Conti pubblici: l'Italia verso il rinvio della procedura d'infrazione. Ma a settembre non ci sarà più scampo

Il ministro Tria è volato a Osaka con il premier Conte per aver il tempo di limare fino all’ultimo secondo utile le correzioni di entrate e uscite che consentono di mettere in regola il 2019. Continua il pressing su Salvini, i leghisti vogliono andare a votare e contano gli sgarbi subiti. Sta per chiudersi la “finestra” del 20 luglio

Il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria
Il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria

La trama della Sea Watch 3, dalla sua giovane capitana coraggiosa Carola, dei 42 passeggeri, e del ministro bullo che continua a mostrare i muscoli, è perfetta per distrarre l’attenzione dall’unica vera trama che conta in queste ore, quella sui nostri conti pubblici e sulla procedura di infrazione per eccesso di debito. Forse è meglio perché magari, parlando di migranti, Salvini e Di Maio evitano di inseguirsi a vicenda tra minibot e salario minino, flat tax e autonomie regionali, di boicottare la trattativa di Conte e Tria e di alimentare lo scetticismo di Bruxelles. Al momento, se non vengono commessi errori e strappi nelle prossime ore, si può dire – incrociando fonti di Bruxelles, fonti del Mef e di maggioranza – che l’Italia dovrebbe riuscire a passare indenne la scadenza del 9 luglio e rinviare all’ autunno il nuovo tagliando. Tradotto, significa che i soldi derivanti da maggiori entrate e minori spese per correggere i conti pubblici del 2019 sono reali e definiti “compliant”, compatibili rispetto alle regole europee. E che la partita viene spostata in avanti, in autunno appunto, quando il governo giallo verde dovrà convincere la nuova Commissione circa la volontà di rispettare le stesse regole anche nella manovra del 2020. Di aver trovato, cioè, le risorse per sterilizzare la clausole dell’Iva (23 miliardi), finanziare il Fondo per Reddito e Quota 100 (6-7 miliardi) e fare lo shock fiscale (10 miliardi) senza sfondare la soglia del 3% e fare ulteriore debito.

Missione Osaka

Il premier Conte e il ministro economico Giovanni Tria sono partiti ieri sera per Osaka, in Giappone, dove fino a sabato i leader del G20 incroceranno le rispettive agende economiche. A margine il nostro ambasciatori incontrerà i ministri finanziari europei, il presidente Juncker e il commissario Moscovici a cui presenteranno la “proposta informale” dell’Italia per scongiurare in extremis l’avvio della procedura. Da un paio di giorni il ministro Tria ripete con convinzione che “i saldi sono diversi da quelli computati da Bruxelles”, che il deficit reale sarà tra il 2,1 e il 2,2 per cento e che dunque “non ci sarà alcun motivo per estrarre il cartellino rosso sui nostri conti pubblici”. Non è una novità. E i numeri sembrano essere convincenti: 3 miliardi sono stati risparmiati dalle due misure antipovertà (Reddito e Quota 100); 3-4 miliardi arrivano dall’extragettito nato dalla fatturazione elettronica; 800 milioni arrivano dal dividendo Cassa depositi e prestiti e un altro miliardo dall’extradividendo che il Tesoro incassa da Banca d’Italia. Il totale fa quei 9 miliardi (lo 0,5%) che Bruxelles ci ha chiesto per correggere l’eccesso di debito del 2018 e del 2019 e che devono portare il deficit del 2019 al 2,1-2,2 fissato anche da Bruxelles. A differenza di qualche giorno fa, oggi Tria ripete questa conta, senza soffermarsi sul dettaglio, con il tono sicuro di chi sa che dall’altra parte, l’esaminatore la pensa oramai come lui. Ma ancora non si può dire. Nè ufficializzare. Come già era successo a dicembre 2018, Conte e Tria si sono immersi nei loro contatti per condurre in porto una trattativa degna di questo nome: riservata e discreta.

Il rinvio, mossa contro l’infrazione

E così se martedì notte si è temuto, una volta di più, il peggio per via dei soliti veti tra Lega e 5 Stelle (sui dossier Autonomie e Autostrade) e ieri mattina il rinvio dell’approvazione in cdm della Nota di assestamento ha fatto pensare che tutto stesse precipitando, la verità è che il rinvio è stata una sorta di “mossa anti infrazione”. E non una piccola vendetta di Salvini su Di Maio che la sera prima aveva osato ribellarsi due volte: dicendo No alla legge sulle Autonomie (complice Conte che ha calato l’asso di un parere giuridico che ha bocciato le Autonomie come anticostituzionali e insostenibile per i conti pubblici) e chiedendo la revoca delle concessioni ad Autostrade. Magari c’è anche questo visto che Di Maio è terrorizzato dall’idea di andare al voto. Ma soprattutto il rinvio a lunedì, in piena zona Cesarini, dell’Assestamento, cioè il documento che dimostra nero su bianco perchè i nostri conti sono migliori di quello che dice Bruxelles, è un modo per lasciare aperta fino all’ultimo minuto la partita del giudizio sui nostri conti pubblici. Da qui a lunedì possono arrivare limature e interventi ad hoc suggeriti dai vertici di Osaka o dai bilaterali con Juncker e Moscovici. Il rinvio, spiegato dall’Italia, è stato un atto di cortesia e di rispetto per gli interlocutori della trattativa. Segno che la trattativa non solo va avanti ma è anche a un buon punto. A Bruxelles, probabilmente, l’ennesima conferma del fatto che il governo non parla una voce sola. E che non sempre il governo e la maggioranza seguono Conte e Tria.

Lo spread ci crede

La prova, più ancora delle varie indiscrezioni, che il rinvio è a portata di mano, è l’andamento dello spread arrivato ieri sera a 245, quattro punti meno del giorno prima. Fonti europee vicine al dossier dicono che “la procedura europea è ancora evitabile” e che il confronto sui conti pubblici “potrebbe essere rimandato al prossimo autunno”. Tocca a Roma “dimostrare che le conclusioni cui è giunta la Commissione il 5 giugno scorso non sono giuste”. Disponibilità quindi “al dialogo e al confronto”. Anche perchè “nessuno tra i paesi membri ha voglia di avviare una procedura contro l’Italia” che potrebbe avere “effetti indesiderati rilevanti” sul piano politico. Conte e Tria, grazie al rinvio, hanno quattro giorni in più per redigere con l’Assestamento nuove valutazioni sui conti del 2019 e, in prospettiva, per il 2020”. Se così andranno le cose, martedì 2 luglio la Commissione potrebbe proporre ai ministri della finanze europee (che si riuniranno il giorno 9) il “non luogo a procedere” e rinviare il confronto al prossimo autunno. Esiste anche un’altra opzione: martedì la Commissione manda comunque avanti l’iter della procedura, continua cioè a fare la voce grossa e a mostrare i muscoli, ma poi il 9 luglio l’Ecofin si pronuncerà per un rinvio.

Il nodo del 2020

La Commissione vuole un impegno formale dell'intero governo che nella manovra 2020 (che Salvini chiede di incardinare subito per mettere in chiaro che per lui la flat tax è imprescindibile) il percorso del debito italiano sarà in netta discesa, che il deficit in termini strutturali sarà ridotto nella misura adeguata e che tale percorso non sarà abbandonato successivamente. A Roma però l'indicazione ancora prevalente è quella di una manovra finanziaria espansiva di oltre 40 miliardi senza coperture certe. Peggio, con un deficit al 3,5%e il debito a 135% del Pil. Numeri che sono “un grosso problema”. Quindi, in questa fase, sarebbe auspicabile che i due vicepremier esternassero il meno possibile visto che ogni volta che lo fanno mettono a rischio la faticosa e disperata trattativa di Conte e Tria. Con tutto il rispetto per i 42 passeggeri a bordo della Sea Watch 3, è un bene se Salvini ingaggia il duello con il socio di maggioranza restando sul dossier migrazioni e nave Sea Watch 3 anzichè su quelli economici.

La “finestra” per votare a settembre

L’ipotesi delle urne a settembre è ancora aperta. Una finestra che si apre e chiude in continuazione perchè le tensioni sono sempre tante così come la possibilità dell’imboscata o dell’incidente. La crisi sul disegno di legge sulle Autonomie bocciato nel vertice di martedì sera dalla lettera senza appello del Dipartimento affari giuridici di palazzo Chigi (cioè Conte) è un boccone che la Lega fatica molto a digerire. Anche perchè è stato rotto il “patto d’onore”: ai tempi del decreto crescita, una decina di giorni fa, la Lega aveva accettato di ritirare un emendamento (che sarebbe passato o avrebbe provocato la crisi di governo) che toglieva i fondi europei gestiti da una cabina unica di regia presso il ministero per il Sud di Barbara Lezzi e li avrebbe distribuiti direttamente alla Regioni. In cambio, la Lega ha ottenuto la promessa del via libera sulle Autonomie “nel Consiglio dei ministri successivo”. Quello di ieri sera. Che non ha avuto le Autonomie all’ordine del giorno. Il ddl del ministro Stefani è rinviato da febbraio, di mese in mese.

Oltre il 20 luglio

Ora però, al di là delle liti e dei veti, ha un suo significato il fatto che la conferenza dei capigruppo della Camera abbia fissato l’inizio della discussione sul decreto sicurezza bis (quello che ha messo fuori legge la Sea Watch 3) il 13 luglio. E’ uno dei provvedimenti che sta dando maggiori soddisfazioni a Salvini, per ultima la sentenza della Cedu che proprio due giorni fa ha stabilito che l’Italia non ha alcun obbligo di far sbarcare e offrire il porto sicuro a chi è nelle acque internazionali. Il decreto scade il 13 agosto, dopo la Camera deve essere votato al Senato ed è inimmaginabile che il governo lo faccia decadere per via della crisi. Ecco, invece, che gli osservatori affermano con una certa sicurezza che “la finestra di settembre è ormai praticamente chiusa”. Il piano vero, almeno per la Lega, è andare al voto a febbraio-marzo 2020, con lo scalpo di una manovra che “avrebbe tagliato le tasse ai cittadini per 10 miliardi”. Lo stato maggiore della Lega è ancora in pressing su Salvini per staccare subito la spina. Ma il Capitano resiste, unico tra tanti, convinto com’è che “la crisi di governo sia solo un modo per cambiare maggioranza e squadra di governo senza passare dalle urne”.