Ring Senato, la crisi di governo fa risorgere il centro destra. Il "gol" contestato della presidente Casellati

La presidente del Senato rinvia la decisione all’aula. Polemiche. Il Partito della Provvidenza, o del non voto, dovrebbe contare su 158-159 voti contro i 137 del centrodestra. Forza Italia pronta all'abbraccio totale con la Lega. Ma Gianni Letta frena. E Berlusconi chiede "pari dignità".

Ring Senato, la crisi di governo fa risorgere il centro destra. Il 'gol' contestato della presidente Casellati

Due numeri per raccontare la rissa politica iniziata al Senato ieri pomeriggio e che terminerà, appunto, il 14 o il 20 agosto. Dove “rissa” non è un modo di dire ma l’esatta definizione della dinamica dei fatti. Si tratta del giorno in cui il premier Conte potrà andare in Senato (alla Camera non servirà) a spiegare i motivi di una crisi di governo “decisa a tavolino da Matteo Salvini per capitalizzare l’alto consenso raggiunto in questo anno di governo”. La Lega sta facendo di tutto, letteralmente di tutto, per anticipare i tempi della crisi, portare il premier Conte in aula il 14 e far sciogliere la legislatura intorno al 17-18 agosto dopo veloci ma fallimentari consultazioni davanti al capo dello Stato. Un anticipo reale del timing della crisi di governo che porterebbe il paese “al voto subito” (circa metà ottobre) come vuole Salvini.

Il secondo numero

Il secondo numero è il 20 agosto (o magari anche il 21): questa è invece la data al momento più probabile per le comunicazioni del premier e avviare l’iter della crisi di governo. Una data che farebbe slittare le urne tra fine ottobre e i primi di novembre in una zona di calendario quasi impossibile per andare a votare e che aprirebbe a scenari di governi tecnici, no tax, istituzionali e anche di più largo respiro (obiettivo 2023).
Due date e due schieramenti: quello del voto subito, più o meno l’area del centodestra che sta risorgendo dal binario morto dove l’aveva messa la Lega, e qualche “responsabile” già rassicurato circa il proprio futuro; quello del voto con calma perchè "le priorità del governo ora non è certo il voto ma la tenuta dei conti ed evitare la speculazione". Un accrocchio che tiene insieme Pd, M5s, Misto e Autonomie, che poi era l’altra maggioranza possibile dopo le urne del 4 marzo 2018.

Botte da orbi

Come in tutte le risse ieri al Senato se ne sono date di santa ragione, sgambetti, piccole ritorsioni e furbizie alternate con blandizie, promesse finanche assicurazioni sugli incarichi del prossimo governo (nel centrodestra sarebbero già stati indicati ministri e ministeri). Tra i due schieramenti ma non solo.
Giusto per dare un po’ un’idea del clima, basti dire che Di Maio ha accusato Salvini “di aver tradito milioni di italiani” e Grillo lo ha descritto come “lo sceriffo in fuga dalla città e in corsa a chiedere mezzi all’ex Cavaliere disarcionato (del porco non si butta via niente)”: è il segno che è saltato del tutto quella misura politica che un tempo non faceva mai rompere tra i partiti perchè non si sa mai un domani con chi ti potresti alleare. E infatti Grillo ha, sempre ieri, ha definito Renzi - con cui si potrebbe ritrovare a fare un governo nelle prossime ore - “un avvoltoio di nuova generazione, dedito a nuova specie di sciacallaggio”. Carlo Calenda, europarlamentare Pd, ha illustrato per tutto il giorno la “scissione già in atto nel Partito democratico dove uno ha i gruppi parlamentari e un altro il partito”. Nel mirino soprattutto la presidente del Senato nei cui confronti le parole più gettonate sono “spettacolo indegno a cui Casellati non doveva prestarsi”. Detta della seconda carica dello Stato, non è rassicurante circa i clima generale.

"L’arbitro che va in gol"

La rissa scoppia ieri mattina al Senato dove la Presidente Casellati aveva convocato, nel pomeriggio, la riunione dei capigruppo per decidere appunto l’ordine dei lavori in aula. Il Regolamento stabilisce che per modificare il calendario dei lavori occorre l’unanimità dei gruppi. Altrimenti la decisione sarà presa dall’aula. La prassi però fa sì che se il Parlamento è chiuso, la votazione spetta alla Capigruppo con la regola del “peso ponderato”, cioè il capogruppo pesa tanto quanto il suo gruppo. Bene, ieri mattina la presidente ha fatto un comunicato per annunciare che “senza unanimità, convocherà l’aula per il voto”. Pd, 5 Stelle, Leu, il Misto, l’hanno giudicata una “grave forzatura” e hanno diffidato la Presidente dal “trasformarsi in un arbitro che va in gol”. Nella riunione del pomeriggio sono volati gli stracci. Indiscrezioni hanno raccontato che quando Andrea Marcucci (Pd) ha fatto presente alla Presidente che “non poteva convocare l’aula in 24 ore”, che “è agosto, il Parlamento è chiuso e il Pd ha senatori che devono arrivare dall’Australia”, la senatrice Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia, avrebbe candidamente replicato: “Noi li abbiamo avvisati venerdì…”. Se può verosimile che la presidente Casellati si è consultata con il suo gruppo politico (Forza Italia) dando in qualche modo un vantaggio, è pur vero che la convocazione dell’aula rispetta il regolamento. Dunque, bastava leggerlo.

Il partito della Provvidenza

Sulla crisi di governo sarà tutto un po’ più chiaro entro stasera: timing, date, evoluzioni. Nella lite furibonda, brilla per fortuna e per ora, un solo comune denominatore: “Ci fidiamo totalmente delle scelte che farà il Capo dello Stato” dicono tutti gli schieramenti. Nonostante il rinvio all’aula, sempre imprevedibile quando i voti sono così ravvicinati, dovrebbe comunque avere la maggioranza il “partito della Provvidenza” come è stata chiamata la coalizione che va dal Pd ai 5 Stelle passando per Misto (Leu e fuoriusciti dei 5 Stelle) e Autonomie dove siedono il socialista Riccardo Nencini e Emma Bonino (+ Europa). I bloc notes sono pieni di simulazioni di voti. Sulla carta (calcoli di Loredana De Petris, Leu) la coalizione di centrodestra dovrebbe fermarsi tra i 135 e i 137 voti mentre “Il Partito della Provvidenza” dovrebbe essere intorno ai 158-159 voti. L’appuntamento è oggi alle 18.

Il miracolo del centrodestra

Se il Pd è alle prese con una nuova potenziale scissione (guidata da Renzi ma ieri smentita dal capogruppo Marcucci), il centrodestra è protagonista in queste ore di una inaspettata rinascita nella tradizionale forma a tre Lega-ForzaItalia e Fratelli d’Italia. Anche i voti di Forza Italia (62 senatori) sono decisivi per chiudere subito la legislatura (oltre ai 58 della Lega e i 18 di Fratelli d’Italia più una ventina di responsabili che il favorito non fatica mai a trovare). Ma nulla, si sa, torna come prima. In questo caso poi Salvini ha ridotto l’alleato ad una scatola mezza vuota (dieci giorni fa s’è portato via anche Toti) ed il potere contrattuale di Berlusconi, che sta trattando direttamente con Salvini, non potrà mai essere quello di un tempo. Attenzione però: se Salvini vuole andare al voto subito, ha necessità dei voti di Forza Italia al sud. Il Cavaliere lo sa e infatti sta alzando il prezzo: “Pari dignità e nessun veto alla mia candidatura” (come era successo a marzo 2018). In un primo tempo sembrava che il segretario della Lega avesse vincolato la trattativa all’esito del voto. Il pressing interno lo avrebbe anticipato a stamani. Difficile però che Salvini possa riconoscere pari dignità agli azzurri.

Rischio scissione: il ritorno di Gianni Letta

Ed è chiaro a tutti che questa nuova alleanza sarebbe una dolce e dignitosa morte di Forza Italia che finirebbe con l’essere assorbita dalla Lega. E dalla Lega con una netta impronta sovranista e molto meno liberal di un tempo. Tutta un’altra cosa rispetto a Bossi. Non è un caso che ieri pomeriggio, nel vertice convocato a palazzo Grazioli (anche Berlusconi ha interrotto le vacanze) sia tornato e con pieni poteri Gianni Letta, il Richelieu di tante battaglie e passaggi critici. Il quale vede con sospetto l’abbraccio totale con la Lega di Salvini a trazione sovranista e nazionalista. Nulla a che vedere con la storia moderata, liberale e fortemente europeista (per quanto critica con Bruxelles) di Forza Italia. Il partito del nord - Gelmini, Ronzulli, Ghedini, la stessa Bernini - guarda a Salvini. Il quale avrebbe già dato alcune rassicurazioni: Casellati, ad esempio, sarebbe il ministro della Giustizia del governo Salvini. Quello del sud - Mara Carfagna ma anche Tajani - sono più resistenti. Ecco che allora stasera al Senato toccherà vedere se e quanti sono gli assenti tra i banchi di Forza Italia. Si parla di circa 25 senatori, 25 voti congelati in attesa di vedere come evolve la situazione al Quirinale e nel partito della Provvidenza. Perchè può darsi che questo nucleo ritenga più giusto in questo momento votare per una legislatura di riforma e di messa in sicurezza dei conti anziché tentare l’avventura sovranista.

Fase 1 e Fase 2

Stamani Salvini potrebbe decidere le dimissioni in blocco dei suoi ministri: per fare pressioni sulla data dello scioglimento ed evitare il ridicolo di un governo che ha chiesto e vota la sfiducia a se stesso. Con il voto - il 14 o il 20/21 - si chiude la Fase 1 della crisi e inizia la Fase 2, quando la partita si trasferirà al Colle. Dove il Presidente della Repubblica avrà “quattro carte” da giocare. La prima è il governo elettorale, un esecutivo che, anche senza fiducia, resta in carica per gli affari correnti e traghetta il Paese al voto (anche per evitare un candidato premier alla guida della macchina del voto, il Viminale). La seconda carta è il governo “no-tax”, un esecutivo che resti in carica fino a febbraio 2020 e possa fare la manovra di bilancio evitando aumento dell’Iva ed esercizio provvisorio. La terza carta è un governo istituzionale, che possa arrivare fino a maggio 2020, fare la manovra ma anche la riforma costituzionale del taglio dei parlamenti (lo vogliono i 5 Stelle) e anche, perchè a quel punto necessaria, la modifica della legge elettorale. Infine la quarta carta: un governo in grado di rifondare il Paese e di “messa in sicurezza della democrazia”. Un governo che duri almeno fino al 2022 quando il Parlamento dovrà eleggere il successore di Mattarella. Una decisione difficile.