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La crescita torna sotto lo zero e complica la manovra. La maggioranza attacca la Ue e porta Le Pen a Pontida

Gli attacchi al commissario Gentiloni e la provocazione di Salvini che domenica prossima porta la leader della destra francese alla festa della Lega, sembrano gli alibi perfetti su cui scaricare la responsabilità di leggi di bilancio che non potranno soddisfare le promesse della destra al governo

Claudia Fusanidi Claudia Fusani     
Foto Ansa
Foto Ansa

L’Europa rivede al ribasso le stime della crescita italiana. E il governo italiano torna ad attaccare l’Europa e il suo commissario Paolo Gentiloni. I due fatti hanno una coincidenza temporale. Probabilmente anche fattuale. La sensazione è che il secondo sia conseguenza del primo. Un modo cioè per costruire un alibi alle difficoltà nel trovare le risorse per scrivere la legge di bilancio. Sicuramente è l’avvio dell’inizio della campagna elettorale per le Europee. Nonostante i vertici di maggioranza e le rassicurazioni, richieste dalla premier Giorgia Meloni, di marciare compatti e uniti e rinviare alla prossima primavera le schermaglie per le elezioni del prossimo giugno.

La previsione

Il pil torna quindi allo zero virgola e rosicchia spazi per i prossimi interventi di politica economica. I numeri messi nero su bianco dalla Commissione europea nelle nuove previsioni non sono una grande sorpresa per il governo, ma rappresentano l'ennesima conferma, tradotta in cifre, di come la manovra per il 2024 debba necessariamente fare i conti con un quadro economico in peggioramento e quindi con margini stretti, probabilmente strettissimi. Le percentuali che il Mef inserirà nella Nadef tra un paio di settimane sono ancora in fase di definizione. Non è detto che coincidano con lo 0,9% stimato da Bruxelles per quest'anno (in realtà poco lontano dall'1% previsto nel  Def di aprile) e nemmeno con lo 0,8% per l'anno prossimo (in questo caso molto più distanti dell'1,5% di crescita indicato in primavera dal governo).

Sembra però sempre più scontato che il governo debba tenere conto del rallentamento in atto in Europa, in particolare di quello ormai certificato in Germania, legata a doppio filo con il mondo produttivo italiano. Gli effetti a cascata sulla nostra economia si vedranno quindi anche nelle tabelle, ma al di là del numero esatto su cui si fermeranno le asticelle del Pil, del deficit e del debito sarà inevitabile che la cautela messa in atto già con la legge di bilancio di quest'anno ispiri anche quella del prossimo. La linea sarà quella della prudenza e della responsabilità più volte invocate pubblicamente, e spiegate anche privatamente ai colleghi di governo, dal ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti. Niente misure propagandistiche dunque, niente interventi spot, ma poche priorità essenziali che aiutino le famiglie e allo stesso tempo favoriscano il lavoro e la crescita. Addio, soprattutto, alla narrazione che “la prima legge di bilancio del governo Meloni fu ereditata da Draghi e che quelle a seguire saranno le prime del governo di destra”. Come minimo bisognerà aspettare il 2026 per vedere realizzata qualcuna delle misure promesse dalla destra, dal fisco alle pensioni.

Con il ritorno alle regole di bilancio europee, per quanto revisionate, ritornerà infatti anche la necessità di rispettare i parametri di finanza pubblica. E un'ondata di realismo comincia ora a farsi strada non solo tra le fila del governo, ma anche tra quelle della maggioranza che, non senza qualche preoccupazione, si sta vedendo sempre più costretta a ridimensionare le proprie aspettative.

Si riducono gli spazi per la manovra

Nell'opposizione il quadro è invece già chiaro da tempo. A prevalere sono le voci più pessimiste, come quella di Luigi Marattin. Secondo l'esponente di Italia viva “la manovra di quest'anno già molto complicata per la mancanza di almeno 18-20 miliardi (30 stimati, dieci disponibili, ndr) diventerà quasi impossibile”. Il governo, infatti, non potrà utilizzare neanche quei uno-due decimali di deficit (ogni decimale vale due miliardi, ndr) su cui contava. Si ridurrebbe insomma anche la base di partenza per la priorità assoluta indicata finora, ovvero la conferma del taglio del cuneo fiscale. 
Un margine potrebbe però darlo la nuova global minimum tax di almeno il 15% sulle multinazionali. Come emerso nei giorni scorsi, il governo ha dato il via alla consultazione pubblica dello schema di decreto legislativo che porterà all'entrata in vigore della nuova tassa a partire dal primo gennaio. Una possibile boccata d'ossigeno proprio per la manovra. Altre risorse potrebbero saltare fuori dalla spending review - ma i ministeri non collaborano - e dalla revisione delle tax expenditures, la giungla di  sgravi fiscali che ammontano a circa 130 miliardi di mancati incassi per lo Stato e difese con le unghie e con i denti dai vari settori beneficiati.

Gentiloni si chiama fuori

Non va meglio agli altri Paesi dell'eurozona. In Germania si prevede una recessione nel 2023 a livello annuo dello 0,4% (le stime di maggio prevedevano una espansione dello 0,2%). “In Italia, la crescita nel secondo trimestre ha sorpreso al ribasso con una contrazione dello 0,4%, trainata dal calo della domanda interna” e dalle difficoltà dell'industria, il rallentamento della crescita “non è particolarmente italiano ma coinvolge diversi paesi e ho fiducia che l’economia italiana come ha mostrato in tanti occasioni possa reagire in modo positivo” ha detto il commissario europeo per gli affari economici Paolo Gentiloni. Che poi si è tirato fuori, con un certa amarezza, dalle tensioni sul dossier Ita, sulla nomina dell’ex ministro Franco alla Bei e dalle critiche provenienti dal governo nei giorni scorsi. “Non partecipo a polemiche che danneggiano l’Italia” ha sottolineato con grande amarezza e molte allusioni.

Troppi i fronti aperti con la Ue

La partita tra Roma e Bruxelles, e le conseguenti tensioni, si giocano a questo punto su molti fronti: Pnrr (ieri c’è stato il via libera alla terza rata, quella richiesta il 31 dicembre scorso, che dovrebbe quindi essere pagata entro ottobre; grave ritardo ancora sulla quarta nonostante le rassicurazioni del governo); nuove regole del patto di Stabilità che investono direttamente la mole del nostro debito; infine il Mes. Giusto ieri Bruxelles ha ricordato al governo italiano che siamo l’unico paese a non averlo ancora ratificato.

Tante partite, come si vede, per cui converrebbe avere un atteggiamento collaborativo con la Commissione. Quello che adotta, e non da oggi, il ministro Giorgetti che però balla sempre più da solo nella squadra di governo.    
“Noi abbiamo il dovere di non litigare e non dividerci, di andare avanti per cinque anni. Non c’è alcuna possibilità di litigio” assicurava anche ieri il leader della Lega.

E però proprio Salvini che ha dato fuoco alle polveri attaccando, mercoledì scorso, il commissario Gentiloni. Un attacco a freddo e inatteso.  “Sembra che l’Italia non abbia neppure un commissario in Europa…” disse mercoledì della scorsa settimana a proposito del Pnrr, delle richieste italiane, al momento inascoltate, di togliere dal debito le spese per la messa in sicurezza dei territori e quelle per le guerra.

Gli alibi

Il giorno dopo la premier Meloni ha confermato il richiamo a Gentilon. E lo ha rilanciato nella conferenza stampa finale del G20, domenica, quando ha accusato Bruxelles di rallentare l’acquisizione di Ita da parte di Lufthansa. “La pratica è in stallo e proprio da parte di chi per anni ci ha chiesto di trovare una soluzione al problema Ita”  ha detto la premier che ha puntato il dito anche sulla nomina dell’ex ministro Franco nel board della Bei. Un altro dossier in stallo, frenato, è il sospetto,  “da chi, altri commissari o anche funzionari che sanno tutelare i propri interessi nazionali”. Un altro siluro a Gentiloni. Il leader della Lega agisce da solo o in accordo con Meloni?

In questo quadro, Salvini c’infila la campagna elettorale, Pontida e Marine Le Pen, la leader della destra identitaria francese di cui la Lega è alleata nel gruppo europeo Identità e Libertà. La presenza di Le Pen alla festa della Lega annunciata con tanto di spot via social è un dito nell’occhio per Forza Italia. E per i Fratelli. Tajani ha già detto più volte: “Nella nostra famiglia, quella dei Popolari europei, non c’è posto per gli estremisti”.  Ma Salvini insiste: “I Conservatori europei (la famiglia di Meloni che sta tentando l’accordo con i Popolari facendo fuori le estremità a destra e a sinistra, ndr) devono stare con noi, tutte le destre unite”. Il leader della Lega si sta portando a spasso gli alleati. Ma gli accordi, anche con Meloni, non erano questi.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani     
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