[Il caso] Conte tra due fuochi: gli avvertimenti del Pd e le ambizioni di Di Battista

La Fase 3 e tutti i soldi in arrivo mette a nudo la maggioranza. I dem non più disponibili a tollerare “le fughe in avanti” del Presidente del Consiglio. “Più condivisione nei temi”. E più efficacia. Il Movimento è una volta di più spiazzato tra le sue anime. E a Di Maio non dispiace assistere al logoramento del premier. Che però resta molto alto nei consensi

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

“Era l’ora”. E’ quasi un urlo liberatorio quello che si coglie tra le fila dei deputati dem mentre ieri mattina sciamavano da Montecitorio, ultimi giapponesi della battaglia infinita sul decreto scuola finalmente convertito tra mille dubbi, polemiche e, però, una importante certezza: la stabilizzazione di 80 mila insegnanti precari avverrà, così come ha voluto giustamente la ministra Azzolina e la maggioranza (non del tutto compatta a dir la verità), con un concorso vero e non con la solita sanatoria al ribasso, della serie tutti-dentro alla faccia del merito. “Era l’ora - sorridevano - che il Pd desse uno stop a Conte, alla sua ambizione e al suo one man show dietro la regia del portavoce Casalino”. La pandemia ha bloccato la politica proprio all’indomani delle regionali di fine gennaio che hanno fotografato pesi diversi nella maggioranza rispetto a quelli del 2018. Questi mesi hanno poi segnato un graduale rallentamento della Lega (passata dal 32-33% al 26% attuale), la stabilizzazione del Pd tra il 22 e il 24% e quella dei 5 Stelle intorno al 15%. Si chiedeva, a gennaio, un riequilibrio dei pesi. A maggior ragione lo si chiede oggi. E invece Conte insiste con il one-man-show iniziato con la crisi sanitaria e che ora il premier vorrebbe portare avanti anche nella Fase 3, quella della ripartenza.

Punto di forza e punto debole

Da giorni scriviamo che l’arrivo di tanti soldi da Bruxelles, tra Recovery Fund, Mes, Sure e Bei parliamo di circa 300 miliardi destinati nei prossimi anni all’Italia, sono il punto debole ma anche il punto di forza di Giuseppi. Il “punto debole” perchè la gestione di quei soldi fa gola a molti, come minimo tutti vogliono partecipare al banchetto e però guai a chi sbaglia un progetto o, ancora peggio, non sarà capace di spenderli e investirli per via di progetti scadenti o zoppicanti. Anche le, in apparenza, recalcitranti opposizioni. Il “punto di forza” è che al momento non esiste un’alternativa al governo Conte e che nessuno, a cominciare dai 5 Stelle, tra gli oltre 945 parlamentari, vuol lasciare il Parlamento prima della fine della legislatura. Difficilmente infatti ci torneranno tra il taglio dei parlamentari e il voto popolare che sarà altamente selettivo. Più difficile era immaginare, dopo i reiterati appelli delle massime autorità istituzionali al “nuovo patto sociale” e al “comune destino di popolo” , un doppio azzardo. Il primo: il Presidente del Consiglio non ha concordato con gli alleati i contenuti della conferenza stampa di mercoledì scorso in cui ha illustrato perchè è finita la Fase 2 e quali sono i progetti per la Fase 3. Così come non ha concordato con gli alleati i contenuti della Fase 3, tra cui gli Stati generali dell’economia (li convocò anche Luigi XVI ma poi scoppiò la Rivoluzione francese) e i contenuti del Recovery Plan a cui Bruxelles aggancerà l’erogazione dei fondi. Cioè Conte ha fatto anche mercoledì’ scorso l’esattamente il contrario degli appelli all’unità nazionale e al nuovo patto sociale del Presidente della Repubblica e del governatore della Banca d’Italia. Non ha condiviso.

Convocata la direzione Pd

Da qui l’altolà di Franceschini venerdì nella riunione di maggioranza con un Conte descritto come “sorpreso”. E quello del segretario dem Nicola Zingaretti (anche lui nei ignori scorsi aveva fatto l’appello al nuovo patto sociale) che ieri mattina ha riunito ministri e capigruppo “per ribadire la necessità di evitare fughe in avanti, di costruire un processo inattaccabile, per fare in modo che le aspettative non vengano deluse”. Tentativi di “proteggere il governo, non di affossarlo” era la lettura che ieri ilNazareno cercava di far circolare per evitare un eccesso di drammatizzazione. Ma il risultato non cambia: Conte è nel mirino del Pd. Ne potrà anche uscire. Ma intanto c’è finito dentro. E questo sarà il tema della Direzione convocata per domani. Il premier Conte, che ieri avrebbe visto in carne ed ossa il capo della task force economica Colao rimasto finora a Londra e il cui Piano dovrebbe essere la base della Fase 3, ha spiegato e minimizzato dicendo che si tratta “dell’avvio di un percorso che porterà alla definizione dell’agenda e poi del programma”. E però, sia chiaro, Conte non rinuncia agli Stati generali. I lavori di allestimento a Villa Pamphili sono iniziati. Nulla, si dice, andrà sprecato visto che nel 2021 l’Italia organizzerà il G20 e i meeting preparatori dovrebbero iniziare tra gennaio e febbraio.

Irritazione anche nel Movimento

E’ sottinteso che Conte si “vede” già al prossimo G20. E anche questa sicurezza comincia ad infastidire non solo il Pd ma anche i 5 Stelle. Di Maio ha cercato di gettare acqua sul fuoco (“E’ un bene che il tema economico sia entrato per tutti nel dibattito politico, sì al dialogo e no alle polemiche”) ma fonti parlamentari pentastellate riferiscono che almeno una parte del M5s non nasconde le perplessità sugli Stati generali. Chiede progetti e idee, non una semplice fase d'ascolto che potrebbe irritare le parti sociali e in particolar modo le imprese già sul piede di guerra. "La priorità è il Paese, non le iniziative personali” è il concetto che sta prendendo piede tra la base parlamentare del Movimento. In effetti, in nessun altro paese europeo colpito dalla pandemia si assiste a dibattiti su “Stati generali” e dintorni: i governi già sanno dove andranno quesi soldi, come saranno investiti e perchè. Non perdono certo tempo con gli Stati generali e la pomposità di altre parole chiave utilizzate dal premier come il Piano di Rinascita Italia Rocco Casalino si scrolla di dosso le polemiche rilanciando i sondaggi che danno Conte con un gradimento altissimo (63%) e facendo pubblicare su settimanali di gossip servizi fotografici privati su Conte e compagna.

La mediazione

Il Presidente del Consiglio ha ribadito ai suoi interlocutori di maggioranza la necessità di rispondere alle esigenze dei cittadini, ha rivendicato l'importanza di costituire al più presto un percorso di “Rinascita” dell'Italia. Lavora al piano delle riforme e al decreto Semplificazioni. La mediazione è “diluire” la kermesse di viale Pamphili, non eliminarla. Palazzo Chigi sta assumendo le fattezze di un bunker per il Presidente del Consiglio. E questo non è mai stato per nessuno un buon presagio. La svolta dem è quello che lo deve preoccupare di più. “No a improvvisazioni - ha ribadito ieri il vice segretario Andrea Orlando - chiamare gli Stati generali significa chiamare tutto il Paese a raccolta e bisogna che si producano fatti e non chiacchiere”. Non c’è tempo da perdere e vietato sbagliare. Quindi, è il suggerimento di Orlando, “No ad un evento preparato male; Sì ad un percorso serio e concreto che coinvolga le migliori energie” allargando su questo il confronto anche alle opposizioni. Netto anche il capogruppo del Pd al Senato, Marcucci: “Lavoriamo insieme rinunciando a passerelle, spot, eventi improvvisati”. Marcucci era stato tra i primi a rompere l’assuefazione a Conte ai tempi del primo Cura Italia. “Si può fare di più Presidente, e soprattutto si può fare meglio” disse al Senato. Allora sembrava quasi una bestemmia in chiesa.

Conte, tra voglia di partito e timori

Il racconto di palazzo Chigi dice che il premier Conte è convinto di lavorare con spirito di servizio, scommette sul rilancio economico, non vuole perdere tempo, punta a studiare i dossier sul tavolo con razionalità, senza farsi imbrigliare dagli atteggiamenti umorali dei partiti. Il fatto è che lo stesso Conte è stretto tra due spinte opposte: il timore di subire un tentativo di logoramento da parte dei suoi stessi alleati lasciando svuotare o comunque rallentare la sua imperfetta azione di governo per poi atterrare su un governo di larghe intese che dovrebbe mettere Cobte alla porta; il progetto, mai abbandonato, di un partito personale che viene pesato tra il 10 e il 14 per cento. Da non sottovalutare: in un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 5% a cui sta lavorando la Commissione Affari costituzionali, è un pacchetto di voti che può essere decisivo.

Irriconoscente?

La pancia del Pd è diventato quasi uno sfogatoio-Conte. Tra i temi da digerire anche l’Europa. “Conte deve ringraziare chi nel Pd ha lavorato per lui in Europa, altrimenti non avrebbe ottenuto i risultati sul Recovery fund. Adesso non può certo non condividere le mosse con i suoi alleati e con il Parlamento”. Le prime vere tensioni con il Pd sono state, non a caso, tra Conte e il ministro economico Roberto Gualtieri e riguardavano proprio il fondo Salvi stati. Intanto il Pd ha iniziato a chiedere di fare presto che nella soluzione di altri dossier importanti, Alitalia, Autostrade, la stessa Ilva per cui da ieri è sul tavolo la richiesta di ulteriori 3.300 esuberi. E’ da qui che Conte deve dimostrare di avere in mano la consolle della situazione. E’ su questi dossier, ad esempio, che deve dimostrare, e da un pezzo anche, la sua automia rispetto ai 5 Stelle. Un affrancamento atteso ma che ancora non si è verificato.

“Pentolone” 5 Stelle

Lo scontro sugli Stati generali fotografa bene le dinamiche nella galassia 5 Stelle. I governativi, che fanno capo al presidente Fico, non si sono stracciati le vesti per questa storia degli Stati generali e neppure hanno protetto il progetto di Conte. Di Maio è ben contento di vedere l’ex amico (Conte non difese a suo tempo il suo posto a palazzo Chigi) in logoramento e sappiamo che tutto sommato lavora sempre per tornare a palazzo Chigi. E poi c’è Di Battista, tornato stabilmente sulla scena anche se non è ancora chiaro con quale obiettivo. Di Battista l’altro giorno ha fatto un’intervista in cui non ha mai nominato Di Maio e però vuole che “il Movimento alzi la testa”. “Mi sembra - diceva un senatore - che per andare dietro ai nostalgici del Pd ci siamo assuefatti alle logiche del governo a discapito delle nostre idee”. Il no al Mes è una di queste. Così come la revoca delle concessioni ad Autostrade, la dismissione nei fatti dell’Ilva per avviare una diversa produzione. Bandiere che non possono essere ammainate.

Da settimane l'ex pentastellato Paragone, d'intesa con il presidente della Commissione Finanze della Camera, Trano, sta lavorando ad un progetto politico che avrebbe anche un nome: “Italexit”. Ci mancherebbe solo questo. Tanto per danneggiare i corposi tentativi. Un fatto è certo: Di Battista chiede e vuole spazio. E il confronto diretto con Luigi di Maio. E così, Conte adesso non può più stare tranquillo, nè col Pd nè con i 5 Stelle.