[Il retroscena] Ecco cosa è cambiato per il centrodestra: primarie e tre gambe. Salvini potrebbe staccare la spina

I rapporti fra Lega e MoVimento Cinque Stelle sono al minimo storico ed è altrettanto chiaro che, questa volta, la crisi di governo potrebbe arrivare sul serio

Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Ansa)
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Ansa)

E’ chiaro che – dopo Verona, dopo il week-end, dopo i dati sulla crescita zero e dopo gli scontri dialettici fra Conte, Salvini, Spadafora, Fontana e Di Maio - i rapporti fra Lega e MoVimento Cinque Stelle sono al minimo storico ed è altrettanto chiaro che, questa volta, la crisi di governo potrebbe arrivare sul serio.

Anche Salvini, che nella Lega aveva sempre difeso la maggioranza gialloverde, contro tutti e contro tutto, ha iniziato ad ascoltare la “pancia” del suo partito – soprattutto al Nord – e per la prima volta sta seriamente riflettendo sull’opportunità di staccare la spina all’esecutivo. Poi, certo, occorrerà vedere quando e come, in modo da non poter essere accusato di giocare allo sfascio, ma la partita ora è già sul “dopo”. Non più sul “se”.

Il dopo

E per quanto riguarda il “dopo”, la partita decisiva è quella delle alleanze. Che, giocoforza, non potranno più essere quella con i Cinquestelle, percepita dal ventre molle leghista come necessitata, ma comunque innaturale, ma probabilmente nemmeno quella con Berlusconi, troppo distinto e distante dal Carroccio oggi.

La convention

La convention azzurra di Roma ha dimostrato che, in questo momento, le alleanze locali tengono molto bene (e in questo senso la designazione dell’eurodeputato totiano di Forza Italia Alberto Cirio come candidato presidente della coalizione in Piemonte rafforza il senso del centrodestra unito, dopo il filotto di vittorie in Abruzzo con Marco Marsilio, in Sardegna con Christian Solinas e in Basilicata con Vito Bardi), ma ha anche dimostrato che oggi azzurri e Lega parlano una lingua troppo diversa per essere seriamente alleati a livello romano, a partire dagli apparentamenti con le famiglie europee e dalle diverse posizioni nei confronti dell’attuale Europa.

E qui scatta il “piano B” di Salvini: organizzare un centrodestra unito sì, ma senza Berlusconi e senza quella parte di Forza Italia che si sta segnalando in chiave antileghista.

Gli "sgraditi"

C’è anche una lista già pronta degli esponenti sgraditi: dal portavoce dei gruppi parlamentari Giorgio Mulè, al primo posto della lista degli indesiderati dal Carroccio, al tandem siciliano Gianfranco Miccichè-Stefania Prestigiacomo, dalla vicepresidente della Camera Mara Carfagna alla capogruppo a Montecitorio Maria Stella Gelmini. E ad Antonio Tajani, che pure è solito evitare sgradevolezze semantiche e polemiche troppo forti nei confronti di chiunque, viene rimproverato un eccesso di europeismo, ma è considerato fra i “recuperabili”.

Detto, montalianamente, chi non sono e chi non vogliono, vale la pena invece di dire chi potrebbe esserci nella prossima maggioranza con il Carroccio, autosufficiente e senza bisogno di transfughi, di pentastellati e di berlusconiani doc.

Chi ci sarà

Certamente, ci sarà Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia e con le alleanze costruite nel frattempo, ad esempio con il patto con Raffaele Fitto che ha portato il partito della Meloni all’interno dell’eurogruppo ECR dei conservatori inglesi, che – se mai ci sarà la Brexit – vedrà il peso degli italiani crescere esponenzialmente.

E certamente ci sarà il “partito dei governatori”, quegli esponenti che hanno un proprio fortissimo radicamento e anche liste civiche o storiche ad appoggiarli e la cui forza prescinde dalla semplice sommatoria dei voti tradizionali del centrodestra.

Penso a Christian Solinas in Sardegna, che con il suo Partito Sardo d’Azione rafforzato dal brand “Solinas presidente” ha preso quasi il dieci per cento dei voti da solo e sta dimostrando tutta la propria forza anche al di là dei partiti pure nelle trattative per la formazione della giunta regionale.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio (Ansa)

Penso a Nello Musumeci in Sicilia e alla sua “#diventerà bellissima”, partito siciliano ispirato ai "valori cristiani e sociali della civiltà europea e mediterranea”, che prende il nome dalle parole di Paolo Borsellino che per Musumeci e la destra siciliana è sempre stato il faro illuminante.

Penso, ovviamente, a Giovanni Toti, che con Musumeci ha stretto un accordo politico che può essere laboratorio di tutto questo discorso e che nel week-end ha praticamente rotto in modo definitivo con Berlusconi e l’attuale Forza Italia. Riassumo brevemente: il Cav, facendo esplicito riferimento al governatore ligure, ha detto che “La mia pazienza è finita” e Toti gli ha risposto che ad essere finita è “la pazienza degli elettori”. Difficile pensare a ritorni di fiamma.

E, esattamente come Solinas e Musumeci, anche Toti si sta organizzando una lista civica locale: “Vince Liguria”, modellata sulle esperienze vincenti su tutto il territorio regionale e contraddistinta dal colore arancione.

Il programma

C’è anche una bozza di programma enunciato in sole tre parole dal governatore ligure, versione ammodernata della hit di Valeria Rossi “Sole, cuore, amore”: “Ci sono tre parole assenti dal panorama attuale: impegno, merito e competenza. Presto dovremo incontrarci per cominciare a costruire una “nuova frontiera” della politica italiana. Per riportare il nostro Paese in vetta. Sono certo che lo pensano in molti…”.

Tre parole poi rinforzate da Toti con altre sette: “Per un’Italia nuova io ci sono”.

Insomma, tutti questi sono pronti a lavorare con Salvini per costruire una maggioranza autosufficiente. E, se Solinas ha già una solida alleanza con la Lega del cui gruppo è senatore grazie a un patto federativo fra il Carroccio e il Partito Sardo d’Azione, che sommano addirittura i propri due nomi nel nome del gruppo leghista di Palazzo Madama, non è nemmeno detto che Musumeci e Toti facciano una lista unica con Fratelli d’Italia.

Se il nuovo partito della Meloni sarà sbilanciato a destra, allora Toti e con ogni probabilità anche Musumeci si dedicheranno al versante centrista, dove la crisi di Forza Italia apre praterie elettorali, “mentre – ragionano – la destra è già molto presidiata dallo stesso Salvini”.

Se, invece, Giorgia accetterà un cambio della ragione sociale del suo partito, a partire dallo spegnimento della Fiamma nel simbolo e dall’ammorbidimento di toni troppo forti di alcuni suoi esponenti di provenienza missina, ma non necessariamente – basti pensare che i due più scatenati, ultimamente, sono Daniela Santanchè e l’eurodeputato Stefano Maullu, che vengono da Forza Italia e non da An o dal Msi – allora il soggetto potrà essere comune.

Ma, comunque, che si tratti di due o tre gambe del “nuovo centrodestra” – rigorosamente non in senso alfaniano e con le minuscole – tutto è pronto.

Le primarie

Così come è pronta la richiesta di primarie, segno anche fisico – con i banchetti, le schede, le code e il popolo – della rottura con i meccanismi della cooptazione e del Capo che decide per tutti, scegliendo chi va a Roma sulla base della (presunta) maggiore fedeltà all’ortodossia.

Ecco, il nuovo governo verde – senza gialli, ma anche senza azzurri – ma ricco di arancioni, nascerà proprio sulla base di queste primarie. Ma, attenzione, questo non è un articolo di colore.