Martedì l’ultima tappa del giro "crisi di governo", ma è quella di montagna. Salvini perde terreno, Conte e Di Maio no

I protagonisti di questa bollente estate politica si guardano a distanza mentre Prodi lancia la coalizione ‘Orsola’. Alla fine sarà cruciale Mattarella

Martedì l’ultima tappa del giro 'crisi di governo', ma è quella di montagna. Salvini perde terreno, Conte e Di Maio no

In un lungo surplace che sarebbe piaciuto al compianto Felice Gimondi, Matteo Salvini da un lato e Giuseppe Conte e Luigi Di Maio dall’altro si guardano a distanza, studiano le mosse scrutandosi come ciclisti che, nella tappa di montagna del tour, quella ‘classica’ e più difficile, temono sempre che l’avversario entri fuori all’ultimo secondo e operi la remuntada che lo porti alla vittoria. Ma ecco che, all’improvviso, spunta Romano Prodi e propone la coalizione ‘Orsola’ (dal nome, italianizzato, della nuova presidente della commissione Ue, Ursula von der Layen) che dovrebbe tenere insieme non solo Pd, M5S, spezzoni di sinistra e di centristi più o meno male assortiti, ma anche – Prodi non lo dice apertamente, ma lo schema è quello – anche Forza Italia (se non tutta intera, almeno sue parti). Un altro ciclista provetto, Prodi, uno che le ‘tappe di montagna’ le sa fare, e le sa vincere, anche molto bene, uno scalatore. 

La corsa in surplace che sarebbe piaciuta a Gimondi…

In realtà, c’è da aspettare pochi giorni per vedere chi vincerà l’ambito trofeo, quello del ‘giro d’Italia’ politico: primeggerà il Fausto Coppi democristiano, con la sua ‘Dama bianca’ (sembra il ritratto sputato del Di Maio di oggi) oppure il Gino Bartali fumantino e anarchico che non si legava a nessuno e bisticciava con tutti (Matteo Salvini potrebbe dire “eccomi, sono io!”) lanciando il suo classico grido di battaglia “tutto sbagliato, tutto da rifare”? Chissà. 

Certo è che la settimana prossima sarà quella cruciale, per capire come evolverà, fuor di metafora, la crisi di governo.

Infatti, le comunicazioni del presidente del Consiglio Conte al Senato sono già previste e calendarizzate per martedì prossimo, martedì 20 gennaio, alle ore 15.00, a palazzo Madama. E quello che dirà “l’Avvocato del popolo” dipenderà anche da quel che deciderà il capo della Lega, ma anche dalle aperture, come quelle di oggi, dell’M5S al Pd, in una sorta di gioco a rimpiattino che va avanti da giorni.

Il ciclista gregario. Conte è intenzionato a dimettersi?

Il presidente del Consiglio sta valutando, al momento, tre possibili opzioni: fare le sue comunicazioni e attendere gli sviluppi del dibattito per decidere la mossa successiva; parlare e poi annunciare che si recherà al Quirinale a dimettersi; intervenire in aula chiedendo un voto di fiducia. 

Conte, in verità, sembra intenzionato a dimettersi senza aspettare, dopo aver ascoltato il dibattito parlamentare, il voto dell’Aula, salendo subito al Colle. Un modo per ‘preservarsi’ da un voto di sostanziale sfiducia al suo operato e giocarsi una serie di carte che ha in mano: il Conte bis (possibilità assai improbabile); un incarico da ministro degli Esteri in un governo dalle ‘larghe intese’; la designazione a commissario italiano nella commissione Ue (la data entro cui comunicare il nome alla Van der Layen è il 26 agosto), partecipare a diversi vertici internazionali che erano già in programma per fine mese (G7 il 26 a Biarritz). Invece, se Conte attendesse il voto sulle risoluzioni, non potendo – almeno non in questa fase – il Pd e la sinistra votare a favore di un governo che hanno combattuto per un anno e in modo strenuo – votare a favore del governo Conte e essendo i numeri in Aula chiari e definitivi (138 i voti di Lega, FdI, FI contro i 107 dei pentastellati, più quattro ex), Conte ne risulterebbe, in Parlamento e nel Paese, sfiduciato. 

I ciclisti del ‘pattuglione’ hanno ripreso quello in fuga

Intanto, come in un tour ciclistico, i comprimari del gruppo, prima staccati dal campione in fuga solitaria (Salvini), hanno ripreso buona lena e buon fiato e, issandosi sui pedali e manovrando con gli scambi, hanno già ripreso quello che, fino a ieri, era ‘l’uomo solo al comando’, e ora gli stanno con il fiato sul collo, pronti a far valere la loro esperienza. 

Fuor di metafora, l’incertezza sulle mosse di Conte, come di Salvini, interroga anche l’M5S che, come all’improvviso, è tornato in condizioni di indirizzare il gioco e di tornare consapevole e autorevole, oltre che da posizioni di forza. Una prospettiva assai remota, però, per Di Maio e i suoi, è il ‘ritorno a casa’ con la Lega nella riedizione dell’alleanza gialloverde: i pentastellati a Salvini ormai non credono più. 

“Hanno aperto una crisi di governo in pieno agosto, annunciando di essere pronti a dimettersi in blocco e invece ancora sono lì, incollati alla poltrona”, scriveva a mo’ di epitaffio al governo, il blog ufficiale del Movimento il 16. “Ha provato a fregarci tutti ma alla fine si è fregato lui” irride Salvini sempre il blog. Il riferimento è Berlusconi che, spiegano, “gli ha dato picche” nonostante i leghisti, “24 ore dopo aver aperto la crisi sono andati ad Arcore”. 

Ma se tenersi aperto un ‘secondo forno’ fa sempre comodo, l’M5S lascia sempre scaldare in pista l’intesa con il Pd e, sullo sfondo, il governo di scopo (o di legislatura, dipende da come andranno le trattative) con ‘tutti’ gli altri partiti dentro, ma con gli auto-esclusosi Lega e Fratelli d'Italia. Ieri, varie fonti del MoVimento hanno chiesto al ministro dell'Interno di dimettersi una buona volta e per sempre. 

Infine, ecco arrivare la svolta ‘domenicale’ in casa M5S

Porte chiuse a un ritorno con Salvini e con la Lega e addio alla maggioranza gialloverde. Beppe Grillo, a due giorni dal discorso in aula del premier Conte, ieri ha tenuto nella sua villa a Marina di Bibbona (Livorno) un vertice con Roberto Fico e Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio e Davide Casaleggio come rivela in esclusiva il quotidiano Il Tirreno. All’incontro hanno preso parte anche i capigruppo M5s di Camera e Senato, Francesco D'Uva e Stefano Patuanelli e la vicepresidente di Palazzo Madama, Paola Taverna. Al termine dell’incontro, il Movimento dirama una nota: “Tutti i presenti si sono ritrovati compatti nel definire Salvini un interlocutore non più credibile. Prima la sua mossa di staccare la spina al governo del cambiamento l’8 agosto tra un mojito e un tuffo. Poi questa vergognosa retromarcia in cui tenta di dettare condizioni senza alcuna credibilità, fanno di lui un interlocutore inaffidabile, dispiace per il gruppo parlamentare della Lega con cui è stato fatto un buon lavoro in questi 14 mesi”. Proprio Grillo è stato il primo, nel Movimento ad abbattere l’antico tabù: pur di fermare “i barbari” aveva già dato l’ok a un governo sull’asse Pd-M5S. Quasi una sconfessione per Di Maio, che Salvini, oggi atteso in Versilia e a Massa, torna a inseguire.

Intanto, oggi, proprio, Luigi Di Maio, incontrerà tutti i parlamentari M5s. Indiscussa la fiducia nei confronti del capo politico per il quale, raccontano fonti parlamentari, si potrebbe ragionare sulla deroga al secondo mandato, che gli impedirebbe di ‘correre’ di nuovo a un seggio nelle Camere. Cosa succederà oggi pomeriggio in assemblea? Lo stato d'animo di M5s non muta, viene ribadito: basta con il leader della Lega, Matteo Salvini, considerato un traditore, e, quanto al Pd, nessuna apertura formale dai vertici, mentre la base riflette sulla possibilità che vi siano possibilità di un nuovo governo che porti avanti le battaglie storiche di M5s. 

Il ciclista senz’acqua. Salvini, ormai, combina solo guai 

Una delle poche cose sicure di questa crisi di governo, vista con gli occhi dell’osservatore esterno, è che il ministro dell’Interno senta il peso di un forte imbarazzo e si sia messo - con le sue mani – in una situazione difficile e dalla soluzione complicata, oltre che dall’esito incerto, con un continuo crescere delle difficoltà, per lui, negli ultimi giorni di fronte all’ipotesi realistica di un accordo M5S-Pd. Il cambio di strategia di Salvini, dal grido ‘al voto, al voto!’ e le relative ‘concessioni’ – concessioni per ora solo ventilate solo sul piano teorico, non su quello pratico - a Di Maio (rifare un governo insieme, candidare Di Maio a premier, cambiare una serie di ministri, spedire Conte in Europa) hanno avuto, come diretta conseguenza, solo porte sbattute in faccia, e sbattute con giubilo, da parte degli ex alleati pentastellati, o addirittura tentativi ad alzare la posta, mettendo per sempre all’angolo Salvini. Il quale a questo punto sembrerebbe intenzionato a presentare comunque una risoluzione di sfiducia della Lega, a Palazzo Madama, nei confronti del premier e, dunque, ad accettare l’apertura di una crisi formale che, a questo punto, Salvini vivrà al ‘buio’ perché, come è evidente, la data del possibile voto anticipato si allontana sempre di più e soluzioni alternative di governo (specie tutte quelle a lui più non gradite) si avvicinano, invece, a grandi passi, per il suo ‘scuorno’. 

Persino i colonnelli del Carroccio, ormai, si dividono

Gli esponenti del Carroccio, all’esterno, si mostrano uniti nel sostenere le scelte del loro leader, ma ormai allignano divisioni, spaccature, dubbi a voce alta, falchi e colombe. Nel secondo gruppo c’è il sottosegretario al Ministero del Lavoro, Claudio Durigon, che chiede di “far decantare un po' la situazione. Anche perché avevamo lavorato bene per undici mesi” mentre nel primo c’è Roberto Calderoli che, dall'alto della sua esperienza di 27 anni di Parlamento, sentenzia: “Dietrofront? Non vedo margini. Al 70-80% si va a votare”. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, invece, si è iscritto d’imperio al partito degli scettici: “Salvini ha deciso tutto da solo, ma secondo me la crisi la doveva aprire prima” è sbottato già giorni fa. 

Capitan Fracassa prepara l’ennesimo colpo di scena 

Ecco perché il leader starebbe studiando il “colpo di scena” da materializzare in Parlamento, martedì prossimo. Sarebbe l’ennesimo, ‘colpo di scena’, dopo i primi due, finora andati a vuoto: il primo è stato aprire la crisi di governo il giorno delle mozioni sulla Tav, il 7 agosto, cioè troppo tardi per sperare di poter chiudere crisi e consultazioni in pochi giorni: c’era di mezzo Ferragosto e le ferie degli onorevoli, ma anche un Colle che non aveva intenzione di accelerare. Il secondo ‘colpo di scena’, che gli ha comportato di dover incassare, in un colpo solo, la forte irritazione del Quirinale, le contumelie dell’opposizione, furenti per la mossa disperata e gli sfottò dei costituzionalisti dell’intero globo, è stato, il 13 agosto scorso, sempre nell’aula del Senato, proporre di fare “subito” il voto sul taglio del numero dei parlamentari. Il testo è in calendario, alla Camera, per il 22 agosto ed è stato messo lì apposta due giorni dopo il dibattito sulle parole di Conte del 20 agosto perché tutti sanno – tranne, forse, Salvini – che causa il rapporto fiduciario che lega Parlamento e Governo se il premier viene sfiduciato, le Camere non lavorano più fino a nuovo governo o, appunto, fino a nuove elezioni. Senza dire del fatto che, se passasse il taglio dei parlamentari, non si voterebbe più per almeno otto mesi perché, tra tempi tecnici e tempi politici (richiesta ed eventuale indizione di referendum confermativo, ridefinizione dei collegi, etc.), non si potrebbe più precipitare alle urne fino a giugno 2020. Ergo, l’ideona di Salvini semplicemente ‘non si può fare’. Siamo, ora, in attesa della terza, e qualcuno, nel partito di via Bellerio, azzarda ad una proposta di governo di scopo, con tempi e programma certi, a cui potrebbe partecipare anche la Lega. Tutta da verificare, l’ideona, e senza nessuna conferma ufficiale o ufficiosa, ma anche questa poco furba, dati i nuovi rapporti di forza politici che si sono creati, dentro il Parlamento ma anche e persino fuori da esso. Ieri, mentre è atteso in Toscana, la nuova svolta del Capitano: “O governo o voto” ribadisce Salvini in diretta Facebook. 

Il partito del ‘non voto’ si è coalizzato contro Salvini 

Ma, ormai, contro Salvini, da quando ha aperto la crisi, è sceso in campo il “partito del non voto”, un partito divenuto via via più potente e convinto dei propri mezzi. Alla stregua di quella ‘Grande coalizione’ di tutte le potenze che contrastarono e isolarono la Francia di Napoleone Bonaparte fino a creargli contro un vero ‘cordone sanitario’ e, nonostante la genialità del condottiero francese, a vincere, dopo molti anni, la guerra finale contro di lui. Del ‘cordone sanitario’ anti-Salvini fanno parte, come ossatura fondamentale, tutti i renziani del Pd (ovvero la stragrande maggioranza dei parlamentari dem, tranne una piccola minoranza di fedelissimi del segretario Zingaretti) e quasi tutti i 5 SStelle (in pratica la totalità dei gruppi, tranne una piccola frangia che punta alle elezioni, quella di Di Battista, un’altra piccolissima che vuole continuare con la Lega e al netto dei dubbi di Di Maio che teme di dover uscire dal governo in quanto troppo ‘compromesso’ come immagine). Poi vi sono piccoli gruppi collocati a sinistra (LeU, comprendente in questo caso, tutte e tre le sue frange e sfaccettature: Mdp, Sinistra italiana e l’area di Grasso), come al centro (gli ex radicali di +Europa, i centristi alla Casini e alla Tabacci), ma anche nei ‘non luoghi’ della Politica (le anime perse del gruppo Misto, le Autonomie, che al Senato rappresentano le minoranze linguistiche). Ecco, se tutti questi gruppi ne costituiscono la spina dorsale, del ‘partito del non voto’, potrebbe aggiungersi, alla bisogna, forse anche e persino Forza Italia, nel caso la Lega non dia garanzie in chiave di alleanza elettorale: qui, mentre Ghedini e Ronzulli trattano per strappare seggi a Salvini, Gianni Letta e, in subordine, Mara Carfagna, mantengono un canale aperto con Renzi per poter entrare oggi in un governo di legislatura, domani in un suo partito. neo-moderato e centrista che contrasti la Lega ‘dal centro’. 

Il Pd si ricompatta dietro il ‘governo Orsola’ di Prodi 

Certo, i dem si muovono divisi tra renziani in Parlamento (prima il governo istituzionale e ‘dopo’ il voto) e maggioranza di Nicola Zingaretti fuori (prima il voto), e non necessariamente per riuscire a colpire uniti, alla fine, ma la prima posizione resta quella prevalente e anche quella che acquista sempre maggior peso e autorevolezza come dimostra l’intervento di ieri di Romano Prodi che, sul Messaggero, delinea le caratteristiche di una coalizione ‘Orsola’ (dal cognome della nuova commissaria Ue Ursula Von der Layen, votata, a Bruxelles, da Pd-Pse, M5S, liberali, verdi, pezzi di sinistra varia, ma anche PPI-FI). Idea di Prodi che, di fatto, il capogruppo alla Camera del Pd, Graziano Delrio, aveva già anticipato in un’intervista radiofonica, a Radio Capital, del 16 agosto scorso, in cui chiedeva di dar vita a un “patto alla tedesca” tra Pd e M5S, sulla falsariga della grosse koalition che governo, da molti decenni, in Germania, sull’asse Cdu-Spd, con tanto di punti specifici rispetto cui stilare il nuovo ‘contratto di governo’ (cuneo fiscale, salario minimo, ambiente, etc.). 

E a maggior ragione, porta chiarezza, la linea di Prodi, rispetto a una divisione tra due linee e prospettive, dentro il Pd, che si era fatta, al solito, con il passar dei giorni, sempre più confusa e incomprensibile, di difficile e ostica lettura: Matteo Renzi rilancia il Governo istituzionale, finge di volerlo di breve periodo, anti-Iva e per la manovra, quando invece pensa almeno di arrivarci alla fine della legislatura, mentre il segretario dem resta fermo sulla linea ‘Governo di alto respiro (e quindi di legislatura) o elezioni subito’, ma è chiaro che aborre la prima strada e si augura la seconda. Insomma, un vero guazzabuglio di idee, posizioni, tattiche. 

Al solito e alla fine sarà cruciale il ruolo di Mattarella 

In uno scenario così ingarbugliato sarà assolutamente centrale, a partire dal 21 agosto, il ruolo di Mattarella. Il capo dello Stato ha anticipato di due giorni il rientro dalle vacanze (vacanze peraltro già accorciate dalla crisi) per fare il punto della situazione con i suoi collaboratori e avere qualche contatto informale con i protagonisti della crisi. Il suo obiettivo è cominciare a dipanare un po’ la matassa di una situazione politica che assomiglia a una maionese impazzita, con alle porte decisioni cruciali da assumere per il governo: entro il 26 agosto la commissione Ue si attende il nome del commissario italiano a Bruxelles, entro il 27 settembre va presentata la nota di aggiornamento al Def, canovaccio fondamentale per il varo della manovra 2020.

Ovviamente la crisi di governo può giustificare anche agli occhi dell’Europa un leggero slittamento di queste date, ma sarebbe importante capire – dirà il Presidente - che il Paese non può aspettare troppo a lungo le decisioni della politica. Decisioni che intenderebbe conoscere anche il Capo dello Stato, se non nelle prossime ore, almeno nei prossimi giorni. Troppe sono le indiscrezioni, le voci poi smentite e la ridda di ipotesi perché Mattarella, con la sua esperienza, possa affidarsi alla lettura dei giornali e alle dichiarazioni. Il suo intento è ascoltare dalla viva voce dei protagonisti i diversi intendimenti e in base a quelli, oltre che ai fatti istituzionali che verranno compiuti (presentazione o ritiro di mozioni di fiducia o di sfiducia, discorsi alle Camere, etc.) assumere le decisioni che la Costituzione gli detterà. Lo spazio per la discrezionalità è di fatto ridotto al minimo. 

Dunque, il Capo dello Stato attenderà di sapere se Conte si dimette o meno e solo dopo aprirà le consultazioni. A quel punto i partiti dovranno dire se vogliono andare al voto o dare vita a un nuovo governo, con chiarezza, assunzione di responsabilità e senza ulteriori tentennamenti. La linea che, ai suoi occhi, potrebbe avere la maggioranza in Parlamento avrà il via libera del Presidente. Tutte le altre ipotesi sono considerate premature e, per ora, non vengono considerate. Ovviamente, però, se il governo Conte cadesse e i partiti non trovassero alcuna intesa per un nuovo esecutivo, ma chiedessero un governo di garanzia, questo non potrebbe avere nessuno degli attuali inquilini di palazzo Chigi e dei loro dicasteri. Ma la strada è ancora lunga per arrivare a ipotizzare tale passaggio. Di certo c’è che le consultazioni saranno rapide, ma potrebbe non bastare un solo giro.

Il punto fermo del Colle, dunque, è che, fino agli incontri alla Vetrata, per Mattarella le ipotesi di convergenze tra partiti e maggioranze trasversali hanno poco peso. Al Colle i gruppi politici dovranno esprimersi con chiarezza e, dopo averli ascoltati, si apriranno due strade: voto anticipato o provare a verificare se ci siano maggioranze alternative. Nel primo caso il presidente potrebbe fare delle consultazioni lampo di due-tre giorni, per poi sciogliere le Camere e indire le elezioni, a quel punto possibili per il 27 ottobre. Nel secondo non è escluso un secondo giro di ricognizione, e magari anche un mandato esplorativo, ma a chi è ancora da vedere: i contorni della crisi sono ancora da decifrare persino per una figura di esperienza come Mattarella.