[Il punto] Crisi di governo con riserva. Conte: “Mi dimetto…” ma non sa ancora quando. L’ultimatum ai vicepremier

Ma dopo cena subito un nuovo scontro tra Lega e Movimento sul decreto sblocca-cantieri. Nel pomeriggio la conferenza stampa/evento del premier

Di Maio, Salvini, Conte: il governo è appeso a un filo
Di Maio, Salvini, Conte: il governo è appeso a un filo

Si è dimesso. Con riserva. Tutto sommato funziona così anche nel governo del cambiamento. “Mi aspetto risposte univoche e coerenti e in tempi brevi - è l’ultimatum del premier Conte ai due vicepremier - c’è una lunga lista di cose da fare. Altrimenti io salgo al Quirinale e rassegno le mie dimissioni”. Sfortuna o destino vuole che il primo 2 di picche arriva un’ora e mezzo dopo la tragediata, per dirla con Montalbano, a palazzo Chigi. Un’ora e passa in cui il premier ha dato l’annuncio delle sue dimissioni dalla carica di Presidente del consiglio. Il dramma è che Conte fa appena in tempo a finire il Discorso alla Nazione, ha subito una riunione con Lega e 5 Stelle sul testo del decreto sblocca-cantieri, una delle pietre miliari della nostra ripresa, e deve prendere atto che le possibilità di tenere insieme il governo del cambiamento sono ormai ridotte al lumicino.

Lite sui cantieri

Il decreto sblocca-cantieri - la tanto attesa sburocratizzazione di permessi licenze e autorizzazioni edilizie e dintorni che potrebbe liberare migliaia di posti di lavoro e investire qualche decina di miliardi già disponibili - deve essere convertito in legge entro il 17 giugno. E’ ancora fermo in Commissione al Senato dove la scorsa settimana, all’indomani del voto europeo, la vittoriosa Lega ha presentato un emendamento di 5 pagine che propone, in sostanza, di “congelare” per due anni il Codice degli appalti, strumento controverso voluto nel 2014 per fermare gli appetiti delle mafie su Expo. Un cazzotto in un occhio al Movimento che ha approvato lo spazzacorrotti. Da una settimana le due forze cercano una sintesi. Oggi il testo doveva andare in aula al Senato ma ieri sera c’è stato il nuovo stop: i 5 Stelle hanno chiesto di ritirarlo; i leghisti hanno detto No. E tutto questo proprio un’ora dopo l’appello/ultimatum di Conte. Roba da far saltare i nervi anche ad uno concavo e convesso come il Professore. “Ora ognuno si assuma le sue responsabilità” ha detto Conte picchiando il pugno sul tavolo e lasciando la stanza. L’ultimatum dato in conferenza stampa, nella notte s’è fatto sempre più sottile.

I decreti in bilico

Se si parte da qua, dall’ennesimo strappo notturno sul decreto sblocca-cantieri, si capisce anche perchè alla fine della conferenza stampa/evento che tutta Italia aspettava per fare luce sul destino del governo e del Paese, il premier aveva ignorato la domanda sul perchè decreto Sblocca cantieri e decreto Crescita non sono ancora arrivati in aula visto che sono “i passaggi determinati per realizzare il contratto di governo”. Perché l’accordo su questo testo, come ha poi dimostrato la riunione serale, è di là da venire. E anzi, potrebbe proprio essere la linea del fronte su cui il governo andrà a contarsi. E ad essere sfiduciato. Alle sei e mezza di ieri pomeriggio tutta l’Italia era ferma o quasi in attesa della Discorso alla Nazione del presidente Conte. Cosa dirà o farà il premier? si sono chiesti tutti per tutto il giorno. Clima da grandi occasioni nella sala dei Galeoni a palazzo Chigi. Come sempre Rocco Casalino ha fatto le cose in grande. Il problema è che a fine giornata non cambia molto sulla tremolante scena politica nazionale stressata da rischio di procedure di infrazione europee, insidiata da mercati e spread che si aggira da giorni intorno ai 290 come uno squalo che annusa il sangue.

La crisi di governo “extraparlamentare”

Il Presidente del Consiglio ieri sera ha aperto nei fatti una crisi di governo. Rigorosamente extraparlamentare. “O andiamo avanti e realizziamo tutto quello che c’è da fare – è il succo del messaggio recapitato ai suoi vicepremier che lo hanno ascoltato da lontano - oppure non ha senso continuare. Fino al suo ultimo giorno di vita questo sarà il governo del cambiamento. Altrimenti basta. Finiamola qua. Chiedo quindi risposte univoche e coerenti. In caso contrario, poiché non intendo né galleggiare né vivacchiare, rimetto il mandato nella mani del Presidente della Repubblica che ringrazio fin da ora per i preziosi consigli che mi ha saputo dare in questo anno di governo”. Siamo alla crisi di governo annunciata. “Mi dimetto ma non so quando…”, . Un nuovo genere nel racconto della politica. Che le opposizioni fiutano mentre Conte ancora sta palando. Il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio e il segretario dem Nicola Zingaretti chiedono che il premier venga in aula a riferire sull’inattività del governo e a verificare se ha la fiducia”.

Test politico/personale

Anche se è di professione un politico, il Professore diventato premier è prima di tutto avvocato e conosce assai bene, quindi, le regole della simulazione e dell’oratoria. Anche della retorica. Non recita. Ma sa dare la giusta intonazione al momento. Quello di ieri è stato a metà tra un test personale (della serie vediamo il ritorno nei sondaggi sulla mia persona), un test politico sulla reale tenuta dell’alleanza (la chiamata ai contraenti del contratto di governo è reale) e, anche, un test sul proprio futuro politico qualora dovesse interrompersi presto questa esperienza. Ieri Conte ha voluto, e anche dovuto, dare un segnale di riscossa personale rispetto alle ultimate settimane (l’ultimo segnale forte è stata l’intervista a El Pais del 10 maggio quando disse a Salvini che non era lui a comandare) in cui è stato travolto dalla campagna elettorale e poi dai risultati. Aver detto “io non ci sto”, basta con questa agonia, “non posso andare avanti da solo”, gli ha restituito certamente spessore e dignità. Ma anche lui ha la sensazione netta che potrebbe non bastare perchè i risultati del voto hanno oggettivamente capovolto i rapporti di forza che in Parlamento restano ancora fermi al marzo 2018.

La fase 2

Senza perdersi d’animo, dopo l’elenco delle “cose fatte” (su cui ignora qualsiasi tipo di autocritica), Conte ha lanciato la ineffabile e immarcescibile “Fase 2”. C’è sempre, nella storia di ogni governo e anche di ogni partito, soprattutto della prima repubblica. “A questo punto - ha quasi ammonito - per andare avanti, oltre al contratto, occorre avere visione, coraggio e tempo”. E cioè insistere su “lavoro, impresa, autonomia delle regioni, conflitto di interessi, riforma organica del fisco che non sia solo una rimodulazione delle aliquote, più soldi alle famiglie con disabili e con figli, potenziare la ricerca, l’innovazione, la scuola”. Per fare questo ha randellato a destra e a manca mettendo in fila una lunga serie di “basta”: “basta con i like dell’agorà digitale e le invasioni di campo che portano a delegittimare chi lavora con te; e se il Mef e palazzo Chigi stanno interloquendo con Bruxelles sui nostri conti pubblici, le due forze di governo devono tacere”. Sembrava di sentire le raccomandazioni ai bambini a scuola.

Come Letta nel 2014

Ora però, i più maligni tra i cronisti presenti non hanno potuto fare a meno di avere un flash. La parola Fase 2 è stato con il clic di un interruttore. Era il 12 febbraio 2014, nella stessa Sala dei Galeoni l’allora premier Enrico Letta lanciò la “Fase 2” del suo governo con tanto di slide e cronoprogramma. Anche allora furono chiesti coraggio, visione, una svolta e una nuova collaborazione. Poche ore dopo andò a finire come sappiamo. Conte questo non lo sa, non lo ricorda. Le similitudini sono scattate a raffica ieri durante la conferenza stampa.

Salvini e Di Maio: “Eccoci…”

Il bello - o il brutto, dipende - della faccenda è che mentre Conte stava ancora parlando, è arrivata subito la risposta di Salvini: “Noi non abbiamo mai smesso di lavorare evitando di rispondere alle polemiche e anche agli insulti. Quindi vogliamo andare avanti e non abbaiamo tempo da perdere. La Lega c’è”. Della serie: non siamo noi a bloccare tutto con i soliti No. Poco dopo è arrivato anche Di Maio: “Abbiano sempre sostenuto questo governo, crediamo che si sia tanto da fare. Siamo leali e vogliamo subito metterci al lavoro”. Dunque neppure i 5 Stelle hanno mai bloccato alcunchè. Anche il premier deve aver sentito una fastidiosa vertigine quando alla riunione serale per sbloccare i decreti il tavolo tra le due forze di maggioranza è saltato di nuovo. O forse no visto che verso mezzanotte fonti di governo dei 5 Stelle, vista la malaparata, hanno fatto trapelare che “il testo c’è, i 5 Stelle sono pronti ad approvare”.

La frattura tra Fico e Di Maio

La verità è che Di Maio non controlla più, sempre che l’abbia mai fatto, i trecento e passa parlamentari 5 Stelle tra Camera e Senato. E se il vicepremier e la squadra di governo sono dedicati notte e giorno al contratto di governo, un gruppo dei 5 Stelle è in realtà pronto a staccare la spina per restare fedele alle radici e alle origini. Costi quel che costi. L’attacco a freddo, domenica, del presidente della Camera Roberto Fico (“il 2 aprile è la festa di tutti, anche dei rom e dei santi…”) al Salvini pensiero è stato curato nei dettagli. Proprio per fare saltare i nervi al leader leghista. E ricordare al filogovernativo Di Maio che ci sono alcune leggi, ad esempio quella sull’acqua pubblica che attendono da un sacco di tempo il voto del Parlamento. Dunque ieri Conte doveva rivolgersi a tre interlocutori e non a due soli. Anche se il passaggio sul “rispetto per il travaglio interno che ciascun movimento o partito politico può attraversare” e il ringraziamento a “tutti i parlamentari 5 Stelle per il lavoro che fanno”, lascia intendere che anche il premier ha chiara la frattura del Movimento.

Passo dopo passo

Il Quirinale monitora parola dopo parola tutto ciò che l’allegra compagnia di palazzo Chigi e ministri di governo sta mettendo in scena. Osserva con grande preoccupazione il logoramento del governo. E sta valutando tutte le opzioni qualora il premier dovesse veramente salire al Colle per rimettere il mandato. Il cruccio sono sempre i nostri conti pubblici e la vendita dei titoli di stato. Ogni giorno si cerca l’ indizio che può avvicinare oppure no alla crisi di governo. Il voto a settembre resta sempre l’opzione più probabile. Vorrebbe dire sciogliere le camere verso metà luglio. Ma la manovra correttiva, quella che Bruxelles ci chiederà mercoledì, resterebbe in capo al governo del cambiamento. Che però evita quella del 2020 stimata tra i 40 e gli 80 miliardi.