[Il commento] L’atto di accusa di Bonafede al Parlamento: "La corruzione è ovunque"

L’esordio “politico” del Guardasigilli scatena la reazione del Parlamento durante la presentazione della Relazione sulla giustizia. Pd e Fi: “Si vergogni, non può fare accuse così generalizzate”. Ma lui insiste: “Dietro ogni crollo c’è una mazzetta”. La controaccusa di Tabacci: “Il suo è un discorso con tratti evidenti eversione costituzionale”

[Il commento] L’atto di accusa di Bonafede al Parlamento: 'La corruzione è ovunque'

Un esordio col botto. Cercato o capitato non è dato sapere. Certo non s’era mai visto né sentito un ministro della Giustizia che si presenta in Parlamento e certifica ai colleghi parlamentari che “c’è una mazzetta dietro ogni crollo di ospedale o di una scuola” e che la corruzione in Italia “non c’è bisogno di spiegarla con i numeri perchè si vede a occhio nudo”. Poi, volendo spiegarsi meglio, aggiunge: “La fragilità delle infrastrutture italiane è dovuta anche al fatto che un sistema corruttivo strutturato ha incidenza sulla fragilità delle opere pubbliche. Su questo non ci sono dubbi”. E i giovani vanno via “perché considerato il proprio paese corrotto”.

Una generalizzazione pesante, sbagliata, toni da comizio elettorale o diretta Facebook che offendono il Parlamento. E quindi il paese che questo Parlamento ha votato.  Al di là dei punti di vista, toni certamente non consoni per la “Relazione annuale sullo stato della giustizia” che dovrebbe essere il momento istituzionale in cui il Guardasigilli spiega al Parlamento quali sono le linee che cercherà di portare avanti per una giustizia migliore.  Un momento quindi di costruzione istituzionale, con analisi e ricette. E non di distruzione un tanto al chilo. Con molta analisi e poche soluzioni.  Può darsi che il “cambiamento” a 5 Stelle passi anche dalle accuse indiscriminate, un po’ come quando l’ex giudice del pool Mani Pulite, poi presidente dell’Anm e ora membro togato del Csm Pier Camillo Davigo – cui certamente il ministro Bonafede ispira la sua azione politica – diceva che “i politici non hanno smesso di rubare ma hanno solo smesso di vergognarsi”. Davigo fu costretto a spiegare meglio, circoscrivere e quindi correggere, la sua affermazione. Ieri l’aula è stata interrotta ben due volte per le proteste dei deputati (“buffone” “dimissioni”), Bonafede ha precisato che si trattava della sua “opinione personale ”, il presidente Fico lo ha giustificato perché “non posso certo censurare le opinioni personali”. Sta di fatto che gli applausi più vigorosi e amari della giornata sono scattati quanto un senior del Parlamento come Bruno Tabacci (+Europa) ha detto a Bonafede: “Nel suo discorso c’erano tratti evidenti di eversione costituzionale. Un discorso che non ha fatto onore al Parlamento e da cui non promana né disciplina né onore”.  Evidente l’imbarazzo nei banchi della Lega tra chi scrollava la testa e chi si metteva le mani nei capelli. “Ministro lei ha offeso ottomila sindaci italiani, questo è molto pericoloso” ha rincarato la dose Osvaldo Napoli (Fi).

L’ennesimo acuto del governo

Difficile dire se anche questo acuto del governo giallo verde rientri nello schema ormai assodato, e pericoloso, della sfida e dell’azzardo continuo per cercare di strappare dividendi di consenso politico. Resta il fatto che se Salvini aveva intonato il suo acuto nella mattinata, Bonafede lo ha fatto nel tardo pomeriggio. E se il ministro della Giustizia non commenta le scene dei pullman che portano via gruppi di immigrati dai Centri dove hanno vissuto per due, tre anni strappando consuetudini e speranze, Salvini fa altrettanto sulle accuse generalizzate di corruzione. Ma i suoi alla Camera ringhiano: “Una follia”.

Un merito Bonafede ce l’ha: ha reso più colorito un rito un po’ stanco e noioso come la Relazione sullo stato della giustizia, una montagna di parole che poi vanno sempre a sbattere contro il muro dell’inefficienza e dei ritardi e della scarsa certezza della pena che penalizza il Paese fino a ridurne la ricchezza di quasi un punto di Pil.

La corruzione come premessa  

L’accusa di corruzione generalizzata, “ambientale” come si diceva per l’appunto trent’anni fa,  è la premessa di tutta la Relazione. “In ambito Ocse l’Italia è il Paese con il più alto tasso di corruzione percepita” ha spiegato il ministro, “siamo al 90%, dati Euripses, e questo rischia di provocare conseguenze concrete sull’economia nazionale in termini di fiducia nelle istituzioni e nei mercati”. Nelle classifiche di Transparency International siamo al 69° posto e “l’85% degli italiani è convinto che istituzioni e politici abbiano a che fare con la corruzione”. Dunque, una “convinzione” diventa realtà tanto da impostare su questo tutta l’azione del ministero. La corruzione è un problema serissimo per l’Italia. Non si capisce, allora e però, come il governo possa cancellare con un tratto di penna - o poco ci manca - il Codice degli appalti che della corruzione è certamente il nemico più efficace.

“Distruggere le mazzette”

Se questo è il problema - e lo è veramente - allora ecco spiegata la grande fatica degli ultimi setti mesi in via Arenula: la legge anticorruzione detta “spazzacorrotti”, una legge che “distrugge le mazzette”. Anche la scelta del lessico è importate “per far vedere che un’epoca è finita e ne iniziamo un’altra” ha chiosato Bonafede.

Se la corruzione è il primo problema, il secondo è l’inefficienza della giustizia. “Costosa, lenta e incapace di garantire la tutela dei cittadini” ha detto il ministro citando il Rapporto Censis 2018, “sette italiani su dieci non si sentono tutelati e un terzo della popolazione adulta (30,7%), cioè 15,6 milioni di persone negli ultimi due anni ha rinunciato ad intraprendere un’azione giudiziaria volta a far valere un proprio diritto”. Una situazione “drammatica” secondo il ministro.

In aumento i processi prescritti

Che però i numeri fotografano in miglioramento, merito forse delle riforme del passato: -3,1% i processi pendenti nel civile (da tre milioni e 572.870 di fine 2017 a 3.460.764 di dicembre 2018); in calo anche la cifra sul penale (non resa ieri nota in aula) di cui invece il ministro pubblicizza il dato della prescrizione che è in aumento (da 8,7 nel 2016 a 9,4% nel 2017). Più che sufficiente per giustificare la tanta contestata riforma della prescrizione (si congela dopo la sentenza di primo grado) in assenza di una vera riforma del processo penale. A cui, per quanto promessa entro il 2019 per far decorrere la nuova prescrizione da gennaio 2020, il ministro dedica un accenno quasi distratto. Cosa che fa infuriare le opposizioni. Ma anche la Lega.   

“Rifome, riforme…”

Fatta la diagnosi, ecco la cura: 600 magistrati in più nel triennio oltre la pianta organica; 3000 assunzioni di personale amministrativo (da novembre?) e 1000 agenti di polizia penitenziaria solo nel 2019. E poi la parola magica, per tutti i governi di ogni colore: “Riforme”. Ogni governo ne ha impostata una. E siamo sempre qua. Il ministro promette, “entro metà febbraio”, quella del rito civile “con meccanismi semplificatori. Scarsi i riferimenti alla riforma del processo penale che langue tanto quanto il civile ma che è stata promessa entro l’anno ai tempi dell’approvazione, subita dalla Lega, dello spazzacorrotti.

La protesta delle vittime 

Domani in Cassazione ci sarà la solenne cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Chissà cosa dirà il Guardasigilli. Se rinnoverà il suo j’accuse. Sarà l’esordio per il governo giallo verde. Per il premier Conte e il ministro Bonafede. Eccezionalmente è prevista la presenza dei vari comitati delle vittime dei processi per strage che hanno appoggiato negli anni le promesse dei 5 Stelle in tea di giustizia. Molti rischiano la prescrizione. Per la prima volta saranno le vittime a protestare.