[Il caso] Nella giornata delle sfide, Conte “vince” su Salvini e Giorgia su Matteo. Ma tornano i venti di crisi su palazzo Chigi

Il premier bolla come “improprie” e “illegittime “la notizie diffuse da Salvini e Meloni: “Undici riuniti tecniche sul Mes e nessuno di voi ha mai obiettato qualcosa”. L’11 dicembre il governo potrebbe perdere la maggioranza

[Il caso] Nella giornata delle sfide, Conte “vince” su Salvini e Giorgia su Matteo. Ma tornano i venti di crisi su palazzo Chigi

Nella giornata dei duelli incrociati, delle rivincite o delle sconfitte, s'allunga l'ombra di una nuova crisi di governo.  Che prende forma in tre istantanee di una lunga giornata politica in cui il premier Conte era atteso prima alla Camera (ore 13) poi al Senato (16 e 30) per dare quelle risposte sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), su cui le opposizioni non danno pace da tre settimane mescolando ciò che lo stesso Conte ha definito "propaganda e disinformazione". La prima istantanea è il durissimo j'accuse del premier Conte contro l'ex vicepremier Salvini "la cui resistenza a studiare è cosa nota" ma questo "non può giustificare le gravi bugie e menzogne dette in queste settimane visto che la Lega al governo è stata presente ad almeno undici riunioni in un anno sui temi del Mes e della governance economica europea e non ha mai sollevato obiezioni". L'11 dicembre il Parlamento voterà le risoluzioni del governo sul Mes in vista del Consiglio europeo. Non è un voto di fiducia. Ma sarà comunque un voto politico. Se la maggioranza non dovesse trovare i voti, il Conte 2 potrebbe essere arrivato al capolinea.

Istantanee di una crisi

La seconda istantanea è la faccia di Luigi Di Maio persa nel vuoto e ogni tanto piegata a qualche sorriso di imbarazzo mentre seduto accanto a Conte nei banchi del governo alla Camera lo ascolta spiegare che "tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, sul Mes e sulle riforme dell'Unione economica e monetaria era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’Esecutivo italiano sul tema". Nessuno si è mai lamentato in quei mesi. Neppure Di Maio. Che invece lo fa adesso seppure in modo meno cruento rispetto a Salvini e Meloni. Dunque, è il sottinteso, anche l'attuale ministro degli Esteri o s'era distratto o non aveva capito. Ma adesso non può gridare al complotto dei ricchi contro i poveri. Non regge. E' fuori luogo.  La terza istantanea è quella più esplicita: la sedia vuota nei banchi del governo quando nel pomeriggio Conte affronta l'aula del Senato con gli stessi temi e gli stessi argomenti usati all'ora di pranzo alla Camera. Di Maio non si presenta. Assente per "impegni assunti in precedenza". Ma per un leader politico che da ministro degli Esteri ha snobbato la riunione del G20 per dedicare tempo alla propria base elettorale nel sud Italia, non può essere un problema cambiare agenda. Basta volerlo. Di Maio non ha voluto farlo. Un segnale da tutti letto come una presa di distanza, l'inizio di un distacco forse senza ritorno.

Come in agosto

 Molti hanno ricordato il giorno della Tav, il 7 agosto, quando il premier venne in aula a spiegare perchè i cantieri dell'alta velocità dovevano andare avanti. Ma quando prese la parola i banchi dei 5 Stelle erano vuoti. Poche ore dopo eravamo in piena crisi di governo. In serata ieri Di Maio ha cercato di sdrammatizzare. Ha riconosciuto a Conte di “aver messo a tacere falsità e fake news diffuse dalle opposizioni in questi giorni”. Ha messo il cappello del Movimento sul cosiddetto approccio “a pacchetto” alla questione Mes, ovverosia un approccio che tenga presenti l’insieme delle politiche per l’unione economico bancaria dell’Europa, quando si tratta invece di una scelta comunque collettiva del precedente governo. E alla fine ha ribadito il punto, che è però lo stesso di Salvini: “Il Movimento oggi è più che mai compatto di fronte alla necessità di dover rivedere questa riforma che, ad oggi, presenta criticità evidenti”. Ma il Mes, non ancora firmato (le procedure europee sono lunghe) non può più essere modificato. E per l’Italia, non firmarlo, equivale ad un suicidio politico-economico. Se il comunicato è stato fatto per diradare i rumors di conto alla rovescia per la crisi che ieri sera attraversavano il Senato mentre Roma finiva sotto un diluvio da giudizio universale, l’obiettivo non è stato raggiunto. Anzi. 

Tutti i duelli della giornata

La giornata era stata presentata come “la rivincita del 20 agosto”, o meglio la partita di ritorno del giorno in cui Conte cessò di essere al servizio delle bizze dei due vicepremier, e in quella occasione di Salvini, e divenne premier. In realtà sono stati tanti i duelli e gli scontri diretti della giornata. Il più evidente è stato certamente Conte/Salvini. E’ opinione diffusa che abbia vinto, anche ieri, il premier. Ma questa volta potrebbe non bastare. Conte lo ha attaccato frontalmente dando al passaggio parlamentare “un rilievo particolare” viste le accuse “gravissime” circa “condotte talmente improprie e illegittime” per le quali, secondo Salvini e Meloni, “sarei responsabile di alto tradimento per biechi interessi personali”.  Se queste accuse fossero vere, “dovrei subito andare a dimettermi”. Ma se fossero false - ha detto prima alla Camera rivolto a Giorgia Meloni che ha subito reagito al limite della sospensione dell’aula e poi al Senato “guardando” Salvini che lo ascoltava muovendo la gamba e prendendo appunti nervosi - “avremmo la prova che chi è ora all’opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri sta dando prova e purtroppo non sarebbe la prima volta, di scarsa cultura delle regole e della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni”. Conte è ancora più severo in un passaggio successivo quando dice che quelle accuse, se sono false come ovviamente sono, “indicano la forma già grave di spregiudicatezza perchè pur di lucrare un qualche effimero vantaggio, finiscono per minare alla base la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia dei cittadini”. Il premier, insomma, non le ha mandate a dire e, anzi, è stato provocatorio e sarcastico quando ha riconosciuto a Salvini “la ben nota disinvoltura a restituire la verità e a studiare i dossier”. E ha poi accusato entrambi, Salvini e Meloni, di “diffondere notizie allarmistiche, palesemente false, che hanno destato preoccupazione nei cittadini e nei risparmiatori”. 

“Undici incontri, dove eravate?”

Per i successivi venti minuti, su un intervento di circa 40, Conte ha dimostrato all’aula e ai suoi accusatori che il Parlamento, dove sedeva Meloni, e quindi il governo dove sedevano Salvini e Di Maio, ha avuto ben undici occasioni tra riuniti tecniche, audizioni in commissione, consigli dei ministri e via di questo passo per esaminare il dossier Mes e quello più generale dell’unione bancaria europea (il pacchetto di misure che oggi rivendica Di Maio). Nessuno delle opposizioni o nel governo in tutte quelle occasioni ha mai sollevato dubbi o fatto critiche. E al netto della risoluzione ormai famosa del giugno 2019 (Molinari-D’Uva), persino Borghi e Bagnai, i guastatori di Salvini sui dossier economici, non hanno mai avuto dubbi.  “Anzi, nelle comunicazioni del 19 giugno - ha ricordato il premier - durante il dibattito, nel quale comunque pochissimi sono stati gli interventi sul tema, il senatore Bagnai mi ringraziava per gli approfondimenti tecnici e per la coerenza con il principio di centralità del Parlamento”. Conte si è trascinato tra Camera e Senato l’intervento di 26 pagine e una mole di allegati (tutte le riunioni e gli interventi citati) che messi uno sopra l’altro supera il mezzo metro. L’annotazione su Bagnai si è meritata un cammeo: Bagnai si è alzato in piedi e ha fatto un inchino ironico al governo tra gli applausi dei suoi colleghi. Ovviamente la versione di Bagnai oggi è del tutto diversa da quella che risulta su quei verbali. Insomma, il senso dell’intervento-accusa di Conte è: cari deputati, senatori, ex ed attuali colleghi di governo, o non avete capito quello che stavate facendo perchè non avete studiato, e questo è grave di per sé, oppure state mentendo e questo è altrettanto grave, forse di più. Il senatore a vita Monti, che ha definito “accusatori seriali” i suoi colleghi, ha suggerito a Conte non una querela o causa civile per diffamazione e calunnia bensì “una denuncia per aggiotaggio”. E qui Salvini è stato preso in contropiede.

Campagna elettorale

Tornando al duello, Salvini ha risposto a tutto ciò non nel merito e nel dettaglio delle accuse, bensì con un comizio da campagna elettorale. “Mi rivolgo a chi sta a casa” ha esordito prendendo la parola. A seguire i soliti slogan: “Questa non è un salva-stati ma una legge strozza-stati”, “basta dare i soldi alle banche tedesche”, “i nostri risparmi saranno a rischio” e via di questo passo. Slogan rispetto ai quali Conte può solo allargare braccia (“non mi posso occupare degli slogan) e insistere con il merito delle cose. E il merito parla di un fondo che è “un’assicurazione” per l’Italia, quindi “una garanzia in più” per banche e risparmiatori perchè “il nostro debito, per quanto alto è sostenibile, e non si capisce perché certi parlamentari debbano evocare in modo ossessivo il default dello stato italiano”. Salvini deve il suo consenso a due pilastri: lotta all’immigrazione e la crisi delle banche, dunque i risparmi degli italiani. In questo momento l’immigrazione non “rende” più, anzi il linguaggio di odio e l’arroganza del “datemi pieni poteri” ha provocato la nascita del movimento delle sardine che inseguono Salvini in ogni uscita pubblica. Ecco perchè da tre settimane il segretario della Lega è tornato su banche e risparmi.   

Tattica elettorale

Salvini “usa” l’intervento in aula anche per fare tattica politica, cioè per dividere i 5 Stelle, in totale confusione, al Senato soprattutto in balia di chi, come il senatore Paragone, vuole lo strappo e addirittura il ritorno tra le braccia della Lega.  La stessa cosa ha fatto Giorgia Meloni alla Camera.  “Mi rivolgo ai colleghi dei 5stelle - ha detto con voce quasi flautata Salvini in versione moderata e soft (non si sono intravisti rosari né santini) - ho seguito l'intervento di Silvestri (il vicecapogruppo) alla Camera che ha detto che il trattato va rinegoziato, che solo alla fine si può votare in Parlamento, che abbiamo riserve sulla riforma e sono necessarie modifiche. Colleghi 5 stelle - ha precisato Salvini - io condivido le vostre richieste”. Non solo, per dividere sempre di più, il segretario della Lega - sempre più lontano dal merito del Mes a dimostrazione che è stato solo usato a fini di propaganda - ha suggerito a Conte di ragionare sulle assenza in aula. “Presidente, fossi in lei sarei preoccupato perchè mentre lei parlava mancavano 60 senatori della sua maggioranza. Invece di guardare me guardi là…”. Salvini ha nuovamente perso il duello con Conte, nel merito e nel metodo (triste, da bulletti di scuola, il siparietto con il pupazzo di Pinocchio esposto sui banchi mentre i senatori della Lega fanno girare a favore di telecamere un foglio con su scritto “Il Conte Pinocchio”. Da censurare il tardivo e goffo - casuale? - intervento della presidente Casellati). Ma questa volta potrebbe vincere lui sul piano della tattica parlamentare.

Venti di crisi

Vista così, infatti, a fine giornata sembra la trappola perfetta. Un replay di agosto in vista del voto dell’11 dicembre. Come detto, si tratta di una risoluzione che però avrà il potere di misurare la capacità della maggioranza di restare al governo. Senza i numeri, si aprirà nei fatti una crisi. C’era un’aria strana al Senato. Tra i senatori Pd si mettono i fila un po’ di cose: il tweet di Pierluigi Castagnetti, colonna della repubblica, persona che parla poco e mai a vanvera, che può vantare ottimi rapporti - mai sbandierati - con il Quirinale e che domenica si è interrogato su twitter sulla inaffidabilità dei 5 Stelle: “Calare il sipario?”. Goffredo Bettini, consigliere politico del segretario Zingaretti, ha detto di essere stufo “di un certo andazzo, si cambi musica o si chiude”. Non è sfuggito poi il comportamento di Matteo Renzi. “Il ragazzo è molto veloce - diceva ieri una senatrice dem - e non è casuale se la sera prima ha ritirato la sua delegazione dal vertice sul Mes a palazzo Chigi”. E per l’appunto proprio il senatore Renzi, ieri in aula per l’intervento di Conte, rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano sulla tenuta del governo: “Non so se tiene, ci sono tante questioni. C’è il Mes su cui stanno litigando Pd e 5 stelle, poi c’è Alitalia, la prescrizione, la popolare di Bari, l’Autonomia…Litigano su tutto, sembra Beautiful”. Un concetto ribadito anche dalla capo delegazione di Iv Teresa Bellanova: “Siamo studi dei balletti tra Pd e M5s, se continua così Italia viva non ci sta più”. E’ più di una sensazione poi, che anche nel Pd ci siano due posizioni: una, più vicina al Nazareno e più lontana dal Parlamento, vorrebbe staccare; l’altra andare avanti in nome della stabilità economica finanziaria.

Gli altri duelli. Guardando all’11 dicembre

Da qui all’11 dicembre il tempo per Conte per trovare la quadra su tante cose, forse troppe. Per vedere se il vento che ha cominciato a soffiare cambia verso e direzione. Dieci giorni di fuoco. In previsione dei quali vale la pena riportare altri appunti rimasti sul taccuino. Le altre sfide di giornata. Conte-Di Maio: il premier non lo ha risparmiato nelle critiche, parlava a Salvini ma anche a lui, evidente l’imbarazzo, Di Maio si è vendicato non andando in aula nel pomeriggio. Salvini-Meloni: non ci sono dubbi che la replica della leader di Fratelli d’Italia sia stata più brillante ed efficace rispetto a quella di Salvini. Anche lei punta a dividere i 5 Stelle che “abbaiano sui giornali ma poi si nascondono nel palazzo”. Durissima quanto punta Di Maio che non la guarda: “Di Maio, deciditi e abbi coraggio: con chi state?” Il segretario della Lega la teme, Giorgia ha portato Fratelli d’Italia oltre il 10 per cento e il suo consenso è in crescita. Piace la leader donna. E questo è non da oggi un problema per Salvini. Il quale deve andare a votare a tutti i costi entro maggio. Capitalizzare il consenso. Dopo quella data, senza più campagne elettorali, inizierebbe per lui un lunga discesa.