo grado per spaccio. La centrale dello spaccio, era - secondo l'accusa - lo studio di avvocati di cui l'avvocatessa era titolare. La sentenza è di un mese fa. E le deposizioni in dibattimento sono disponibili per tutti. Ma andiamo con ordine.  

Unico sopravvissuto

In questa settimana, probabilmente già oggi, la Commissione disciplinare del Consiglio superiore della magistrati valuterà la posizione della toga numero 5 coinvolta, suo malgrado, nello strascico del troyan che la procura di Perugia aveva installato nel cellulare del pm di Roma Luca Palamara. Si tratta di Paolo Criscuoli, togato di Mi, presente la sera del 9 maggio scorso nella hall dell'hotel dove, secondo la ricostruzione della procura di Perugia, si decidevano i destini e la mappatura delle procure italiane

Quella sera erano presenti Luigi Spina (indagato per rivelazione di segreto d'ufficio), Gianluigi Morlini, Antonio Lepre, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli. I primi quattro si sono già dimessi e sono stati riassegnati alle loro precedenti sedi e funzioni. Nel frattempo il contagio del troyan è arrivato ai massimi vertici della magistratura e ha tirato giù il procuratore generale Riccardo Fuzio (Unicost e grande amico di Palamara) perchè indagato a Perugia per rivelazione di segreto d'ufficio in quanto in una registrazione avrebbe parlato con Palamara proprio dei contenuti dell'indagine di Perugia in cui è indagato per corruzione. Insomma, di quel contagio si è "salvato" solo Criscuoli che dopo l'autosospensione (3 giugno), il 17 luglio ha chiesto un'aspettativa di un mese “per motivi familiari”. L'aspettativa, accettata, non può tuttavia fermare il percorso della Disciplinare del Csm che avendo correttamente scelto i criteri del rigore esemplare per una vicenda esemplare non può certo attendere i personalissimi tempi di elaborazione di una vicenda che senza dubbio sta segnando la carriera. E la professione di molti. Criscuoli non è indagato e però è facile immaginare che anche lui sarà invitato a tornare al proprio incarico dicendo addio a Palazzo dei Marescialli.  

Il primo dei non eletti

A questo punto subentra il caso Giangiacomo. Il magistrato che è stato pubblica accusa nel processo sulla Uno Bianca e nell'inchiesta sul governatore Vasco Errani (poi assolto da ogni accusa), ha ottenuto circa 400 voti nelle passate elezioni piazzandosi appunto primo dei non eletti. Giangiacomo, una toga che certamente ha ben chiari in testa cosa sono i diritti e la loro irrinunciabilità, sposterebbe la maggioranza togata del plenum verso sinistra dopo che questo plenum era invece totalmente nelle mani di Mi e Unicost. In ottobre, quando ci saranno le suppletive per sostituire anche i 2 pm costretti alle dimissioni, Area e A&I, la corrente di Davigo molto amata dal Movimento Stelle, potrebbero così avere il predominio nel plenum. Un totale capovolgimento di maggioranze. 

Quello studio legale a Bologna

Il problema è che proprio tra aprile e maggio, il giudice si è trovato chiamato in causa in un'imbarazzante, a tratti persino surreale (uno studio legale di Bologna, molto noto perché assisteva per lo più spacciatori e immigrati, era una centrale di spaccio) testimonianza. Un'avvocatessa, poi condannata per spaccio, ha spiegato di aver avuto una relazione lunga circa quattro anni con il giudice, "tra il 2012 e il 2016 più o meno". Il giudice non è in alcun modo coinvolto nel mercimonio di sesso, droga e consulenze legali di cui i protagonisti raccontano nelle loro deposizioni in aula. Anzi, nei circa quattro anni della loro relazione, l'avvocatessa spiega di aver interrotto ogni uso di stupefacenti (la sera, a fine turno, nello studio legale gli avvocati erano soliti consumare qualche striscia di coca). E però questa relazione è evidentemente un punto debole, un inciampo appunto, nel curricula del giudice. Una pagina che in un momento delicato come questo può essere usata per gettare ulteriore discredito sulla magistratura da parte di chi in questo momento sta lavorando per sfruttarne la debolezza e fare quello che non è riuscito negli ultimi trent'anni: archiviare per sempre l'autonomia della magistratura. Giangiacomo sarebbe stato invitato dai suoi colleghi a fare un passo indietro in nome dell'opportunità politica. Per evitare altre speculazioni. Vedremo. 

La resistenza della magistratura

Intanto la magistratura associata cerca di ritrovare la bussola dopo un vero e proprio tsunami. Che in parte continua. Illuminanti su quello che è successo negli ultimi due mesi le parole del segretario di Unicost (la corrente di cui Palamara è stato il dominus e a cui era iscritto anche il procuratore generale Fuzio) Enrico Infante che domenica ha deciso di dimettersi. E di essersi opposto alla “caccia alle streghe” perchè “una cosa era il rigore morale e l'allontanamento di chi fosse risultato autore di condotte riprovevoli, altra cosa era un’epurazione”. L'Anm inizia a far sentire nuovamente la sua voce dopo due mesi di silenzi imbarazzati. E dice “no a riforme emozionali, demagogiche e punitive”. Il presidente Luca Poniz attacca soprattutto il Guardasigilli Bonafede e il progetto di un Csm sorteggiato. “Non accettiamo riforme che siano l'esito di una contingenza drammatica” ha avvertito Poniz. 

Elezioni & candidati

Sono stati ufficializzati i candidati per le suppletive del 7-8 ottobre. Sedici nomi per due posti nella quota Pm lasciati liberi da Spina e Lepre. Tra i candidati c’è Nino Di Matteo (davanti alla VII oggi perchè sospettato da Cafiero de Rao di aver rivelato segreti e per questo senza più deleghe alla Dna) Anna Canepa, anche lei sostituto alla Dna ed ex segretario di Magistratura democratica, Filippo Vanorio, sostituto procuratore a Napoli. Gli altri candidati sono Paola Camera, sostituto procuratore generale Venezia, Alessandro Crini procuratore a Pisa, Antonio D'Amato, aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, Francesco De Falco, sostituto a Napoli, Francesco De Tommasi, sostituto a Milano, Grazia Errede, sostituto a Bari, Anna Chiara Fasano, sostituto a Nocera inferiore, Andrea Laurino, sostituto ad Ancona, Lorenzo Lerario, sostituto procuratore generale a Bari Simona Maisto, sostituto a Roma Gabriele Mazzotta, aggiunto a Firenze. Infine Alessandro Milita, aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, e Tiziana Siciliano, procuratore aggiunto a Milano, che si è occupata del caso di Dj Fabo.