Il premier stavolta è solo e si gioca il suo futuro tutto in difesa

Al suo fianco non c’è neppure l’ormai nota ai telespettatori presenza del portavoce Rocco Casalino, in isolamento perché positivo al coronavirus

Il premier stavolta è solo e si gioca il suo futuro tutto in difesa

Il premier, Giuseppe Conte, stavolta è davvero solo. Illustra a ora di pranzo, cioè in un orario di massimo ascolto, visto che è pure domenica, ma non di sera, facendoci penare tutti, il nuovo lockdown che ‘semi-chiude’ l’Italia, con un senso di forte rassegnazione e, anche, di sconfitta, nella voce e nelle movenze. Sembra Napoleone quando si ritirava da Mosca: ‘ritirarsi ora per meglio avanzare dopo’ sembra dire ma il senso del retrogusto amaro della sconfitta resta tutto.  

Conte è plasticamente solo. Al suo fianco neppure Casalino

Al suo fianco non c’è neppure l’ormai nota ai telespettatori presenza del portavoce Rocco Casalino, in isolamento perché positivo al coronavirus (lo ha preso dal compagno), ma una gentile e riccia signorina che dispensa tempi e spazi per le domande mai vista prima d’ora. Del resto, anche il portavoce del Capo dello Stato, Giovanni Grasso, è positivo (forse la colpa è del cuoco del Quirinale…), quindi tant’è. Non uno dei vari leader della maggioranza (Zingaretti, Di Maio, Renzi figuriamoci) supporta le sue dichiarazioni. Parlano d’altro (il Mes, per lo più) o non parlano affatto. Per lo più borbottano, le forze di maggioranza, insoddisfatte dall’operato del premier e impaurite dal calo dei consensi. Solo il ministro dell’Economia, Gualtieri, è al suo fianco, e non solo idealmente: ne supporta le misure di ‘ristoro’ per le attività commerciali che si vedono costrette a chiudere.

La maggioranza è tiepida. Non lo sostiene o lo fa assai poco

Le incognite di una maggioranza che, sul Dpcm approvato solo in tarda notte, ha stentato a trovare una quadra sono tante. Con la conseguenza che, a "reggere" il peso delle restrizioni, il premier rischia di essere lasciato solo. Solo a fine giornata, sia il segretario del Pd Nicola Zingaretti che il capo delegazione M5S Alfonso Bonafede intervengono a fare, ma solo in parte e in modo assai generico, da ‘scudo’. “Il nemico è il virus non le misure per fermarlo”, spiega Zingaretti. “Sono interventi necessari, sulla base delle indicazioni del Cts”. gli fa da sponda Bonafede. Per il resto si notano più i silenzi imbarazzati o le aperte critiche. Il Dpcm, in Italia Viva e nel M5S - i partiti della cosiddetta linea ‘più morbida’ -, continua a mietere malumori. Nel Movimento, ad esempio, sono in tanti a non spiegarsi perché a ‘pagare’ siano quelle categorie, dai ristoranti alle piscine, a cui è stato chiesto di mettere in campo ogni intervento per la sicurezza anti-Covid nei mesi scorsi. “E sui trasporti invece restiamo fermi”, sbottano nel Movimento dentro cui si è scatenata una sorta di tiro al bersaglio al ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Nel Pd, l'ala rigorista avrebbe probabilmente invece voluto già qualche stretta in più. “Guardando i contagi di oggi, dico che abbiamo fatto bene, forse abbiamo fatto il minimo”, spiega il capo delegazione Dario Franceschini. Ma solo nella notte Conte alla fine ha sposato la linea rigorista del Pd e del ministro Speranza, a dispetto dei dubbi di renziani e pentastellati. Che già alzano la voce sul decreto ristori.

La lista degli scontenti del nuovo dpcm è molto lunga

Ma la lista degli scontenti del nuovo dpcm è lunga, come una quaresima e suona come una campana a morto. I governatori di centrodestra del Nord lamentano, da Toti a Zaia, che il governo non ha ascoltato le Regioni, che le norme sulle chiusure dei ristoranti sono eccessive, punitive. Le stesse Regioni che, fino a ieri, invocavano il coprifuoco ora si ergono a difesa di bar e ristoranti e chiusure alle 23. I leader delle opposizioni, ovviamente, tuonano a palle incatenate, da Salvini alla Meloni: la loro è polemica di routine, ma l’insoddisfazione di tante categorie monta, il disagio sociale cresce e pensano bene che è arrivata l’ora di cavalcarla. Persino Berlusconi lamenta e deplora la “mancanza di dialogo” del governo e invoca l’apertura di “un tavolo istituzionale” di confronto. Un governissimo di fatto. Italia Viva lancia “una petizione” per non chiudere il Paese come se stesse all’opposizione e non al governo. Ma questi ultimi sono segnali di fumo lanciati in politichese. La realtà di un Paese deluso e stanco morde alle calcagna il governo. Chef stellati e proprietari di bar scalcagnati inondano di rabbia i commenti sui social: “Dirci di chiudere alle 18 vuol dire farci chiudere e basta” è la lamentela. Ovviamente, tutti chiedono forme massime di ‘ristoro’.

Categorie, associazioni di settore e sindacati protestano

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, attacca a muso duro: “fatico a capire qual è la direzione del governo”. I sindacati minacciano forme di mobilitazione.

Nel mondo della cultura la delusione, l’insoddisfazione, la rabbia montano di ora in ora. Teatranti, attori, cineasti, musicisti firmano petizioni e appelli con cui chiedono al premier di rivedere la decisione di chiudere cinema e teatri. La brutta figura e il colpo lo incassa il premier, non il ministro alla Cultura, Franceschini, teorico della linea dura. Insomma, la socialità muore, almeno dopo le 18, con questo nuovo dpcm, la cultura o ciò che ne restava finisce sepolta, palestre e piscine sono costrette, tra mille proteste, a chiudere, la scuola per i più grandi proseguirà solo con la didattica a distanza e le famiglie dei ragazzi già protestano.  

La conferenza stampa di Conte è priva di ogni baldanza  

Conte, dunque, evita ogni baldanza e ogni tono trionfale, nella conferenza stampa di mezzodì. E ammette la verità: “Nel Paese la stanchezza sale, la pandemia porta rabbia e frustrazione, crea nuove disuguaglianze”. La settimana è stata complicata, concitata, contraddittoria, per il governo, ma l’inizio della prossima è anche peggio: il governo non ha nessuna certezza e ha davanti a sé mille incognite. Il premier è preoccupato e non lo nasconde. Ha visto e valutato le scene delle proteste e degli scontri a Napoli, poi quelle della guerriglia a Roma, sa che a differenza della prima ondata il Paese non gli consegnerà assegni in bianco, che la gente è stanca, che tante categorie già prostrate si sentono discriminate, e sono pronte a presentargli il conto. “Capisco le ragioni di chi è più colpito”, ripete il premier. Assicura che non solo il governo si sta muovendo per varare il decreto Ristoro, quello che dovrebbe contenere le misure a sostegno di chi subirà gli effetti delle nuove strette, ma che addirittura sarà pubblicato in Gazzetta già martedì e che quindi fra due giorni sarà legge. “Daremo i sussidi direttamente con bonifico bancario sugli Iban dei beneficiari”, dettaglia, spiega, rassicura, prova a confortare “perché vogliamo che i ristori vengano erogati subito, a novembre, non fra due o tre mesi”. Poi sottolinea che dedicherà il pomeriggio per sentire tutti i rappresentanti di categoria per rassicurarli sulla rapidità dei ristori. E lo fa. Incontra subito, a palazzo Chigi, un gruppo di ristoratori e si premura di farlo subito sapere ai media per dire che ‘c’è’.  

Conte promette ‘ristori’ alle categorie, ma non garantisce su un Natale sereno e per strada…

 Ma la conferenza stampa è tutta giocata sulla difensiva. Le restrizioni sono spiegate con la “volontà di tenere sotto controllo la curva epidemiologica”, con la necessità di “scongiurare un nuovo lockdown”, con la consapevolezza che una serrata totale “il paese non può permettersela”. E quindi da subito snocciola tutte le misure in cantiere, dal già citato dl Ristoro alla cancellazione della seconda rata dell’Imu, passando per la proroga della cassa integrazione e una nuova rata aggiuntiva del reddito di emergenza, fino ai sussidi previsti per chi verrà colpito dalle nuove misure.

Il premier è come il Paese, oggi: incerto, insicuro, fragile. Rimarca la necessità di intervenire, spiega che la decisione è stata presa dopo una riunione con Speranza e Brusaferro, che i numeri portavano in quella direzione, ma il primo a non essere convinto fino in fondo di questa strada era lui, tanto che l’ha rimandata di giorno in giorno per tanti giorni. “Vogliamo tutelare sanità e economia - ripete come a voler convincere se stesso, prima degli italiani - chi non è intervenuto oggi è in difficoltà sul fronte sanitario ma soffre anche dal punto di vista economico”. La decisione è sofferta: lo raccontano i suoi e si percepisce dalle sue parole. “C’è stato un confronto tra diverse sensibilità e diversi punti di vista”, dice con un pallido eufemismo per nascondere le liti dentro il governo e “dalle Regioni sono arrivate proposte diverse”, ammette riconoscendo la portata dello scontro, “ma se non stringiamo le misure difficilmente ne verremo a capo”, conclude per non riconoscere la resa.

La speranza, ovviamente, è che chiudere ora conceda un Natale “più sereno”, ma non può dare nessuna certezza: “Se rispettiamo le nuove regole terremo la curva sotto controllo e potremo passare feste più tranquille, ma non saranno feste e festicciole”. Insomma, fa capire che il Natale non sarà il solito. Altri dolori in vista. Ci andrà di traverso pure il Natale, probabilmente. Intanto Conte per ora è ancora lì che respinge le accuse: “Non possiamo imputare al governo di essersi distratto. Prima dell’estate l’opinione pubblica pensava di aver passato la tempesta, e proprio in quel periodo il governo ha prorogato lo stato di emergenza, ha comprato nuove mascherine e nuovi respiratori per rendere resiliente sistema sanitario”. Dice di non essere infallibile, ammette che ci possono essere stati errori. Incalzato dalle domande è costretto a tornare sulle proteste ed è qui che dosa le parole con prudenza: “Proverei rabbia anche io, capisco la protesta, ma bisogna stare attenti ai gruppi di professionisti che cercano di alimentare gli scontri”.

Il rimpasto si allontana, la crisi del governo no

La verità – agrodolce, almeno per il premier - è che la seconda ondata potrebbe congelare e allo stesso tempo strutturare le tensioni in una maggioranza che, con continui stop & go e con il rebus del futuro del M5S, si avviava a quel patto di legislatura evocato da Pd e Iv. Un patto che avrebbe portato con sé quell'eventualità di rimpasto che né Conte né il governo ora si possono permettere. Conte, in conferenza stampa, ha ribadito che il lockdown non è, per l'Italia, un'opzione economicamente percorribile, ma cosa accadrebbe se i contagi lo costringessero alla chiusura totale? A finire nel mirino sarebbero un po' tutti, dal governo al Cts. E, certo, lui pag