[Il caso] Conte scommette tutto su semplificazione e apertura dei cantieri. “Togliere le incrostazioni a questo paese”.

La promessa di un testo “entro 2-3 settimane”. “Le resistenze più grosse verranno da coloro ai quali dovremo dire che il loro lavoro non serve più”. Italia viva ha già presentato il piano. Le resistenze del ministro De Micheli. Le provocazioni dei 5 Stelle in aula contro la Lega incendiano la giornata. Il governo propone superlection day a metà settembre.Ci mancava solo la campagna elettorale

[Il caso] Conte scommette tutto su semplificazione e apertura dei cantieri. “Togliere le incrostazioni a questo paese”.

“Il problema vero, quando si parla di semplificare la burocrazia e il paese, non è Renzi, il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli o altri. Il problema è quella fascia di persone a cui dovremo dire che il loro lavoro non serve più. Che si dovranno reinventare. Da qui arrivano le resistenze più grosse. Ma ce la faremo. Conto di avere il testo pronto in un paio di settimane”. Intercettato fuori dall’aula di Montecitorio mentre andava al Senato a ripetere l’informativa sulla Fase 2, Giuseppe Conte ha provato a chiamarsi fuori dal caso del giorno:l’attacco a freddo del grillino Ricciardi che nell’intervento in aula sulla Fase 2 a nome del gruppo ha accusato la Lega e il sistema sanitario lombardo “che ha fatto acqua da tutte le parti” e ha costruito “un inutile ospedale da 21 milioni che adesso sarà smantellato”; la bagarre, le urla belluine dei leghisti, il battimano esagerato dei 5 Stelle.

La provocazione e i sospetti

Tutte le opposizioni hanno fatto quadrato e anche il Pd si è dissociato (intervento incendiario” lo ha definito Orlando, vicesegretario Pd). Giorgia Meloni ha detto convinta che “il premier non poteva non sapere” mentre Conte faceva gesti con la mano delle serie “ma cosa sta dicendo”. “Lei è il premier indicato dal Movimento 5 Stelle - ha incalzato la leader di Fratelli d’Italia - ed è prassi che sia informato di chi prenderà la parola in aula nel suo gruppo e cosa dirà. Dunque lei sapeva tutto, signor Presidente, secondo la nota strategia di alzare polveroni su altro quando non si sa più come giustificare se stessi”.

Insomma una mattinata di quelle che non si raccomandano, una delle tante ultimamente. Conte appena fuori dall’aula si è difeso sdegnato:  “Ognuno può ovviamente pensare ciò che vuole, ma dire che io abbia condiviso o istigato, è qualcosa che si commenta da se”.

L’episodio, anche se durato pochi minuti, non è avvenuto per caso. C’è sempre una tempistica dietro queste cose. Un tintinnar di manette, ad esempio, e infatti la procura di Milano ha aperto un’inchiesta sull’ospedale della Fiera. Di sicuro amplifica l’odio tra Lega e 5 Stelle e complica una stagione che dovrebbe essere di unità nazionale.

Ma Conte, con l’ottimismo della volontà, guarda avanti. E prima in aula e poi fuori ha illustrato la sua prossima mossa. Che lui si augura vincente.

Semplificare

Nell’intervento in aula, i soliti 45 minuti, il decreto rilancio diventa “la base per la ripartenza”. Ed è il decreto semplificazioni che diventa, adesso, l’orizzonte dove spostare lo sguardo e provare a raccontare che andrà tutto bene. Che una crisi profonda è stata l’occasione di una nuova ripartenza.  “E' tempo di sciogliere le incrostazioni della burocrazia”, è questa la “madre di tutte le riforme” ha detto in aula portando all’applauso anche il Pd che non sempre, va detto, partecipa alla claque dell’emiciclo.

“Mi sembra che Iv dimostri di aver superato qualsiasi perplessità" ha aggiunto il premier. Con la crisi Bonafede sembra in effetti essere cambiato qualcosa nei rapporti con Iv. Nella sostanza dei fatti. Lo ha ricordato l’altro giorno Renzi: l’accelerazione sulle riaperture, il taglio di Tosap e Imu, la quota a fondo perduto per le aziende, la commissione sui temi della giustizia. Tutti temi su cui Italia viva aveva  invitato a spingere. Ed è alla fine stata ascoltata. C’è un dossier, più di altri, che sta a cuore a Italia viva, un po’ la cifra del suo mandato: riaprire i cantieri, far ripartire le grandi opere, dare lavoro, che vuol dire domanda interna e quindi pil. L’onorevole Raffaella Paita ha pronto un piano da prima di Natale, sei articoli, chiaro, diretto, per togliere di mezzo la burocrazia che tiene bloccati 120 miliardi già stanziati, impedisce ai cantieri delle opere pubbliche di partire e spesso di arrivare a conclusione.  Una parte del decreto semplificazioni sarà dedicata a sbloccare le opere e i cantieri. Il resto a tagliare quella burocrazia che finora ha impedito di far atterrare sulle famiglie e sulle imprese almeno gli 80 miliardi già deliberati dal governo in due diversi decreti. “Le proposte di alcuni partiti per sbloccare i cantieri troveranno ampio spazio nel decreto semplificazioni” ha assicurato Conte. Il riferimento ad Italia viva è evidente, soddisfa i renziani ma non deve essere piaciuto al ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli che non ha mai digerito di essere stata “superata” su questo tema fin da gennaio. Ieri mattina De Micheli si confrontava un po’ sopra le righe con alcuni colleghi fuori dall’aula. Diciamo che in questo periodo non ha mai dato udienza ai colleghi di maggioranza per cui sbloccare le opere pubbliche è diventato il biglietto da visita.

Scontro tra progetti

La pandemia, la gestire dell’emergenza e del lockdown ha riportato la questione burocrazia in primo piano e adesso la  bandiera delle semplificazioni fa gola a tutti. Così se Italia Viva ha un decreto pronto, già scritto, con tanto di articolato e, soprattutto con zero costi, consegnato a palazzo  Chigi a metà gennaio, adesso ne ha uno anche il ministro De Micheli e un altro ancora il sottosegretario alle Infrastrutture, il grillino Cancelleri. De Micheli parla di un piano da 20 miliardi in 12 mesi. Non prevede la sospensione del codice degli appalti e neppure il modello Genova. Cancelleri apre alla semplificazione e alle deroghe ma, vista l’emergenza, “solo per i cantieri Anas e Rfi” e tanti saluti agli imprenditori privati. Le divergenze all’interno della maggioranza riguardano il numero dei commissari e i loro poteri. Le deroghe al codice degli appalti e ai poteri dell’Enac rischiano di impattare nell'ira del M5S. Di Maio ha già dato il suo ok: “Va superato il codice degli appalti in modo da evitare lungaggini inutili, i cantieri devono essere completati in maniera spedita. Meno burocrazia, meno scartoffie e meno passaggi intermedi”. E nel Movimento si è subito aperto un nuovo fronte di divisione.

Non a caso Conte ieri si è affrettato a sottolineare come, per le opere, i controlli su trasparenza e infiltrazioni della criminalità saranno “rigorosi”. “Semplificheremo - ha spiegato - ma con presidi di legalità forti e rigorosi. Proprio perchè andiamo a rendere più rapido qualche passaggio, dovremo rafforzare i controlli. Altrimenti, se facilitassimo le infiltrazioni criminali, ci fermeremmo dopo due secondi”.  Questo vale negli appalti e nelle opere pubbliche. E ancora di più nella pubblica amministrazione. “Io - ha aggiunto - devo rendere i presidi più efficaci e più efficienti: la macchina della Pubblica amministrazione, se riesce a concentrare i controlli, li rende anche più efficienti”.

Qualche numero

In attesa della sintesi, alla base del decreto ci sono alcuni numeri che parlano da soli. Sono quelli del dossier Turco, ovverosia Mario Turco, sottosegretario alla programmazione di palazzo Chigi che ha condotto un’analisi su grandi e piccoli cantieri aperti in giro per l’Italia sulla base di varie banche dati tra cui Anac, Ragioneria, ministero delle Infrastrutture.  I risultati sono sconfortanti e in linea con i gridi ai allarme lanciati ogni anno da Ance e categorie di settore. Servono una media di due anni e tre mesi per realizzare opere “piccole”, sotto i 100 mila euro. Ne servono quasi sedici per le opere con importi superiori ai cento milioni. Il 54, 3% delle durata dei lavori di un’opera se ne va in “tempi di attraversamento”, cioè la pura inerzia burocratica che intercorre tra la fine di un procedimento e l’inizio di quello successivo. Ancora più   drammatico sapere che il 37 per cento degli investimenti non è sottoposto a monitoraggio e non se ne conosce lo stato di avanzamento dei lavori. Probabilmente sono abbandonati tra ricorsi e fallimenti. Il 35 per cento delle opere ferme sono bloccate per crisi aziendali dell’impresa appaltatrice. “Abbiamo di fronte un’opportunità storica - è stato l’appello di Conte ieri al Parlamento -  possiamo sciogliere i nodi, le incrostazioni, che finora ci hanno impedito di introdurre un benessere diffuso per tutti i cittadini. Spetta a noi tutti trasformare questa emergenza in opportunità. Non ci illudiamo, non sarà una sfida facile ma il nostro impegno sarà massimo e ci conforta la consapevolezza che l'Italia è un grande Paese”.

Una nuova campagna elettorale

Su un paese carico di tensioni sociali, nel pieno di una crisi mondiale di cui non si ha memoria, con un governo che naviga a vista, torna anche la competizione elettorale. Non se ne sentiva assolutamente il bisogno. Tra maggio e giugno, come si ricorderà sono rimaste in sospeso elezioni amministrative regionali (sei regioni al voto tra cui Veneto, Liguria, Campania, Puglia, Toscana) e comunali (oltre in migliaio). In più è rimasto sospeso il referendum confermativo per il taglio dei parlamentari. Ieri, all’improvviso ma neanche troppo, il governo ha formulato un’ipotesi di election day. La proposta è stata recapitata in commissione Affari costituzionali e ha emanato il panico tra le forze politiche. 

La data è quella 13-14 settembre “con la valutazione che serve accordo tra tutti in Parlamento”. Accordo in questo momento molto lontano considerate le perplessità di Fdi e Fi ma anche di Lega, Italia Viva e Leu.

Superelection day

Alla base dell’anticipazione di date proposta dal governo (al momento del rinvio s’era parlato di ottobre) c’è un report del Comitato tecnico scientifico che indica il ritorno di curve di contagio molto alte già fin dall’autunno. Ecco che è bene votare entro settembre o al massimo portare ai primi giorni di ottobre il ballottaggio. Il report del Cts non è stato messo a disposizione dei gruppi parlamentari. E questo non è piaciuto.

Sappiamo che i governatori vogliono andare a votare il prima possibile visto che i consigli regionali sono scaduti e invece ora serve chiarezza e piena operatività per gestire questa fase. Il Movimento vuole il superelection day con il referendum per avere la sicurezza di incassare il taglio dei parlamentari. Forza Italia non è d’accordo, ma neppure Fratelli d’Italia. Tutti stanno valutando in queste ore il dà farsi.   Stefano Ceccanti (Pd) ricorda che votare a metà settembre significa chiudere le liste a metà agosto. Sempre in agosto cadrebbero tutta una serie di adempimenti, a partire dalla raccolta delle firme. Il suo auspicio è che “sia raggiunto un esito condiviso con la massima disponibilità possibile da parte di tutti trattandosi di regole che impegnano tutti”. Anche il governo ha chiesto una condivisione ampia. Il risultato è che da ieri si stanno scaldando di nuovo i motori della campagna elettorale. E questo non è utile alla gestione della crisi economica.