[L'intervista] Crosetto: “La via della Seta? Vicenda gestita con superficialità. Ecco perchè preoccupa”

Guido Crosetto, fino a ieri deputato di Fdi, oggi alla guida della Confindustria del comparto sicurezza e difesa, giudica il Memorandum della Via della Seta. “La Cina vuole costruire una nuova alleanza globale alternativa al blocco occidentale. E’ un obiettivo scritto in Costituzione”. Il ruolo del sottosegretario Geraci, il siciliano espero di Cina che parla mandarino nelle riunioni. Il presidente Xi arriva tra una settimana. Tensione Lega-5 Stelle sul Memorandum

Guido Crosetto
Guido Crosetto

“La Cina in sé non è positiva o negativa. Sono le regole con cui cooperi che la fanno diventare un partner strategico o negativo”. Guido Crosetto è nella cabina di comando di Aiad, la Confindustria delle aziende che operano nel comparto aerospaziale, della difesa e della sicurezza. E’ il primo giorno da ex parlamentare, mercoledì l’aula della Camera ha accolto, al terzo tentativo, le sue dimissioni nel rammarico generale e trasversale. Nel suo ruolo da civile (resta comunque il Fondatore e l’anima, con Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia), Crosetto ha un punto di vista privilegiato per giudicare l’ormai famoso Memorandum Bri, acronimo che sta per Belt and Road iniziative, ovverosia l’iniziativa strategica della Cina per migliorare i collegamenti commerciali con l’Eurasia e che tutti ormai conosciamo meglio sotto il nome “Via della seta”. Anche un settore altamente tecnologico come quello delle aziende che rappresenta Crosetto ha fame di soldi e di investimenti, come tutta Italia. Ed è anche quello più nevralgico per la sicurezza nazionale e dunque vincolato a massimi criteri di segretezza.

Mancano sei giorni all’arrivo in Italia del presidente Xi Jinping. La Lega sta facendo molta resistenza, “quel Memorandum non è la Bibbia, tutto è modificabile” ha detto Salvini. Ieri pomeriggio Giorgetti ha incontrato l’ambasciatore Usa. In serata p.Chigi ha fatto uscire un nota, “Il Memorandum d’intesta Italia-Cina non è in discussione”. A ruota si sono fatti sentire i capigruppo della Lega Romeo e Molinari. “Serve prudenza quando sono in ballo sicurezza e sovranità nazionale. Amici di tutti, colonia di nessuno”. Lo scontro continua. E la materia stavolta brucia.

Crosetto, allora, la Bri o Via della Seta è una “penetrazione” della Cina in Italia o un vantaggioso scambio commerciale?
“Difficile dirlo visto che non si sa bene cosa sia. L’unica cosa nota è il Memorandum, quattro paginette di linee generali che dicono assai poco ma potrebbero essere anche troppo, se non si capisce quale sia il vero punto di caduta. Per non parlare dei 50 allegati per altrettanti accordi di cui si parla e di cui non sappiamo nulla. La Cina è quello che lo fai diventare. La Cina in sè non è positiva o negativa. Sono le regole con cui cooperi che lo possano far diventare un partner strategico o negativo. Il vero tema, a mio avviso, è che questa partita è stata gestita in maniera estemporanea e superficiale senza tener conto dei nostri partner storici e attuali che sono la Ue e la Nato, nè delle implicazioni economiche e geostrategiche. Tutto questo è molto grave”.

Bri e Via della Seta sono la stesa cosa?
“Si, ma usciamo da acronimi e nomignoli. Nel 2017 il Partito comunista cinese ha inserito la Via della seta nel proprio statuto come ‘obiettivo strategico’. Lo scopo è costruire una nuova alleanza globale alternativa al blocco occidentale. Il punto è che nel 2018 questo concetto è stato trasferito nel preambolo della costituzione cinese. Difatti al progetto sovrintende il ministro per la Sicurezza dello stato. Tutto chiaro? Questo bisogna saperlo per avere contezza del valore strategico che la Via della seta, al di là del nome flautato, ha per il governo cinese”.

Ieri mattina il vicepremier Salvini ha detto, in una conferenza stampa in cui presentava una proposta di legge in difesa dei marchi italiani che devono essere prodotti in Italia, di “non sapere nulla circa i 50 allegati al Memorandum”. Le sembra possibile?
“Se l’ha detto Salvini, che è il player principale di questo governo, vuol dire che è vero. E questo mi colpisce e mi preoccupa molto. Si può fare tutto, anche trattare con la Cina che per noi è uno sbocco commerciale da cui non possiamo prescindere. Ma chi tratta deve condividere come minimo a livello di governo. E poi parlamentare. Invece qui sembra sia stato gestito tutto da poche persone. Se non sei un Ufo che arriva da un pianeta sconosciuto, devi sapere da solo che per avviare questo tipo di partnership devi prima aver parlato a livello Ue e Nato. Se non lo fai significa che non sai dove sei e cosa stai facendo. E, quindi, che rischi di fare scelte pericolose”.

Chi è stato il vero protagonista di questa trattativa? Tra sei giorni arriva a Roma un importante Capo di Stato, forse il più importante, il leader cinese Xi Jinping, e il dibattito nel merito lo si sta facendo in queste ore sui giornali.
“Anche questa è una cosa che colpisce molto, diciamo così. Il dossier dicono sia stato gestito da Michele Geraci, il professore siciliano sottosegretario al Mise. E’ una figura emblematica, Geraci: ha lavorato in Cina fino ad un minuto prima di entrare al Governo, parla regolarmente mandarino durante le riunioni, in questi mesi di governo ha concentrato tutta la sua azione in Cina, dicono abbia assunto una collaboratrice-consulente cinese al ministero. Insomma, molto molto attivo”.

E infatti ci ritroviamo Xi a Roma con 50 allegati, cioè accordi, stretti con 29 aziende private e 21 pubbliche, cioè il meglio della nostra industria e scopriamo che ne sappiamo poco o nulla. Geraci era in quota Lega?
“Mi pare di ricordare questo. Ma poi non so. Ripeto: l’errore non è nella cosa in sé ma nel fatto di non averla condivisa”.

Per il settore che Aiad rappresenta, la collaborazione commerciale con la Cina è un’opportunità o un rischio?
“A oggi la cooperazione nel settore della difesa non è prevista e non è possibile per via delle regole specifiche di un settore strategico e sui generis. Tanto per capirci, ogni materiale di armamento per essere venduto ovunque deve avere l’autorizzazione di ciascun paese che ha dato componenti a quell’arma. C’è invece un grande mercato civile sulle merci e sui prodotti dual use, aerei, elicotteri, radar. La Francia di Macron non si è fatta problemi ad avviare cooperazioni miliardarie in questi settori. Lato nostro, Ansaldo energia, che ha un socio cinese, potrebbe trovare in Cina un importate mercato nel settore della produzione di energia. E’quindi auspicabile un rapporto con loro, consapevoli però che si tratta di un mercato “pericoloso” perchè i cinesi tendono subito a prendere, imparare e a replicare. La Cina è mercato un attimo prima. Un attimo dopo, diventa concorrente”.

Il “pericolo” più grande, o meglio quello che ha colpito di più l’immaginario, è la partnership con Huawei, l’azienda cinese secondo produttore di telefonia mobile operativa con le frequenze del 5G, il cosiddetto internet delle cose, che Donald Trump ha messo nel mirino accusandola di voler spiare, nei fatti, l’occidente. Il Quirinale ha escluso che telefonia e 5G facciano parte del Memorandum.
“Il 5G è fuori da questa storia. L’intervento del Quirinale ci mette al riparo da ogni equivoco. Però non si capisce il caso Huawei se non è chiaro che in Cina non c’è economia di libero mercato e che comanda lo Stato con un partito solo. Cina è lo stato più forte al mondo ma anche uno dei meno democratici e mette direttamente le mani nell’economia per conquistare i mercati. Questo non va mai dimenticato né sottovalutato. Il problema di Huawei e del 5 G è proprio la legislazione cinese: se il partito-Stato chiede dati, loro li devono dare. Non è come Cisco o Apple che possono permettersi di dire all’Fbi ‘no, grazie’.

E però l’industria italiana e il made in Italy sono evidentemente a caccia di soldi.
“Senza dubbio. E in questo senso la Cina è un’opportunità. Nei prossimi anni sarà il più grosso mercato per le aziende del lusso, dell’agroalimentare, del turismo. Ma la tecnologia e la sicurezza nazionale devono essere salvaguardati sempre. Meglio stare lontano da alcune collaborazioni anche se possono portare, inizialmente, investimenti. Immaginate solo di far passare tutte le info riservate su macchinari di cui non abbiano alcun controllo. Impensabile. Se un domani Huawei sarà un soggetto libero e autonomo dal proprio Stato, allora se ne potrà parlare. Ma quella è la condizione fondamentale”.

Senta Crosetto, nel frattempo però il 45% degli investimenti europei del colosso cinese sono andati a Regno Unito (4,2 miliardi), Germania (2,1), Francia (1,6). L’Italia ha bisogno di avere sbocchi privilegiati e corsie veloci con la Cina?
“Ma certo, è necessario e fondamentale. Tutti fanno affari con la Cina, Usa per primi. Saremmo stupidi e masochisti se non li facessimo. Ad esempio credo sia giusto discutere sui porti: la Cina controlla già il Pireo in Grecia, il 49% del porto di Marsiglia in Francia, altri in Belgio ed Olanda. Se posso scegliere, preferisco che le merci passino da Palermo, Genova o Gioia Tauro e Trieste che non da Marsiglia. Per fare questo però occorre avere pronta la parte logistica, dai trasporti allo stoccaggio all’imballaggio, alla possibilità di svolgere alcune lavorazioni e soprattutto rigidi, veloci ed efficienti controlli. Portare i nostri porti come hub lungo la Via della Seta mi sta benissimo, il sistema Paese ne può avere solo vantaggi. Benvenga il capitale cinese su cose che restano in Italia: i porti restano in Italia. Però, e lo dico agli amici 5 Stelle, a quel punto bisogna fare la Tav Torino-Lione in quanto pezzo importante di uno dei corridoi di trasporto merci che attraverserà l’Europa”.

Lei si è dimesso ieri dal Parlamento. Siete stati minimante coinvolti in questo accordo? Sapevate che le principali aziende da Enel a Fincantieri, istituti di credito come Intesa e Unicredit hanno stretto gli accordi contenuti negli allegati al Memorandum?
“Se non sapeva un pezzo di governo, figurarsi il Parlamento. E questo conferma le preoccupazioni sullo strano approccio con cui è stato gestito questo delicatissimo dossier”.

La Lega ha lanciato l’allarme. Il Quirinale è intervenuto. E’sufficiente?
“Il Quirinale ha dato maggiore tranquillità. Ora va capito in dettaglio, seppure in pochi giorni, cosa c’è in questo dossier e soprattutto cosa c’è “sotto”.... E’compito anche delle opposizioni in Parlamento, a questo punto, fare in modo che la cosa si faccia bene, con intelligenza, con serietà e senza sprecare opportunità. Sarebbe stupido attaccare e basta per motivi elettorali. Sarebbe un suicidio veder fallire ogni chance di cooperazione con quella che sarà a breve la prima economia del Mondo. Il tema è fare tutto con consapevolezza, circoscrivere i temi e i rischi”.

Ha seguito la vicenda di Giulia Sarti? Il ministro dell’Interno ha investito del caso la polizia postale per vederci chiaro. Ritiene che il Movimento 5 Stelle, e quindi a questo punto anche il governo, possa essere “penetrabile” attraverso una serie di presunti esperti informatici? Se sì, questo vuol dire che siamo un paese a rischio sul lato della nostra sicurezza anche strategica?
“Prima di tutto, totale solidarietà a Giulia Sarti, vittima di un sciacallaggio vergognoso. Per il resto, è vero, noi siamo a rischio ma non per i ‘presunti esperti informatici’ bensì perchè la cybersecurity è stata finora usata solo nei convegni ma non declinata nella prassi. Abbiano uno Stato e le sue infrastrutture strategiche a rischio infiltrazione proprio non c’è stato coordinamento mirato in questo settore merceologico. Non avendo aiutato a crescere le aziende italiane, dobbiamo usare aziende straniere per proteggere le nostre. E questo è, ovviamente, un ossimoro. Una contraddizione in termini. La cybersicurezza è colonna portante di tutta la sicurezza. In Italia si fatica a comprenderlo. Occorre capirne l’importanza e fare in modo che crescano campioni nazionali nel settore”.